Oltre al reddito di cittadinanza, una pensione di garanzia.

Scritto il alle 09:02 da [email protected]

E’ finalmente partito il Piano nazionale contro la povertà dopo il via libera definitivo del Senato al ddl che introduce il reddito di inclusione (REI). La spesa per quest’anno è di 1,6 miliardi che diventeranno strutturali e pari a 1,8 miliardi dal 2018. Si tratta della prima misura nazionale di contrasto destinata ad assicurare un sostegno economico al 24,5% dei nuclei familiari che risultano al di sotto della soglia di povertà. Ora occorre un decreto attuativo con i criteri e le modalità di erogazione. Tra gli obiettivi, il riordino delle misure per l’assistenza agli indigenti e l’introduzione del reddito di inclusione, finalizzato a sostenere le famiglie in povertà assoluta. Il sostegno riguarderà circa 400mila nuclei familiari con minori a carico, ovvero un milione e 770 mila cittadini. Il Rei  prenderà il posto del Sia, sostegno per l’inclusione attiva che è una carta prepagata. Il reddito di inclusione dovrebbe essere  uno strumento che verrà caratterizzato come livello essenziale di prestazione e che sarà  unico a livello nazionale. Confrontando alcuni dati dell’Italia con quello che avviene nel resto d’Europa ci rendiamo conto di quanto siamo indietro  ( cfr: http://yeswecash.blogspot.com). In Italia si spende solo lo 0,61% del Pil per il contrasto alla disoccupazione, contro una media europea del 2,2%. Allarmante è il tasso di copertura dei giovani disoccupati (sotto i 25 anni di età): 0,65% contro 57% di Gran Bretagna, 53% di Danimarca e 51% del Belgio.
In attesa che entri in vigore anche se con molto ritardo  questa importante legge, è partita la corsa alla concessione di uno stipendio fisso a tutti. I  singoli esponenti politici o movimenti non  vogliono  perdere l’occasione e sono partiti in pompa magna con la  promessa  di un reddito minimo garantito (guaranted minimum income) variamente denominato e articolato. I primi a proporlo sono stati i 5 stelle poi via via gli altri. Il modello è quello già sperimentato in paesi come la Norvegia, la Danimarca eccetera, cioè nei paesi che se lo possono permettere. Il tema è delicato e complicato, non solo per gli aspetti economici ma per le implicazioni sul residuo mercato del lavoro e delle professioni marginali.  Se si può percepire 700 euro mensili sostanzialmente facendo poco o niente, perché spaccarsi la schiena per una cifra uguale o inferiore? Intanto per fare qualcosa a favore di chi non ha proprio niente, ora c’è la Ria appena varata che dovrebbe anche mettere ordine a tutte le iniziative sparse e diverse adottate dagli enti locali.
Il reddito minimo potrebbe essere di 500 euro, perchè  realisticamente finanziabile. Boeri stima un ordine di grandezza tra gli 8 e i 10 miliardi di euro e se lo dice lui che è anche economista, c’è da credergli..
Per esempio la Regione Basilicata ha già varato da tempo un suo progetto di 450 euro mensili.Però la Basilicata ha il petrolio che, anche se inquina, in applicazione del motto latino attribuito a Vespasiano, pecunia non olet, apporta notevoli benefici economici.

Questo a livello di lavoro. Ora spostiamoci sul versante della pensione che della vita lavorativa ne costituisce la conclusione. A causa della crisi economica e dei contratti di lavoro flessibili e  sottopagati, molti giovani faranno fatica a maturare il diritto alla pensione, cioè i 20 anni di contributi ed avere corrispondentemente un assegno mensile decente, senza dover fare assegnamento sull’assegno sociale. L’assegno sociale è una prestazione economica  in favore dei cittadini anziani  che si trovano in condizioni economiche particolarmente disagiate con redditi non superiori alle soglie previste dalla legge. A decorrere dal 1° gennaio 1996 ha sostituito la pensione sociale. Per quest’anno è di 448,07€ mensili per 13 mensilità. Per i destinatari della pensione calcolata con il sistema contributivo, in pratica gli assunti dal 1996 in poi, non c’è neppure più la pensione minima o l’integrazione al minimo. La pensione minima viene riconosciuta al pensionato il cui reddito da pensione, sulla base del calcolo dei contributi versati, risulti inferiore ad un livello fissato anch’esso ogni anno per legge, considerato il “minimo vitale”. Per il 2017 ammonta a 501,89€ mensili. E’ vero che ci sono vincoli di bilancio e mancanza di pecunia, ma sfido chiunque a vivere con 500 euro al mese, sia come reddito di cittadinanza sia come pensione di base!

