“PensionsEurope” boccia il report sui rendimenti dei fondi pensione

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Secondo la quarta edizione della ricerca di Better Finance i reali rendimenti del risparmio pensionistico – defalcando i costi, gli oneri, inflazione e tasse – in 15 paesi europei non sarebbero quelli reali, ma molto più bassi.
Il rapporto 2016, pubblicato a settembre dello scorso anno, sostiene che una volta che le inflazioni, le tasse e le imposte (ove possibile) sono state considerate, i rendimenti dei fondi pensione sono spesso risultati molto scarsi.
Purtroppo i  risultati della nostra  ricerca mostrano che la maggior parte dei risparmi pensionistici non sono in media  vicino a quelli dei mercati dei capitali e, in troppi casi, hanno anche distrutto il reale valore dei risparmiatori pensionistici europei (vale a dire un ritorno negativo per inflazione zero)” afferma Better Finance.
In risposta a ciò PensionsEurope ,  il 26 aprile 2017 scorso ha pubblicato il suo parere in merito.
Janwillem Bouma, presidente di PensionsEurope, ha dichiarato:
“PensionsEurope accoglie con favore la ricerca sulla qualità delle pensioni professionali e personali e sui rendimenti netti dei risparmi pensionistici. Nel documento però evidenziamo numerose specificità che la ricerca dovrebbe prendere in considerazione per dare un quadro realistico della qualità e dell’esito di questi rendimenti. Se ignorando queste specificità, la ricerca rischia di essere la classica comparazione di  mele e pere “.
Ad esempio, l’Associazione spagnola dei fondi pensione (Inverco) ha dichiarato che, sebbene apprezzi lo sforzo di ricerca di Better Finance ha “rinvenuto ancora una volta una serie di incongruenze e di errori che offrono una visione distorta dei fondi pensione spagnoli “.
La sua principale preoccupazione è quella che sembra una  “deliberata omissione dell’impatto fiscale in Spagna quando si confrontano i fondi pensione spagnoli con quelli di altri Stati membri della UE”.
Il settore commerciale europeo dei fondi pensione professionale comunque nel complesso he ha fatto una valutazione non di completa bocciatura, suggerendo dei miglioramenti nella ricerca.

Anche Matti Leppälä, segretario generale dell’associazione, ha offerto l’aiuto di PensionsEurope a migliorare la metodologia della relazione Better Finance: “In particolare, invitiamo Better Finance ad utilizzare i dati e periodi di tempo coerenti e comparabili, concentrandosi sia sulla fase di accumulazione che di pagamento, Ed esplorare i vantaggi in aggiunta ai costi “.
La Better Finance ha replicato diplomaticamente di accogliere con favore l’offerta di cooperazione, ma ha anche voluto “chiarire alcuni fraintendimenti riguardo agli obiettivi, alla metodologia e alla portata dello sforzo di ricerca”.
“Il nostro obiettivo di ricerca è molto più specifico e molto meno ambizioso di quello su cui pone l’accento l’ Europa:” l’obiettivo non è quello di analizzare “la qualità e l’esito dei risparmi pensionistici”, ma migliorare la trasparenza sui rendimenti reali dei risparmi “, ha fatto presente il management di Better Finance, invitando le. associazioni di categoria a contribuire a ridurre il divario dei dati e migliorare la trasparenza sui rendimenti delle pensioni “, visto che la maggior parte delle critiche rivolte alla relazione di Better Finance deriva dalla mancanza di dati disponibili sui rendimenti”.
D’altra parte le autorità europee di vigilanza finanziaria si sforzano da sempre di svolgere un lavoro sulla trasparenza dei prodotti a breve e a lungo termine, inclusa l’analisi delle performance e delle tasse reali effettive.
L’EIOPA – l’autorità di vigilanza responsabile del settore delle assicurazioni e delle pensioni aziendali professionali europea tuttavia non è stata ancora investita ufficialmente del problema.
Per quanto riguarda l’Italia il rapporto Better Finance evidenzia che nel contesto macro pensionistico l’Italia spende il 15,8% del suo PIL sulle pensioni statali, mentre il livello medio dell’OCSE è a circa il 7,9%. Le pensioni rappresentano pertanto un aggravio massiccio del PIL nel paese. Anche i tassi di occupazione si confrontano negativamente con altri paesi dell’OCSE. di conseguenza in Italia, la percentuale dei fondi pensionistici privati sul PIL totale non può che essere piuttosto modesta.
Una delle ragioni principali è che la dimensione della previdenza pubblica  (fortunatamente) rende molto difficile il decollo dei fondi privati . Il 33% del reddito lordo è obbligatoriamente inserito nel contributo pensionistico del primo pilastro, che lascia poco spazio ai fondi pensione. Per questo aggiungo io, viene utilizzato il Tfr che è un’innovazione nel finanziamento della previdenza complementare pressocchè indolore.
Anche per questo è naturale aspettarsi che ancora per molto tempo i fondi pensione italiani non avranno un ruolo predominante e comunque il loro sviluppo non deve avvenire a detrimento delle pensioni pubbliche già eccessivamente ridotte, nonostante l’eccessiva influenza sul Pil, ma sempre come apporto integrativo per garantire una vecchiaia la più tranquilla possibile..

 

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