la relazione annuale della Covip: si poteva fare di più

L’8 giugno 2017 nella sala della Regina a palazzo Montecitorio è stato illustrato dalla Covip la stato dell’arte sulla previdenza complementare italiana relativamente allo scorso anno. Rispetto all’anno precedente parole e musica cambiano di poco. Il quadro complessivo è di fiacca stagnazione alla quale nessuna paura per il futuro riesce a dare una “mossa”. E’ vero che gli italiani sono ormai ossessionati dal timor panico di perdere  la pensione del tutto, ma questo, stando alle cifre, non si traduce in una crescita delle adesioni ai fondi complementari. Il caso più eclatante è fornito indubbiamente dai fondi del pubblico impiego, dove su una platea di circa 3.000.000 di dipendenti, solo circa 150.000 sono iscritti ai fondi pensione di categoria Espero per la scuola, Perseo Sirio ministeriali, enti locali, sanità e parastato.

Alla fine del 2016, il totale degli iscritti alla previdenza complementare è pari a circa 7,8 milioni ( 25% dei lavoratori attivi), in crescita del 7,6 per cento rispetto all’anno precedente, anche gli iscritti ai fondi negoziali sono aumentati del 7,4 per cento. I PIP, che sono contratti di assicurazione sulla vita puri e semplice, ma meno ingessati dei fondi chiusi e quelli aperti, pur avendo i costi più alti, continuano a registrare una dinamica delle nuove adesioni elevata, che ha consentito loro di raggiungere il 42 per cento degli iscritti complessivi.
A fine 2016, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari ammontano a 151,3 miliardi di euro, in aumento del 7,8 per cento rispetto all’anno precedente. Esse rappresentano il 9 per cento del PIL e il 3,6 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane.
Sale ulteriormente il numero di coloro che smettono di effettuare i versamenti. Il fenomeno, più diffuso tra i fondi aperti e i PIP, interessa quasi 2 milioni di iscritti, prevalentemente lavoratori autonomi. Questo è in diretta conseguenza della precarietà dei lavori, la reale cartina di tornasole dell’andamento dell’occupazione. Se si perde il lavoro si perde la possibilità di versare alla previdenza complementare.
Gli investimenti effettuati dai fondi pensione sono rimasti sostanzialmente stabili rispetto allo scorso anno. Prevalgono gli investimenti in titoli di debito (61 per cento), per i tre quarti costituiti da titoli di Stato. E’ pari al 16,3 per cento la quota dei titoli di capitale, al 13,5 per cento quella degli OICR e al 6,4 per cento quella in depositi. Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, rappresentano il 3,3 per cento del patrimonio.
Anche guardando agli investimenti nell’economia italiana, non si rilevano variazioni significative. L’investimento in attività domestiche ammonta a circa 35 miliardi di euro (29,5 per cento); la quota più consistente continua ad essere rappresentata dai titoli di Stato, pari a 31,1 miliardi di euro.
Nel 2016 i rendimenti, al netto dei costi e della fiscalità, sono stati in media positivi per tutte le tipologie di forma pensionistica e di comparto, beneficiando dell’andamento positivo dei corsi dei titoli azionari e obbligazionari nei principali mercati mondiali.
I fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,7 e il 2,2 per cento. Per i PIP “nuovi” di ramo III, il rendimento medio è stato del 3,6 per cento; le gestioni separate di ramo I hanno reso il 2,1 per cento. Nello stesso periodo il TFR si è rivalutato, al netto delle tasse, dell’1,5 per cento.
Alle differenze di rendimento tra le forme contribuiscono anche i diversi livelli di costo.
I PIP sono i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l’indicatore sintetico di costo è in media del 2,2 per cento (1,9 per cento per le gestioni separate di ramo I e 2,3 per le gestioni di ramo III). Si osserva inoltre una accentuata dispersione dei costi dei PIP offerti sul mercato, il che contribuisce anche alla dispersione dei rendimenti conseguiti.
