Un bisogno non percepito

Dai dati della Covip emerge che le adesioni alla previdenza complementare sono 7,8 milioni cifra che si riduce a 7 milioni considerando coloro che hanno aderito contemporaneamente a due o più polizze, che si riduce ulteriormente a 5 milioni se si escludono i due milioni di aderenti che nel 2016 hanno smesso di versare qualsiasi retribuzione.
Se raffrontiamo questo dato con i 23 milioni di lavoratori attivi dipendenti o autonomi, vediamo subito che sono sconsolatamente pochi. Lontani dai macro numeri vigenti nei paesi dell’OCSE. Si tratta solamente di circa un quarto di tutti i lavoratori dipendenti ed autonomi.
Da questi numeri si vede subito che la previdenza complementare non ha conquistato il cuore degli italiani. Eppure a dieci anni dalla riforma effettuata con il decreto legislativo 252/2005 ( entrato in vigore dal 2007) il sistema ha funzionato, i fondi hanno superato agevolmente la crisi 2008/2011 ed ancora lo scorso anno i rendimenti sono stati superiori alla rivalutazione del Tfr.
In soldoni, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, il rendimento medio è stato del 2,7% per i fondi negoziali e del 2,2% per i fondi aperti a fronte di una rivalutazione del Tfr al netto delle tasse dell’1,5%. Per i piani individuali pensionistici nuovi di ramo III (Pip) il rendimento medio è stato invece del 3,6%.

Su un periodo di osservazione più ampio (2008-2016), che tiene conto della crisi globale, il rendimento netto medio annuo dei fondi pensione negoziali è stato del 3,4%, dei fondi aperti del 2,9%; nei ‘Pip’ è stato del 3% per le gestioni di ramo I e del 2,2% per le gestioni di ramo III. La rivalutazione del Tfr, segnala la Relazione Covip, nello stesso arco temporale è stata del 2,2 per cento.
Sulle cause che mantengono gli italiani lontani dalla previdenza complementare si sono fatte lunghe ed approfondite analisi, più o meno convergenti sulla diffidenza dello strumento, sulla scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano i mercati finanziari e sulla immarcescibilità del sistema pensionistico pubblico, nonostante il profondo rosso aumenta anno dopo anno, come puntualmente denuncia il Civ dell’Inps, come è stato costretto a rilevare, nero su bianco, anche il presidente Boeri nella nota di variazione al bilancio preventivo 2017. il saldo di competenza finanziaria è previsto pari a -6.599 mln (era di -6.551mln nelle precedenti previsioni).
Il risultato d’esercizio è di -6.279 mln, a fronte di -6.152 mln del preventivo originario 2017;
Il patrimonio netto previsto alla fine dell’anno è pari a -7.990 mln (era di -7.863 mln).
La gestione di cassa evidenzia una variazione negativa delle disponibilità liquide per 13.915 mln, in quanto il differenziale negativo tra riscossioni e pagamenti di 17.513 mln (a fronte dei 18.598 del preventivo 2017), trova copertura per 3.598 mln con le previste anticipazioni di bilancio dello Stato.
Tutti diranno che la colpa è dovuta alla fusione con l’Inpdap, ma la cosa non ci rende più tranquilli.

Di fronte a questa poco rosea situazione, rimane l’esame dell’item non ancora sufficientemente esplorato o analizzato, cioè il perché che la necessità di una integrazione pensionistica non sia percepita come un bisogno reale.
Una spiegazione può essere rinvenuta nell’esistenza di elementi concreti e di quelli futuribili (onirici).
Fra gli elementi concreti c’è una scuola di pensiero che la ritiene inutile oltre che pericolosa.
Inutile perchè dopo la riforma Fornero, l’innalzamento del limite di età e la maturazione di un importo minimo per potersene rimanere a casa, aumenta il tasso di sostituzione in maniera più che confortevole.
Il tasso di sostituzione è il raffronto fra ultimo stipendio e prima rata di pensione. Con la previgente legge Dini, con il sistema contributivo, si sarebbe potuto accedere alla pensione addirittura con 5 anni di contributi e 57 anni di età. In questo contesto il tasso di sostituzione era stimato fra il 30/40%. E’ ovvio che l’integrazione pensionistica era una necessità inderogabile.
Viceversa dovendo andare in pensione verso i 70 anni il coefficiente di sostituzione netto si innalza parecchio, fino a raggiungere quell’80% dell’ultimo stipendio che era il livello pensionistico conseguibile con il sistema retributivo.
Se il quadro appena delineato fosse proprio così, non resterebbe che intonare un toccante “de profundis” per la complementare e tanti saluti.
Purtroppo siamo di fronte ad un modello ideale costruito su ipotesi di una inflazione annua media del 2% ed il PIL che cresca annualmente a cifre intere, non dello zero virgola, quando non addirittura in territorio negativo, come purtroppo si è verificato, con lavoratori che hanno carriere continue e stipendi sempre in crescita.
Va da sé che a occupazione stagnante corrisponde una diminuzione dei contributi previdenziali che equivale a minori pensioni future. Miracolo che non ha fatto il pur miracoloso jobs act. Poi mettiamoci la ventilata e paventata riduzione del cuneo fiscale che è una diminuzione dei costi per le imprese e una diminuzione delle tutele per i dipendenti.
Poi mettiamoci la paura di perdere il tfr per il crollo delle Borse. Il tfr si rivaluta comunque a pre4scindere e meglio “il poco ma sicuro”.
Ma il rischio demografico e il rachitismo del mercato del lavoro non sono una panacea per i bilanci pubblici e sarà gioco forza re intervenire con nuovi tagli pensionistici. Per cui non ci si può eludere dai fondi pensione.
Poi veniamo all’elemento psicologico – onirico. Quest’ elemento che blocca è la istituzione della futuribile “pensione contributiva minima di garanzia” prevista dal protocollo sindacati governo nella fase 2 sulle pensioni. Se viene assicurato il minimo vitale che necessità c’è di mettere a repentaglio il proprio tfr? Nessuno ci crede ma molti ci sperano.
Io mi auguro che la pensione minima di garanzia diventi un fatto concreto quanto prima per salverebbe molte persone dall’indigenza, ma non assicura quella adeguate prestazioni per vivere serenamente e fare pronte a tutti gli imprevisti della vecchiaia, per i quali per come si stanno mettendo le cose, ognuno dovrà provvedere di tasca propria, out of pocket come si preferisce dire più elegantemente.

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