Si fa presto a chiedere la riduzione del cuneo fiscale

Il governo già da tempo aveva in animo una riduzione del cuneo fiscale. Vi aveva cominciato Enrico Letta con la manovra fiscale del 2013 e oggi ci vorrebbe provare l’attuale esecutivo con il prossimo Dpef,  facendosi forte delle risultanze del “Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica” illustrato giorni fa dalla Corte dei Conti.
La massima magistratura contabile ha dichiarato che «Il cuneo fiscale riferito alla situazione media di un dipendente, colloca al livello più alto la differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore».
E’ addirittura il 49% ad essere prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore). Una quota eccessiva, ben 10 punti oltre l’onere che si registra mediamente nel resto d’Europa.
In Italia infatti, la pressione fiscale è tra le più elevate dei Paesi Ue: ben il 42,9% del PIL.
Anche i costi per gli obblighi tributari che l’imprenditore italiano è chiamato ad affrontare sono significativi.
Si parla infatti di 269 ore lavorative, il 55% in più di quanto richiesto al suo competitor europeo.
Ridurre questo cuneo sembra quindi cosa giusta. Ognuno di noi studiando la propria busta paga, per chi ce l’ha, esce letteralmente fuori dai gangheri se solo si sofferma ad osservare la cifra lorda spettante e quella netta accreditata in banca. Il divario è notevole, a volte veramente il 50%

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Questo è il cuneo fiscale, la differenza fra lo spettante e quello effettivamente erogato. Ma prima di chiederne la riduzione vediamo da cosa è composto e quali sono gli effetti che deriverebbero dalla sua riduzione, le famose ricadute. Ci si accorge che non sarebbero tutte rose e fiori.
Gran parte del cuneo fiscale è costituito da trattenute che vanno a finanziare il sistema di protezione sociale. Contributi per la pensione, per l’Inail eccetera, poi c’è purtroppo la quota irpef cui nessuno uomo (lavoratore dipendente) può scappare. In sostanza se il datore di lavoro pagasse al proprio dipendente l’intero importo spettante, poi il lavoratore per mantenere il diritto alle prestazioni sociali, dovrebbe andare alla posta e pagare tanti bollettini di c/c: uno per l’inps, uno per l’inail, uno per il tfr, uno per l’agenzia delle entrate e se è iscritto alla previdenza complementare, anche al Fondo pensione. Poi se si ha in corso un prestito, anche la rata di ammortamento, ma questa col cuneo fiscale non c’entra niente. Se non ci fosse la trattenuta obbligatoria alla fonte correremmo il rischio di qualche dimenticanza nei pagamenti oppure di “salti” volontari perché si hanno  spese  più urgenti da fare e perchè tanto “pagherò il mese prossimo”.
Se negli altri paesi il cuneo fiscale è inferiore perché è inferiore il grado di copertura dei rischi sociali oppure, cosa più probabile, è inferiore il carico delle tasse.
Un altro punto fortemente criticato, che appesantisce in maniera determinante il costo del lavoro, è l’aliquota contributiva pensionistica da versare all’Inps, ritenuta eccessivamente elevata. Ma essa costituisce il risparmio previdenziale di ciascuno ed è fondamentale in un sistema di calcolo contributivo. Ordinariamente è del 33%, due terzi a carico del datore di lavoro, un terzo a carico del lavoratore. Senza dimenticare che questa aliquota del 33%, quando venne istituita nel 1995, inglobò anche la vecchia trattenuta della gescal, quella per la tubercolosi, la maternità eccetera.

Ora che si ha un’idea più chiara sulla natura del cuneo fiscale, vediamo come lo si può ridurre. Lo si può fare in vari modi:
attraverso la fiscalizzazione degli oneri sociali,
• con l’opting out (decontribuzione previdenziale)
• diminuzione dell’irpef
• un mix fra le misure sopra riportate
La fiscalizzazione non mi sembra un’ipotesi realizzabile, avrebbe un costo molto elevato, praticamente insostenibile a carico dello Stato perchè dovrebbe farsi carico di tutta la spesa. Le strade da seguire in teoria, sono le altre, segnalatamente l’opting out.
I soliti bene informati ritengono che il governo penserebbe di ridurre l’aliquota contributiva di almeno 6 punti percentuale.
Sull’argomento Michele Raitano in EticaEconomia ha fatto un’analisi molto precisa e puntuale mettendo in risalto alcune rilevanti criticità: riduzione delle tutele pensionistiche; oneri per il bilancio pubblico; efficacia nell’indirizzare le imprese verso contratti stabili.
Per le imprese, se il costo del lavoro si riducesse di 3 punti percentuali, sarebbe un risparmio puro da utilizzare per nuovi investimenti, nuove assunzioni o  da esportare nei paradisi fiscali. Per i lavoratori una diminuzione della pensione (l’aliquota di contribuzione scenderebbe dal 33% al 27%). Volendo potrebbero chiedere che il suo 3% venga dato in busta paga, ripercorrendo un’ operazione già tentata con il tfr in busta paga, miseramente fallita, oppure aderire alla previdenza complementare. Raitano fa questo esempio: un lavoratore con retribuzione lorda annua di 32.500 euro (2.500 al mese) perderebbe 150 euro di contributi previdenziali; a fonte di questa perdita netta potrebbe scegliere di versarne 75 alla previdenza integrativa o, considerando l’aliquota marginale Irpef del 38%, riceverebbe 46,5 nette in busta paga.

Va altresì evidenziato che, in un sistema a ripartizione come quello italiano, la riduzione contributiva mentre riduce le future pensioni, non riduce quelle in essere e questo 6% in meno nel periodo transitorio, finchè non cominceranno ad andare in pensione coloro che versano il 27%, è a carico dello Stato. E’ il cosiddetto “costo di transizione”, ovvero la necessità di reperire risorse per finanziare parte della spesa pensionistica corrente, non potendo più utilizzare a questo scopo la quota di contributi devoluti ai fondi privati o messa in busta paga..
“Più in generale, la riduzione dell’aliquota comporta un costo netto per il bilancio pubblico crescente nel tempo man mano che aumenterà la quota di neo-assunti ad aliquota ridotta. Ad esempio, laddove nel primo anno di applicazione della misura, 1 milione di lavoratori venisse assunto con l’aliquota al 27%, in base alla distribuzione delle retribuzioni dei nuovi contratti rilevata dall’Inps nel 2015, il costo netto per il bilancio pubblico in termini di mancati contributi ammonterebbe a 1 miliardo di euro, che, assumendo un altro milione di nuovi entrati, si raddoppierebbe l’anno successivo e così via”.
Ciò dimostra come sia falsa l’idea che la riduzione dell’aliquota contributiva comporti una riduzione della spesa pensionistica.
Il vantaggio indotto di questa operazione potrebbe essere il rilancio della previdenza complementare. Fra le varie strade da scegliere, questa sicuramente è la più sbagliata.

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