Ingiusto l’aumento dell’età senza modificare il calcolo dei coefficienti

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Dal 2019 o al massimo dal 2021 l’età pensionabile sarà portata a 67 anni per l’adeguamento alla speranza di vita. E’ in corso ovviamente un braccio di ferro fra governo e sindacati per interrompere questa corsa fra Achille e la tartaruga che allontana sistematicamente il sospierato traguardo della pensione. In aiuto delle confederazioni sono scesi in campo Damiano e Sacconi, con qualche esperienza in materia essendo entrambi ex ministri del lavoro. A raggelare gli animi è apparsa sui giornali  la notizia che secondo un fantomatico dossier che non si rinviene da nessuna parte, il mancato aumento dell’età pensionabile costerebbe 1,2 miliardi di euro. A parte la facile e populistica considerazione che se pure fosse, si spendono 4 miliardi per salvare alcune banche decotte non si vede perché non si possano spendere somme molto inferiori per le pensioni! Spero comunque che qualcuno spiegherà come sono stati fatti questi calcoli peer verificarne l’attendibilità. Certo l’operazione di8 blocco non è a costo zero, ma neppure un miliardo e mezzo circa.
L’età pensionabile è diventata un traguardo mobile. E’ giusto che sia così. Ma i tempi, i modi ed i presupposti sono completamente sbagliati e quindi iniqui ed ingiustificatamente penalizzanti.
I fans dell’aumento dell’età pensionabile a loro supporto citano i report statistici. Queste statistiche parlano di un’età pensionabile media pari a 63 anni, quindi ben lontana dai parametri della Fornero. Tuttavia i soggetti che stanno andando in pensione dal 2012 in poi comunque ci vanno con i nuovi limiti di età, altrimenti non si sarebbe creata la categoria degli esodati. Per rompere la rigidità del sistema senza abolirlo, si è dovuto ricorrere all’invenzione delle varie Api oltre alla sistemazione dei lavoratori precoci.
Le riforme relative alla flessibilità pensionistica in uscita, previste dalla legge di bilancio 2017, comprese la Rita che riguarda i soli iscritti alla previdenza complementare, sono sul nastro di partenza anche se mancano ancora i decreti attuativi per l’Ape volontaria e gli accordi con le banche e le compagnie di assicurazioni.
Sabato 15 luglio scade il termine per la presentazione delle domande e ci metteremo ad analizzare i dati raccolti perché sarà molto interessante.
Siamo in un territorio tutto da verificare anche se dal numero delle domande pervenute finora fra ape sociale e lavoratori precoci, si è nell’ordine delle cifre ipotizzate di 60.000 ( due giorni fa erano 51.000). Fa impressione che ben 28.000 domande, più della metà riguardano i disoccupati, il  che la dice lunga sullo stato della nostra economia.
Per spezare la folle corsa di Anchille e la mitica tartaruga, si spera che nell’attuazione della “fase due” fra governo e sindacati sia inclusa la riforma del sistema di calcolo dei coefficienti di trasformazione, in base al quale si determina l’importo pensionistico e che è paramentrato sulla speranza di vita e sull’andamento del Pil.
La riforma dei coefficienti di trasformazione renderà superflue le Api volontarie, sociali e aziendali. Apparentemente la soluzione adottata è una delle più eque, vista la neutralità dei coefficienti che assicurano una giusta corrispettività fra contributi versati e rate di pensione.
Ma non è proprio così, almeno nel modo in cui i coefficienti sono stati strutturati ed adottati in Italia.
La legge Dini nel definire i coefficienti vigenti dal 1996, ne impose una revisione decennale. La prima è stata fatta del 2010 che comportò già allora una diminuzioni delle pensioni, ma comunque riguardavano le età pensionabili da 57 a 65, mentre con la riforma Fornero si va in pensione da 66 a 70 anni. La legge 247/07 ridusse il tempo intercorrente per il calcolo dei nuovi coefficienti da 10 a 3, e a decorrere dal 2019, da tre a due. La prima cosa da fare è ripristinare la triennalità perchè essendo calcolati su una speranza di vita maggiore, riducono l’importo della pensione.