Si conferma, invece, la minore onerosità dei fondi pensione negoziali: sul medesimo orizzonte temporale, l’indicatore è dello 0,4 per cento; è dell’1,3 per cento per i fondi pensione aperti.
Il ruolo dei fondi pensione e delle casse professionali nel finanziamento dell’economia italiana
I fondi pensione e le casse professionali, quali investitori istituzionali, possono svolgere un ruolo di assoluta rilevanza nel finanziamento dell’economia, disponendo, per proprie caratteristiche peculiari, di ingenti risorse utilmente impiegabili nel breve e lungo periodo.
Considerati nel loro insieme, essi investono in Italia circa 71 miliardi di euro, pari al 37 per cento del totale degli attivi. Oltre la metà delle risorse è formata da titoli di Stato, per un valore di 40,2 miliardi di euro, mentre poco meno di un terzo è formato dalla componente immobiliare. La quota destinata al finanziamento delle imprese italiane rimane ancora esigua: 7,2 miliardi di euro, pari al 3,7 per cento delle attività totali, di cui 3,4 miliardi in titoli di debito e 3,8 miliardi in titoli di capitale.
Questi investimenti limitati verso le imprese italiane deriva da politiche di gestione finanziaria tipicamente orientate alla replica di benchmark di mercato diversificati su scala internazionale, nei quali il peso assegnato all’Italia è marginale, in conseguenza del basso livello di capitalizzazione del mercato azionario italiano e del limitato numero di imprese quotate; da ciò derivano anche difficoltà nella valorizzazione e nella liquidabilità di strumenti non quotati.
I bassi tassi di partecipazione al lavoro delle donne e le trasformazioni del mercato del lavoro impongono più attenzione alle carriere discontinue, magari anche frammentate, all’alternanza tra attività e inoccupazione o tra fasi di lavoro dipendente e fasi di lavoro autonomo; dall’altra, l’allungamento della vita media e i bisogni sociali che ne conseguono rendono necessaria una permanenza delle tutele anche al termine della vita lavorativa. Le sfide imposte da questi mutamenti sociali richiedono risposte adeguate nel segno di una doverosa continuità di protezione, sia essa previdenziale, sanitaria o assistenziale, e dell’uso più efficiente di risorse, sia pubbliche sia private, quale leva per realizzare un sistema di Welfare realmente inclusivo e universale.
In tale quadro, la previdenza complementare può rafforzare il proprio ruolo, svolgendo in modo ancora più significativo di oggi una funzione di supporto al sistema previdenziale di base. La misura sperimentale introdotta dalla legge di bilancio 2017, la cosiddetta RITA, già consente di utilizzare anticipatamente le risorse accumulate nel fondo pensione per gestire la transizione tra il termine della vita attiva e l’accesso al pensionamento di base e dimostra come sussistano margini per ripensare la tutela previdenziale in un’ottica ancora più integrata e sinergica.
Tuttavia, la previdenza complementare rappresenta solo una tessera, seppur molto importante, del più ampio mosaico dei bisogni delle società che invecchiano, bisogni al cui soddisfacimento la vigilanza sociale può offrire il suo determinante contributo. Tra questi bisogni sociali, spiccano quelli di cura e di assistenza, anche a lungo termine, che particolare importanza hanno nelle società anziane, dove la riduzione della mortalità si accompagna spesso all’aumento della morbilità. Al soddisfacimento di tali bisogni, in una logica di sussidiarietà al primo pilastro, concorre anche la sanità integrativa, le cui esigenze di riordino e di efficientamento continuano a costituire una priorità per il Paese.
Diversamente dalla previdenza complementare, il settore della sanità integrativa, seppur già largamente sviluppato – operano sul mercato oltre 500 fondi – non risulta tuttora adeguatamente regolato né efficacemente vigilato.

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