I Piani individuali di risparmio un’opportunità o meglio un Pip?

Scritto il alle 08:55 da [email protected]

Anni fa, quando ero un po’ più giovane, si era negli anni 70, andava di moda lo slogan “ la fantasia al potere” aspicando con questo slogan un potere creativo e nuovo. Da un po’ di tempo a questa parte sembra che sia di nuovo così anche se sovente si potrebbe parlare di “dilettanti allo sbaraglio” o “siamo tutti improvvisatori”. Basti pensare al bonus degli 80 euro, ai 500€uro per i neo diciottenni e così via. Il trascorrere del tempo poi ci farà sapere se si è trattato di cantonate oppure di scelte intuitivamente sagge.
Sempre negli anni 70, per non trovarsi spiazzati nella vecchiaia, pur in presenza di pensioni “privilegiate” come direbbe Boeri, oppure per pagare l’università al figlio o il matrimonio alla figlia ( c’era ancora l’istituto della dote abolita con la L. 19 maggio 1975 n. 151, nuovo diritto di famiglia, mentre il delitto d’onore è stato abolito nel 1981.) si utilizzavano strumenti aggiuntivi di risparmio, come i buoni postali, i Bot, i libretti a risparmio vincolati. Le successive evoluzioni dei mercati finanziari hanno fatto emergere prodotti innovativi come le SRG, le Sicav, la previdenza complementare, prodotti che oltre ad assicurare il conseguimento degli scopi sopraddetti, costituiscono veicoli di incremento dell’economia reale. Poi per cercare di convogliare risorse economiche nelle PMI furono inventati altri strumenti come i mini bond. Creati dal bocconiano ed esperto della materia, sen Mario Monti, qualche frutto lo hanno prodotto. Nel 2016 ci sono state infatti 106 emissioni per un valore di 3,57mld di euro.

Per la previdenza complementare il governo ha avuto  atteggiamenti schizoidi: prima ha aumentato la tassazione sui rendimenti portando l’aliquota dall’11 al 20%, poi ha cercato di favorirla con il credito di imposta se avessero investito in infrastrutture italiane, poi ha abolito il credito di imposta e poi con la legge di bilancio 2017, comma 89 e seguenti, ha messo in piedi altre forme di incentivazioni per favorire gli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale  e  sempre con la stessa legge ha creato un nuovo strumento finanziario rivolto alle famiglie, i piani individuali di risparmio (PIR) contenuti nei commi 101/114, copiando altri Paesi europei, quali Francia e Regno Unito. In questi Stati già da diversi anni sono previste agevolazioni per l’investimento di lungo periodo con la creazione di strumenti come i Plan d’Epargne en Actions (PEA) e gli Individual Savings Accounts (ISAs). L’obiettivo è quello di incentivare il risparmio di medio-lungo termine delle famiglie per fornire nuovi capitali alle imprese italiane in alternativa al canale del credito bancario, prevedendo delle esenzioni fiscali per i risparmiatori.
Il PIR è un contenitore di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, OICR, derivati), costituito nella forma di OICR, gestione patrimoniale, contratto di assicurazione o deposito titoli, che permette al risparmiatore di ottenere l’esenzione da tassazione sui redditi finanziari degli investimento e da imposta di successione, a condizione che l’investimento sia detenuto per almeno 5 anni e che siano rispettati determinati vincoli di composizione del patrimonio del PIR.
Questo deve essere investito per almeno il 70% in strumenti finanziari emessi da società italiane e estere con stabile organizzazione in Italia, di cui almeno il 30% in strumenti di imprese che non rientrano nell’indice FTSE MIB della Borsa Italiana o indici equivalenti di altri mercati regolamentati; il patrimonio, inoltre, non può essere investito per una quota superiore al 10% dell’ammontare totale in strumenti finanziari emessi dallo stesso emittente (limite di concentrazione).
In considerazione della maggior rischiosità di questo strumento rispetto ad altre tipologie di investimento l’ammontare sottoscrivibile non è discrezionale ma presenta dei limiti massimi. Per i privati il limite è stato fissato a 30mila euro l’anno, per un complessivo di 150.000 euro mentre gli investitori istituzionali, i fondi pensione e le casse previdenziali possono investire fino al 5% delle proprie attività.
Ciascuna persona fisica può essere titolare di un solo piano di risparmio e possono essere sottoscritti da persone fisiche residenti “fiscalmente” nel territorio dello Stato senza limiti di età e in caso di variazione di residenza il piano viene meno e, se detenuto per meno di cinque anni, i redditi realizzati saranno soggetti all’ordinaria imposizione fiscale.

Dalla lettura di questa nuova normativa emergono però diverse problematiche, riguardanti sia l’ambito soggettivo sia i vincoli d’investimento previsti. Ad esempio, cosa succede se il titolare del PIR cambia residenza fiscale? Possibile che un minore d’età sia titolare di un PIR? Si può chiudere un piano senza aver sfruttato l’intero plafond a disposizione e poi aprirne uno nuovo? Cosa s’intende per investimenti qualificati? Quali requisiti per la stabile organizzazione in Italia di un’impresa estera?
 Michaela Camilleri di Itinerari previdenziali, ci delucida che  è possibile aprire un nuovo piano a seguito della chiusura di uno precedente, a patto che sia rispettato il limite camillericomplessivo di investimento pari a 150.000 euro. Volendo fare un esempio, se dopo 6 anni si decide di chiudere il piano nel quale erano stati investiti 50.000 euro, avendo ancora a disposizione un plafond di 100.000, è consento aprire un nuovo piano. Vige quindi il principio di investimento in un unico PIR per ogni unità temporale, quindi sì alla sottoscrizione di più piani ma non contemporaneamente e nel rispetto del plafond complessivo. E se non si è ottenuto l’esenzione fiscale perché il disinvestimento è avvenuto prima dei 5 anni, nell’apertura del nuovo piano si può ripartire dalla somma totale dei 150.000 senza dover scontare l’importo precedentemente investito.
Il Governo si aspetta dai PIR una raccolta di 2 miliardi di euro all’anno.
Nel 2016 il patrimonio del risparmio gestito ha raggiunto un nuovo massimo storico toccando 1.937 miliardi di euro (+100 miliardi rispetto a fine 2015). A trainare la raccolta (+55 miliardi di euro) è stato, ancora una volta, il comparto relativo alle gestioni collettive e in particolare ai fondi comuni. Nei dodici mesi il saldo netto tra sottoscrizioni e riscatti di fondi comuni è stato pari a 35 miliardi di euro. Il peso dei fondi comuni sul totale del risparmio gestito negli ultimi anni è progressivamente aumentato grazie a un ritmo di sviluppo più sostenuto rispetto alle gestioni patrimoniali; il valore attuale (51%) resta comunque distante rispetto a quello relativo a prima della crisi finanziaria (57%). Il patrimonio gestito dai fondi comuni aperti (italiani ed esteri) sul mercato italiano ammonta a fine 2016 a 900 miliardi di euro.

Indubbiamente per il piccolo risparmiatore potrebbe essere una strada da percorrere o quanto meno da provare. Per un lavoratore dipendente invece forse converrebbe più un Pip, una prodotto assicurativo per integrare la pensione. Ma in caso di questa scelta, forse per i costi di gestione assolutamente inferiori, converrebbe aderire ad un fondo negoziale chiuso.

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