Il Rapporto dell’Inps: analisi, proposte e garbate polemiche sul bilancio

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Martedì 4 luglio 2017, presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha presentato il Rapporto annuale dell’Istituto. Sono intervenuti il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti e il Vicepresidente della Camera, Simone Baldelli.
Nella sua Relazione Boeri ha evidenziato il nuovo ruolo che l’Istituto deve assumere in correlazione alla congiuntura economica che il Paese sta vivendo e ai possibili scenari futuri e ha fornito le sue ricette per risolvere i problemi assistenziali e previdenziali di lungo periodo con numerose simulazioni.
Il Presidente in larvata polemica con il Civ rei di non avergli approvato il bilancio, su cui dedicherà un terzo della sua prolusione e di non essere esploso in una  stanting ovation, ha  rassicurato gli astanti sulla sostenibilità del sistema previdenziale italiano, aggravandone conseguentemente le preoccupazioni.

Il primo intervento che il presidente chiede al Parlamento è il cambio del nome che dovrebbe diventare Istituto Nazionale della Protezione Sociale perché è più bello. Un po’ come si faceva in passato quando lo spazzino diventava operatore ecologico. Ma il grado di pulimento non aumentava per questo. In effetti sono 440 le prestazioni oggi erogate dall’Istituto, di cui solo 150 di natura previdenziale. Troppe! Bisognerebbe regionalizzare tutte quelle con contributive o creare un altro ente. Recentemente ai compiti già previsti si sono aggiunte il Bonus mamma domani, l’Ape sociale e l’Ape volontaria,  ancora sui nastri di partenza, tutte prestazioni di natura non strettamente previdenziale. Nel 2018 l’Inps sarà l’ente concessorio del Reddito di Inclusione, la prima misura di assistenza sociale omogenea per  tutto il territorio nazionale. Ogniqualvolta si propone un programma rivolto direttamente ai cittadini, alle famiglie, l’Inps viene chiamato in causa, come amministrazione cardine di questi servizi ( ma non è detto che sia sempre cosi). I cittadini devono sapere che sono “clienti” ma che purtroppo  non possono scegliere il negozio dove servirsi., dove non vale la regola che “il cliente ha sempre ragione”. Una volta gli iscritti all’Inps erano definiti utenti. In questo caso il cambio del nome corrisponde alla sostanza delle cose.
L’occupazione segna una nuova diminu8zione e lo stesso Inps rileva che è preoccupante la minore appetibilità delle assunzioni con contratti a tempo indeterminato rispetto a quelli a tempo determinato, una volta che sono stati rimossi i forti incentivi contributivi del 2015. Opportuno riconsiderare il regime dei contratti a tempo determinato, che trasferiscono troppa parte del rischio di impresa sul lavoratore, potendo essere rinnovati ben 5 volte nell’arco di 3 anni. Preoccupa soprattutto l’intreccio fra precarietà e copertura previdenziale: come è stato documentato, frequenti episodi di non-occupazione all’inizio della carriera lavorativa hanno effetti molto rilevanti sulle pensioni future di chi è nato dopo il 1980 ed è perciò interamente assoggettato al regime contributivo. Questo rischio potrebbe essere in parte coperto fiscalizzando una componente dei contributi previdenziali all’inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto a tempo indeterminato.

Sugli immigrati Boeri afferma che non si possono chiudere le frontiere! Per avere un sistema di protezione sociale in grado di difendere i più deboli non solo dalle recessioni, ma anche dalle grandi sfide della globalizzazione e del progresso tecnologicosi ha  bisogno di zoccoli minimi sia per le famiglie – un reddito minimo garantito – che per gli individui che lavorano – un salario minimo. Abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale. Oggi gli immigrati offrono un contributo molto importante al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale e questa loro funzione è destinata a crescere nei prossimi decenni man mano che le generazioni di lavoratori autoctoni che entrano nel mercato del lavoro diventeranno più piccole. Nella Parte terza del Rapporto documentiamo come gli immigrati che arrivano da noi siano sempre più giovani: la quota degli under 25 che cominciano a contribuire all’Inps è passata dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015. In termini assoluti si tratta di 150.000 contribuenti in più ogni anno. Compensano il calo delle nascite nel nostro Paese, la minaccia più grave alla sostenibilità del nostro sistema pensionistico, che è attrezzato per reggere ad un aumento della longevità, ma che sarebbe messo in seria difficoltà da ulteriori riduzioni delle coorti in ingresso nei registri dei contribuenti rispetto agli scenari demografici di lungo periodo.
Nel triennio precedente alla crisi circa 150.000 lavoratori immigrati cominciavano a versare contributi ogni anno mentre il 5% dello stock di lavoratori immigrati (circa 100.000 persone) uscivano dal nostro mercato del lavoro. Nella simulazione la popolazione dei contribuenti immigrati si riduce mediamente ogni anno di circa 80.000 persone nei prossimi 22 anni. Ipotizzando una retribuzione annua di ingresso di 2.700 euro, molto inferiore a quella dei lavoratori italiani, poi crescente fino a un massimo di 9.500 euro al termine della carriera. Guardando tanto al gettito contributivo che alle spese associate a prestazioni destinate agli immigrati (pensioni, prestazioni a sostegno del reddito, assegni al nucleo famigliare, invalidità civile), iI risultati della simulazione a prezzi costanti possono essere riassunti in tre cifre: nei prossimi 22 anni avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps. Insomma una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i conti sotto controllo.
Il Rapporto mette in luce come ci sia una forte relazione positiva fra occupazione femminile e natalità. Possiamo aspirare a diventare uno dei paesi con alta partecipazione femminile e alta natalità, anziché essere relegati all’estremo opposto della bassa partecipazione e bassa natalità. Questo ci permetterebbe di rendere più sostenibile il nostro sistema di protezione sociale unendo ai vantaggi di avere un più alto numero di contribuenti, quelli di impedire un forte declino dei tassi di fecondità che può minare alla base i sistemi pensionistici a ripartizione.
Il declino delle nascite in Italia si spiega con gli alti costi della genitorialità.
In finale il costo dell’Inps. Nel 2016 è costata 3.660 milioni contro i 4.531 del 2012, all’indomani dell’incorporazione di Inpdap ed Enpals. I maggiori risparmi sono stati ottenuti in questi anni sulle spese per l’informatica (-156 milioni) e il personale in servizio (-214 milioni), oltre che nella razionalizzazione della nostra presenza sul territorio, ad esempio accorpando le sedi Inps ed Inpdap (-109 milioni). I costi complessivi della macchina nel 2016, al netto dei riversamenti all’erario per l’Irpef dei dipendenti, sono stati di 3,3 miliardi. Quindi, a fronte di circa 440 miliardi di prestazioni erogate, l’Inps costa allo Stato italiano poco più di 3 miliardi l’anno.
Manca la sottolineatura dell’adeguatezza sulle pensioni. Il rapporto è tutto sbilanciato sulla sostenibilità e quindi nessun accenno alla previdenza complementare, a meno che non sia sfuggito.

cam ling

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