Il ddl sulla concorrenza e mercato ancora langue

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Nella seduta antimeridiana di giovedì 27 aprile scorso, il Senato ha proseguito la discussione della proposta di legge annuale su mercato e concorrenza (ddl n. 2085, inviato alla Camera dei deputati il 7 ottobre 2015), nel testo proposto dalla Commissione Industria e poi il seguito dell’esame è stato rinviato ad altra seduta. Speriamo che quest’altra seduta avvenga presto e che sia quella finale. Questo tipo di provvedimento dovrebbe essere annuale, perché ha come obiettivo la rimozione degli ostacoli regolatori all’apertura dei mercati, nella promozione della concorrenza e nella garanzia della tutela dei consumatori, anche in applicazione dei principi del diritto dell’Unione europea, nonché delle politiche europee in materia.
L’adozione di una legge annuale per il mercato e la concorrenza è stata prevista addirittura già  dal 2009 (articolo 47 della legge 23 luglio 2009, n. 99) per eliminare i tanti ostacoli e freni, normativi e non individuati dall’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato.
Ma se una legge annuale ci impiega quasi due anni per venirne a capo, qualcosa non “quaglia”. E non c’entra niente il bicameralismo perfetto, anche se sono convinto che qualcosa in questo senso andrà fatto, estrapolando gli aspetti positivi dallo zibaldone fortunatamente bocciato dal referendum del 4 dicembre 2016. Il disegno di legge è andato a velocità ultraridotta per i troppi ostacoli frapposti, espressi o taciti disseminati sul suo cammino perché esso contiene troppi interessi e rendite di posizione difficile da estirpare.
Nel calderone delle disposizioni previste dall’ipotesi legislativa, sono finiti, come cavoli a merenda, anche i fondi pensione negoziali della previdenza complementare. Lo scopo principale era quello di darli in pasto ai mercanti delle polizze che disponendo di agguerriti venditori, al pari di quelli della Folletto, avrebbero provveduto a rastrellare quello che altri avevano seminato. Questo pericolo, la possibilità di trasferire una polizza da una forma ad un’altra ad libitum ( portabilità senza limiti), è stato subito sventato ma la previdenza complementare è rimasta comunque nel ddl per altri aspetti, in questo caso abbastanza positivi, anche se non scioglie, come si era invece richiesto, il nodo della completa equiparazione delle regole fra dipendenti pubblici e quelli privati.
L’art 16 del provvedimento reca alcune modifiche alla disciplina delle forme pensionistiche complementari, con riguardo  alla quota degli accantonamenti relativi al trattamento di fine rapporto, del diritto all’anticipo della rendita complementare nel caso di cessazione dell’attività lavorativa, dei riscatti della posizione individuale maturata e del relativo regime tributario.
Riguardo al primo profilo, la norma prevede che gli accordi collettivi concernenti le forme pensionistiche complementari possano anche stabilire una percentuale minima degli accantonamenti relativi al trattamento di fine rapporto maturando da destinare alle forme in oggetto (fermo restando il principio generale di adesione alle stesse su base volontaria) e che, in assenza di indicazione da parte degli accordi, la percentuale del conferimento è pari al 100 per cento. Inoltre si procede alla possibilità di un anticipo pensionistico in caso di disoccupazione e una disciplina diversa per i riscatti.
Il comma 2 dell’articolo 16,  prevede la convocazione di un tavolo di consultazione per avviare un processo di riforma delle forme pensionistiche complementari. Tra le finalità di quest’ultima, il Senato ha introdotto in sede referente il riferimento all’individuazione di strumenti di informazione per l’educazione finanziaria e previdenziale.
Il successivo Articolo 17 contiene un clausola di neutralità finanziaria, stabilendo
l’ invarianza finanziaria, per i fondi pensione mediante l’utilizzo di risorse umane, finanziarie e strumentali previste a legislazione vigente. Cioè le classiche nozze coi fichi secchi. Già la legge Fornero al comma 29 dell’art 24 famoso (DL 201/11) aveva previsto analoga educazione previdenziale con gli stessi limiti ed infatti dal 2012 ad oggi tranne sporadiche iniziative che hanno lasciato la situazione inalterata, niente è stato fatto concretamente mentre sarebbe necessario, per esempio  una nuova specifica  campagna pubblicitaria della Presidenza del Consiglio. Quanto alla riorganizzazione dei fondi pensione, in attesa che il disegno di legge diventi legge, i fondi hanno cominciato a ridefinirsi da soli, è il caso di ricordare le adesioni collettive stabilite contrattualmente, con diritto di recesso previste in alcuni CCNL o l’avvio di aggregazioni e fusioni di Fondi similari, si veda ad esempio i Fondi complementari della Cooperazione e quelli dei Trasporti.

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