L’art 1 comma 12 della legge 247/2007 aveva previsto l’istituzione di una specifica Commissione con il compito di proporre, entro il 31 dicembre 2008, modifiche dei criteri di calcolo dei coefficienti di trasformazione, nel rispetto degli andamenti e degli equilibri della spesa pensionistica di lungo periodo e nel rispetto delle procedure europee. I coefficienti devono tener conto:
a) le dinamiche macroeconomiche, demografiche e migratorie;
b) l’incidenza dei percorsi lavorativi, la tutela delle pensioni più basse e i meccanismi di solidarietà e garanzia per tutti i percorsi lavorativi;
c) il rapporto intercorrente tra l’età media attesa di vita e quella dei singoli settori di attività.
Detta Commissione non è mai stata nominata.
Quando bisogna fare cassa si opera senza pensare più di tanto ai danni collaterali. Non è sfuggita a questa regola neppure la riforma Fornero che in  base a presunti”sacrifici equi per tutti”  puntò sulla leva dell’innalzamento indiscriminato dell’età pensionabile.
Il parametro dell’età pensionabile da solo non basta a realizzare il principio di equità, c’è anche quello dell’anno di nascita e dei “lavori” differenti (presi poi  a base dell’Ape Sociale). I coefficienti non possono guardare all’età al pensionamento, ma anche quello di nascita.
Famoso l’esempio di due lavoratori che, nati nello stesso anno,anzi due gemelli, A e B, che iniziano a lavorare nello stesso anno e nella stessa azienda, che presentano lo stesso profilo retributivo e di carriera ed, inoltre, che i limiti per poter andare in pensione siano stati fissati tra i 60 e i 65 anni.
Il gemello A decide di andare in pensione a 64 anni e il gemello B l’anno successivo, a 65 anni. Se nel frattempo vengono introdotti i nuovi coefficienti, la conseguenza è che il gemello B, pur avendo lavorato un anno in più, viene a percepire una pensione inferiore o pari a quella del gemello A, che ha lavorato un anno in meno.
Si deve concludere, più in generale, che i lavoratori dello stesso anno di nascita, a causa della introduzione dei nuovi coefficienti si trovano ad avere di una pensione più bassa dopo aver lavorato di più.
Una soluzione possibile, è quella di procedere al calcolo della pensione applicando al montante contributivo i coefficienti vigenti nel periodo in cui il montante contributivo si è costituto. Cioè applicare i coefficienti di trasformazione in pro quota e non retroattivamente su tutto il montante.
Per chiarire: se il gemello A lavora fino a 60 anni e il gemello B fino a 63 anni, l’impiego di questo criterio comporta l’applicazione degli stessi coefficienti ai monti contributivi che i due fratelli si sono costituiti fino ai 60 anni di età; per il gemello B, inoltre, i nuovi coefficienti si applicheranno al solo montante contributivo che è riuscito a costituirsi nei tre successivi anni di lavoro.
Un altro problema è quello relativo alla specificità dei lavori. A questa si sta dando una risposta sperimentale con l’Ape sociale. Il perché è ovvio.
La vita media di un lavoratore è legata alla sua attività lavorativa. Un minatore, un edile, un lavoratore di un altoforno presentano una vita media più bassa di coloro che svolgono prevalentemente un’attività meno gravose. Una vita media più bassa comporta coefficienti di trasformazione più elevati e, quindi, una pensione più elevata, perché, nel caso in esame, il montante contributivo deve essere spalmato sotto forma di pensione su un numero minore di anni, quindi niente di “sociale”, ma rimanendo nello stretto campo dell’equivalenza attuariale. E’ vero che con la legge di bilancio 2017 sono state introdotte delle tutele per i cosiddetti lavori usuranti ed i lavori gravosi, ma allo stato attuale non si tratta di diritti soggettivi, ma di una mera aspettativa.
Il numero dei fortunati non dipenderà solo dal possesso dei requisiti richiesti dalla legge, ma anche dalle somme stanziate nel periodo sperimentale. Se si attuasse la riforma dei coefficienti di trasformazione, non staremo di fronte ad un terno al lotto, ma alla applicazione dei diritti senza restrizione e senza aggravio a carico dello stato, perché a ciascuno sarà dato il suo..
Camillo Linguella

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