La perdurante esigenza della complementare

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La riforma emergenziale sulle pensioni Monti Fornero del 2011 aveva come obiettivo prioritario quello di presentare in quell’anno un bilancio pubblico che contenesse il minimo disavanzo possibile per poter arrestare il disastroso disavanzo economico, evitando per l’intanto la bancarotta. A distanza di sei anni le cose sono solo parzialmente cambiate, i principali  indicatori statistici sono ancora vicino allo zero, anche se fortunatamente non più in zona negativa e qualcuno è addirittura positivo, sia pure di poco. Ma già che ci sia un’inversione di tendenza è da salutare con gioia ( moderata).
La riforma Fornero approfittò di quell’occasione per elevare il limite di età e introdurre il prorata contributivo per tutti.
Il risultato di questa operazione fu l’impennata dei tassi di sostituzione netti che sembrò addirittura mettere in discussione la neonata e mai completamente affermata, previdenza complementare. Infatti la ripartenza del 2007 si era bloccata anche per la  concomitanza della crisi delle borse.  Si bloccò tutto e,  poiché dalla previdenza complementare non ci si può recedere, aumentarono coloro che smisero di versare la contribuzione o chiesero anticipazioni, in sostanza prestiti, a tutto spiano.
Tuttavia l’aumento del tasso di sostituzione ipotizzato si sgonfiò quasi subito alle prime verifiche concrete, perché si basava da una parte su carriere continue con retribuzioni crescenti e dall’altra sull’aumento annuo del Pil dell’ 1.5%, unitamente ad un tasso di inflazione del 2%.
A questo bisogna aggiungere l’elevazione del minimo contributivo pensionistico da 5 a 20 anni, l’innalzamento generalizzato dell’età anagrafica da 65 a 66 e oltre ( ora necessitano  66 anni e 7 mesi), l’elevamento del parametro di adeguatezza (1,5% assegno sociale) per poter andare in pensione e gli effetti dei futuri adeguamenti dei coeffecienti di conversione delle prestazioni adeguati alla speranza di vita ogni 3 anni e, dal 2019 ad ogni biennio.
Quella manovra pensionistica  inoltre era fonte di elementi distorsivi perché l’allungamento della vita lavorativa eleva il rischio di discontinuità specie negli ultimi anni, aumentando il rischio “salute” ed “autosufficienza” determinando nuovi situazioni sociali che possono generare squilibrio di equità.
Ritenuta superata la fase emergenziale governo e sindacati hanno posto in essere una serie di misure che in parte modifica le strutture rigide della Fornero, perché non vengono più considerati alla stessa stregua rispetto ai limiti di età, le diverse professioni e le relative gravosità.
La fase 2 dell’accordo sulle pensioni dovrebbe continuare il percorso chiamiamolo così, di “assestamento” o scrittura di nuove norme ( la pensione contributiva di garanzia, per esempio).
Non sfugge a nessuno però che gli scenari possono sempre cambiare rapidamente e il sistema a ripartizione della pensione pubblica non garantisce da futuri pericoli, al di là della volontà dei singoli soggetti in campo. Infatti il sistema a ripartizione si basa su un sistema semplicissimo: I soldi che si raccolgono come contributi, vengono spesi per le pensioni. Più aumentano gli occupati, più si pagano contributi, più si rafforza la pensione Inps. In caso di un malaugurato scenario opposto meno contributi, tagli alle pensioni.
L’esigenza di una copertura complementare resta quindi stabile alla luce delle riflessioni qualitative appena svolte (incertezza sulla stabilità della riforma; esiti non scontati sui tassi di sostituzione e nuovi rischi…
Il cambiamento del contesto impone una riflessione sulla strutturazione della sicurezza sociale senza che vengano intaccati i principi o snaturati gli obiettivi. Il pericolo che può incombere potrebbe essere la frenesia di un neo assistenzialismo diffuso a tutti i livelli, dal dilagare del welfare aziendale che disperde le risorse in mille rivoli che possono finere col rompere  non solo gli assestamenti economici ma anche i rapporti sociali e intergenerazionali.
Nell’ambito della previdenza complementare la LTC ( Long Term Care) potrebbe vivere come opzione autonoma   non strettamente collegata alla rendita nonché fare una valutazione sull’opportunità di creare dei meccanismi di sostegno dei lavoratori in fase attiva, a tutela dei rischi già codificati nel sistema come l’inoccupazione.

Ampliamenti di questo tipo presuppongono ovviamente delle sinergie tra i Fondi pensione, che di cui già si è registrato più di un caso, come la previdenza complementare del settore dei trasporti e quello più recente della cooperazione che ha registrato la fusione dei fondi coinvolti..
Sono tutte valutazioni che si inseriscono nella più ampia valutazione sulla raccolta di un patrimonio generale o dedicato anche in vista di un forte sostegno di investimenti nell’economia italiana.

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