Nell’uovo di Pasqua non ci sono i decreti attuativi per l’Ape

Scritto il alle 08:44 da [email protected]

Seppur in misura minore che negli anni scorsi, l’usanza del regalo dell’uovo di Pasqua continua imperterrita, pur essendosi ridotta la platea dei beneficiari ridotta quasi esclusivamente ai bambini ed alle fidanzate. Questo senza voler sminuire l’importanza del “casatiello”, la colomba pasquale e i mille dolci di cui è ricca la tradizione italiana.
L’uovo di Pasqua primeggia perché offre un duplice piacere, il primo consiste nella sorpresa che vi è contenuta, il secondo abbuffarsi della cioccolata di cui è composto.
Orbene molti lavoratori dipendenti speravano in quest’occasione di ricevere dal governo al posto di un solito bonus, un uovo particolare che contenesse i decreti attuativi dell’Ape oppure le convenzioni con le banche e le assicurazioni e calcolare così il  costo reale del prestito previdenziale per poter andare in pensione qualche anno prima.
Invece niente. Si è in forte ritardo e la data del 2 maggio, data di partenza reale dell’operazione, rischia di essere una delle tante date perentorie che il governo non si dimostra in grado di rispettare. Allo stato attuale dopo il varo dei decreti attuativi e l’accordo quadro con banche ed assicurazioni, occorrerà il parere del Consiglio di Stato, la registrazione della Corte dei Conti, nonché un paio circolari e tre o quattro messaggi dell’Inps. Il quale Inps per bocca del suo presidente ha fatto sapere che è ha già pronto tutto, compreso l’applicativo informatico, ma che senza decreti e senza circolari non può fare niente.
Ma a prescindere da questo, nell’aria già aleggia la sensazione di un ennesimo flop previdenziale governativo.
Volendo fare una classifica dei fallimenti in materia, ìn primis c’è stato l’anticipo del tfr in busta paga che doveva riversare nell’economia reale italiana un fiume di risorse fresche, altrimenti ristagnanti al fondo tesoreria dell’Inps e nei Fondi pensione. Solo lo 0.8% degli interessati, quelli più disperati in assoluto, lo hanno richiesto. La misura, alla scadenza del 2018, certamente non sarà rinnovata.
Secondo flop l’opzione donna per consentire alle ” nonne di stare un po’ di più con i nipotini“, secondo una enfatica ed incauta affermazione fatta dal mancato deus ex machina dei destini italiani. Su quarantamila ipotizzate, hanno chiesto l’opzione donna, prorogata con la legge finanziaria 2017 o come si chiama ora, circa 4000 donne, il 10%. Ci vogliamo dimenticare del part time pensionistico? Entrato i vigore dal 2 giugno 2016, festa della Repubblica, dava la possibilità ai lavoratori che avrebbero maturato il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia entro il 31 dicembre 2018, di andare in part time verso la pensione, mantenendo l’intera contribuzione.  La norma  prevedeva l’accordo tra lavoratore e impresa con vantaggi soprattutto per il dipendente. La misura dà la possibilità per le persone che maturano 67 anni e sette mesi di età entro il 2018 con almeno 20 anni di contributi, previo accordo con il datore di lavoro, di ridurre l’orario in una misura compresa tra il 40% e il 60%. Questa facoltà non può essere usata nel settore parttimepubblico né naturalmente per il lavoro autonomo. Impresa e lavoratore firmano un contratto di riduzione dell’orario con una durata pari al periodo tra la firma dell’accordo e il raggiungimento del requisito della pensione. Le domande presentate all’Inps sono state appena 200. Anche in questo caso dovevano essere circa 40/60mila. Tito Boeri commentando i primi dati a luglio dello scorso anno s (100 richieste nel primo mese) aveva messo in guardia sugli “interventi estemporanei e parziali” con “costi amministrativi superiori alle somme erogate”. La misura, sulla quale fu attivata una campagna pubblicitaria del governo per far conoscere a lavoratori e imprese i vantaggi dello strumento, è stata fallimentare.
Questi precedenti aleggiano minacciosamente sull’ape volontaria. In effetti  questa flessibilità macchinosa, barocca e costosa, è frutto di una palese improvvisazione fatta per cercare di accontentare  i sindacati da una parte,  i censori della Ue dall’altra e scontentando entrambi.

Il tasso di interesse per avere il prestito previdenziale per l’Ape stimato a settembre dello 2,5% ora è salito a 2,75%. Interesse che si paga sulla cifra anticipata dalla banca che è la somma di tre componenti. Primo, la quota di pensione che si vuole anticipare (il 90% del futuro assegno se l’anticipo è di 1 anno, ma solo il 75% se si anticipa il massimo, cioè 43 mesi). Secondo, il premio assicurativo (il 29% dell’anticipo). Terzo, una fee pari allo 0,08% annuo, una commissione di accesso al fondo di garanzia statale da 70 milioni che interviene quando il pensionato non paga più le rate o muore oppure l’assicurazione fallisce. Insomma, l’Ape costa. Fino al 15% se si chiede l’anticipo massimo. E comunque attorno al 5% annuo. Secondo alcune simulazioni, un lavoratore con futura pensione netta da 1.500 euro dovrebbe rinunciare a circa 60 mila euro per andare in pensione 3 anni e 7 mesi prima per avere un assegno poco superiore ai 1000 euro netti, tenendo anche conto della detrazione al 50% su interessi e premio assicurativo.
Con queste prospettive, sarà interessante vedere quanti effettivamente richiederanno l’Ape volontaria a fronte dei 300 mila preventivati per quest’anno. Invece le domande per ottenere l’ape sociale sicuramente saranno molte di più delle 35.000 ipotizzate e per la cui concessione sono stati fatti striminziti stanziamenti.
Poiché non si tratta di un diritto soggettivo, l’ape sociale è soggetta per la sua concessione ad alcuni criteri contenuti in uno dei decreti non ancora usciti e chi, pur possedendoli non entrarà in graduatoria, slitta all’anno successivo, ma senza arretrati..
Data questa situazione, ora che il governo ha abbozzato anche il dpef 2018 senza nessun rinvio alle pensioni, nonostante la fase 2 governo-sindacati sulle pensioni,  non si dovrebbe aspettare la fine della sperimentazione per cercare altre strade, magari partendo dalla proposta Damiano che proponeva un taglio puro e semplice alle prestazioni anticipate, magari rimodellandoli in due fasce, fino a 65 anni anagrafici un tipo di penalizzazione e da 65 a 66 e 7 una penalizzazione attuariale più lieve. E lavorare nel frattempo bene per rendere esigibile per tutti gli aventi diritto, della cosiddetta ape sociale che nel frattempo è diventata ape social, perdendo una “e”.
Quando si tratta di togliere qualcosa, sia pure una semplice vocale, non ci sottraiamo mai.

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