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Perché i fondi non investono in Italia

I fondi pensione complementari non investono in Italia e questa di per sé non sarebbe una novità. La novità consiste nel volerli individuali come soggetti che si sottraggono al sacro dovere di rilanciare l’economia nazionale. Naturalmente è una idea che non sta nè in ciele nè in terra e per questo riscuote molto credito, come attualmente succede per tutte le teorie campate in aria.

Dalla recente relazione della Covip  del 2016 emerge in modo chiaro come  la previdenza integrativa  sia  considerata come uno dei tanti strumenti, peraltro non ancora pienamente consolidato,  al quale  i lavoratori italiani  possono rivolgersi  per accantonare parte del loro reddito da lavoro per costruirsi una integrazione quando andranno in pensione.  Fra fondi negoziali aperti istituiti dalle banche ed assicurazioni, fondi negoziali di categoria istituiti dai datori di lavori e sindacati, quelli che primeggiano invece sono rappresentati dalla terza fattispecie, i Pip, i piani individuali pensionistici.  Da soli rappresentano il 42% di tutti gli aderenti alla previdenza complementare. Nonostante i più alti costi, il Pip è il prodotto più flessibile che si adatta meglio all’attuale mercato del lavoro che rimane ancora incerto, frastagliato, insufficiente  eccetera per i giovani. Fra l’altro, i Pip non richiedono il versamento obbligatorio del tfr, che ai giovani precari, serve come l’aria per sopravvivere fra un lavoro ed un altro.
Per cui se guardiamo attentamente i dati sciorinati dalla Covip, le adesioni alla previdenza complementare sono 7,8 milioni, che si riducono a 7 milioni considerando coloro che hanno aderito contemporaneamente a due o più polizze, che si riducono ulteriormente  a 5 milioni se si escludono i due milioni di aderenti che nel 2016 hanno smesso di versare qualsiasi retribuzione.
Alla fine i reali iscritti sono 5 milioni, pochi se raffrontati ai 23 milioni di lavoratori attivi e  però con le loro quote accantonate,  rappresentano circa il 9% del Pil.
Alla fine del 2016 le risorse destinate alle prestazioni delle forme pensionistiche complementari ammontano a 151,3 miliardi di euro, il 7,8 per cento in più in ragione d’anno.
I fondi pensione preesistenti continuano a detenere la maggior parte delle risorse: 57,5 miliardi di euro, in crescita del 4 per cento rispetto al 2015. Il patrimonio accumulato è di 45,9 miliardi nei fondi pensione negoziali e di 17,1 miliardi nei fondi pensione aperti; l’incremento nell’anno è stato, rispettivamente, dell’8 e del 10,8 per cento, mentre i piani individuali di tipo assicurativo totalizzano nel complesso 30,6 miliardi di euro, in aumento del 18,2 per cento sul 2015.
Per i fondi pensione negoziali, la raccolta si è attestata a 4,6 miliardi di euro.
Il flusso di TFR versato alle forme complementari è cresciuto nell’anno di circa 200 milioni, attestandosi a 5,7 miliardi di euro.
Per quanto riguarda gli investimenti nell’economia italiana, e qui veniamo al punto, solo una esigua quantità di tutte le cifre sopracitate vanno a finanziare le aziende nostrane: alla fine del 2016 le forme complementari impiegano il 29,5 per cento del patrimonio in attività domestiche, in calo di 1,7 punti percentuali rispetto al 2015, per un controvalore di 34,6 miliardi di euro (33,4 nel 2014); i titoli di Stato ne costituiscono la quota più rilevante. I titoli emessi da imprese italiane sono rimasti pressoché invariati, costituendo il 3 per cento del patrimonio (2,9 nel 2015), per un controvalore di 3,4 miliardi di euro (3,2 nel 2015) suddiviso in 2,3 miliardi di obbligazioni e 1,1 miliardo di azioni. Quasi la totalità di tali investimenti si riferisce a titoli quotati.
La difficoltà a investire in titoli del settore privato italiano emerge anche dal confronto internazionale. Dall’ultima indagine annuale condotta dall’OCSE su un gruppo di 64 grandi fondi pensione, che include anche i tre fondi negoziali italiani più grandi, risulta che in media gli investimenti in attività dei rispettivi paesi, costituiscono il 66,5 per cento del portafoglio; per 55 fondi su 64 gli impieghi nazionali  superano quelli non nazionali. Per i tre fondi italiani invece, la quota di attività domestiche è compresa fra il 12 e il 53 per cento del patrimonio, comprendendo però sopratutto titoli di Stato e non azioni.
Il Decreto Ministeriale 166/2014 ha riformato in parte i criteri  d’investimento dei fondi pensione, sostituendo il precedente decreto ministeriale 703/1996 incentrato principalmente su restrizioni e vincoli quantitativi . La nuova normativa ha eliminato molti lacci e lacciuoli, pur nel rispetto di una prudente politica di gestione. Poi immediatamente dopo ha innalzato ( il governo) l’aliquota fiscale sui rendimenti finanziari dall’11 al 20%,   inventandosi un escamotage per dirottare le risorse dei fondi negli investimenti infrastrutturali nostrani con lo strumento del credito di imposta, mettendo a disposizione dei fondi che lo avessero fatto 80 milioni di euro. Ma la complessità delle procedure hanno di fatto dimostrato che questo strumento era pressocchè inapplicabile, per cui con la legge di bilancio 2017 il credito d’imposta è stato abolito esostituito da incentivi fiscali. Contemporaneamente si cerca di far dare la possibilità ai fondi di investire nei PIR, il nuovo strumento finanziario in favore delle PMI. In questo caso ci sarebbe la quadratura del cerchio.

Tra le cause che fin qui possono aver ostacolato gli investimenti in titoli delle imprese italiane, privilegiando i titoli del debito pubblico, figurano: la replica di benchmark dei mercati internazionali nei quali il peso dell’Italia è marginale; lo scarso sviluppo dei mercati dei capitali privati e il numero limitato di imprese quotate ( neppure 300 a fronte delle migliaia negli USA per esempio); le difficoltà nella valorizzazione e nella liquidabilità di strumenti non quotati. Né a parer mio le agevolazioni fiscali per gli investimenti a lungo termine  varate recentemente potranno realizare quella inversione di tendenza che il governo auspica. Non si tratta di cattiva volontà, ma del contesto. Se ci fosse per esempio una molteplicità di società quotate, di una situazione economica in crescita costante, le casse professionali e fondi pensione non si sottrarrebbero. D’altra parte sono gli stessi aderenti che in qualche modo frenano. I comparti di investimenti scelti infatti sono quelli a bassissimo rischio perché si vuole ridurre al massimo la possibilità di perdita. Il benchmark da replicare è  e rimane quello del rendimento del tfr. Da qui non  ci si schioda.

 

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