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Il Parlamento preme per la fusione delle Casse dei Professionisti

.Ciclicamente torna alla ribalta la sorte delle Casse Pensioni dei Professionisti, privatizzate fin dal biennio 1994/96 ma incappate nella spending review, da cui un contenzioso infinito che sembra ora sciolto a favore delle Casse, ma ovviamente il Parlamento non demorderà.
La natura giuridica privata si è sostanziata nell’applicazione delle regole  di persone giuridiche private. Al medesimo tempo il perseguimento della funzione pubblica, prevista all’articolo 38 della Costituzione, legittima la sussistenza di una serie di poteri dello
Stato, da cui si era fatto discendere l’obbligo di contribuire a ridurre il disavanzo pubblico, pur non avendo mai ricevuto alcun sussidio dallo Stato. Pertanto era maturo il tempo di sciogliere questo nodo.
La Commissione bicamerale di vigilanza sugli enti di previdenza ritiene a questo punto necessario, operare una revisione della normativa che potrebbe assumere la forma di un Testo Unico.
La Commissione ha funzioni di vigilanza e di controllo e non esercita la funzione legislativa, ma ha ritenuto di fornire un contributo per possibili soluzioni.

Per effetto del decreto legislativo n. 509 del 1994, furono privatizzate quindici
casse previdenziali (Cassa Nazionale del Notariato, Cassa Forense, CIPAG, CNPADC, INARCASSA, CNPR, ENASARCO, ENPACL, ENPAF, ENPAIA, ENPAM, ENPAV, FASC, INPGI e ONAOSI), mentre ai sensi del decreto legislativo n. 103/1996, sono stati costituiti direttamente come enti privati cinque casse (EPPI, ENPAB, ENPAP, ENPAPI ed EPAP.
Il Testo Unico dovrebbe applicarsi non solo ai soggetti iscritti in ordini e collegi professionali, ma anche agli appartenenti alle professioni previste dalla l. 14 gennaio 2013, n. 4, cioè coloro che   non sono inquadrati in ordini o collegi e che svolgono attività spesso molto rilevanti in campo economico, consistenti nella prestazioni di servizi o di opere a favore di terzi, esercitate abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale..
Ci si riferisce, in particolare, ai tributaristi, ai consulenti fiscali, agli amministratori di condominio, agli urbanisti, ai consulenti legali in materia stragiudiziale, e a chi si occupa di tenuta della contabilità, dichiarazione dei redditi, imposizione fiscale, ai consulenti aziendali, che non siano già iscritti a un albo o collegio professionale. onde prevedere adeguate tutele previdenziali per i lavoratori di tali settori innovativi . Viene ribadita la natura giuridica di diritto privato. Escludendoli dalla spending review
L’assetto organizzativo della previdenza privata è molto frammentato, per la ragione storica. Ma se la realtà delle singole professioni giustifica una pluralità e una separazione degli ordini, non automaticamente lo stesso modello deve essere replicato per la gestione della funzione previdenziale. La presenza di venti enti diversi implica la presenza di macro-casse in termini di iscritti e di patrimonio gestito (quattro delle quali hanno ben più di 100 mila iscritti, con l’ENPAM che ne conta più di 350 mila, ENASARCO circa 250 mila e due – Cassa Forense e Inarcassa – intorno a 170 mila iscritti), di casse di
medie o piccole dimensioni (dalla CIPAG circa con 95 mila iscritti alla Cassa del Notariato con meno di 5 mila iscritti). In particolare l’esistenza di venti enti diversi, implica che ognuno abbia una propria gestione finanziaria e del patrimonio, in alcuni casi secondo un modello di gestione diretta attraverso le strutture amministrative dell’ente, in altri casi secondo una modalità di affidamento in outsourcing ad operatori finanziari esterni; le ridotte dimensioni patrimoniali di molte casse riducono il loro peso di
contrattazione nella gestione dei rapporti finanziari sul mercato, e rende difficile accrescere la trasparenza delle scelte finanziarie, considerando peraltro che il patrimonio complessivo degli enti previdenziali privati ammonta a circa 70 miliardi di euro e costituisce pertanto una massa finanziaria considerevole
.
La frammentazione implica poi una indubbia complicazione del contesto operativo e un incremento dei costi di funzionamento (si pensi alla pluralità di organi collegiali esistenti tra tutte le casse, alla tendenza alla elevata consistenza numerica degli organi e alle conseguenti remunerazioni), con la moltiplicazione delle procedure interne e dei rapporti con le autorità pubbliche di controllo. Le stesse procedure di vigilanza e di controllo da parte delle autorità pubbliche sono indubbiamente rese più complesso dovendo moltiplicare per venti enti le medesime attività. La scelta di favorire l’accorpamento degli enti si colloca dunque in continuità con una tendenza legislativa già esistente, sebbene inattuata.
La Commissione ritiene necessario distinguere gli enti a seconda della loro natura « monocategoriale » o « pluricategoriale ». Per stimolare il processo di accorpamento tra gli enti, che deve avvenire secondo criteri di affinità e similarità delle professioni, spesso connesse tra loro nella pratica professionale o con problemi gestionali analoghi, si prevede il divieto della costituzione di nuovi enti monocategoriali.
Per stimolare il processo di accorpamento su base volontaria da parte degli enti può essere introdotto un regime di tassazione agevolata per gli enti pluricategoriali, idoneo a costituire uno stimolo ad intraprendere tale scelta organizzativa.
L’accorpamento non deve peraltro determinare una confusione tra le gestioni degli iscritti a diversi ordini collegi professionali. Dal Parlamento vengono segnali di fumo che spingono in questa direzione ed anche rapidamente. Nella manovra bis, quella che ha reintrodotto i voucher, i fondi pensione sono stati esentati dal bail in, ma non così le Casse pensioni dei professionisti. Il sottosegretario al Tesoro Baretta ha subito fatto sapere che si cercherà di provvedere. Appunto, si cercherà!

Camillo Linguella

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