 Per le pensioni così risicate, pesa specialmente la  mancanza di contribuzione  fra un rapporto di lavoro e l’altro aggravata dal fatto che la maggior parte di questi giovani, molti dei quali  costituivano la moltitudine  dei  “cococo” e “cocopro”, ora inglobati nella flessibilità del jobs act non hanno una chiara cognizione del loro futuro previdenziale.

Affrontare  questo problema serve ad evitare futuri drammi sociali. Oltre al reddito minimo garantito, bisogna pensare ad una pensione minima garantita ma adeguata a vivere. L’accordo governo sindacati del 28 settembre 2016 nella fase due prevede di interessarsi dei giovani studiando la fattibilità di una nuova pensione minima.

Se non ricordo male già nella XV legislatura l’accoppiata inedita Cazzola-Damiano lanciarono  l’idea di istituire una Pensione contributiva minima di garanzia (Pcg),  idea ripresa nel verbale governo sindacati succitato, al punto 8.
Stabilita una soglia monetaria per assicurare un adeguato tenore di vita, al momento del ritiro, qualora la pensione fosse inferiore, si avrebbe diritto ad un’integrazione fino al livello della Pensione contributiva di garanzia. Si tratterebbe in sostanza di un ritorno all’integrazione al minimo abolita dalla riforma Dini del 1995.

La Pensione contributiva di garanzia o la pensione di base costituirebbero la realizzazione dei principi contenuti  nel  Protocollo unitario del 2007 che fissavano intorno al 60% del salario il livello minimo di pensione. Essa non dovrebbe essere inferiore a 700/800 euro mensili in moneta corrente.

Vi devono aver diritto i lavoratori di qualsiasi settore  La cosa è tanto più urgente se si pensa che le future classi di pensionati, i giovani di oggi, rischiano di avere pensioni intorno al 30%-40% dell’ultima retribuzione. La copertura finanziaria può essere attuata facendo  ricorso alla fiscalità generale. Altri invece ipotizzano a contributi di solidarietà da recuperare all’interno dello stesso mondo delle pensioni. Tito Boeri e Tommaso Nannicini su “la lavoce.info” del 27.09.13 elaborarono  addirittura un proposta dettagliata basata su un’aliquota del prelievo fortemente progressiva da un minimo dell’ 1 per cento sopra sei volte il minimo Inps (2.886 euro lordi mensili) al  15 per cento sopra trentadue volte il minimo (15.392 euro lordi). Il contributo sarebbe dovuto oscillare da 33 euro al mese.  Poi c’è l’altra pensata di Nannicini, l’ideatore dell’Ape, che è quella di tassare i redditi non solo in base al reddito prodotto, ma anche in base all’età posseduta. Più si è vecchi, più si paga. A parte queste amenità ( mica tanto!), la cosa più urgente è la copertura dei periodi discontinui colmando i vuoti   contributivi durante i periodi di inattività.  Solo dopo aver risolto questo problema i giovani potranno pensare seriamente alla previdenza complementare. Perché oggi il nodo principale della complementare  rimane sempre l’utilizzo del Tfr.

Per impedire che i giovani precari si “mangino” il tfr  che percepiscono alla fine di ogni rapporto di lavoro occorre offrire alternative. Infatti anche nell’ipotesi che vi siano interventi con  coperture contributive integrative/figurative dei periodi fra un contratto e l’altro, essi devono pur vivere. Se invece nei periodi in questione ci fosse il reddito di garanzia, diverso dalla Naspi, potrebbero più agevolmente rinunciare al tfr devolvendolo alla previdenza complementare.

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