Nel dibattito sulle pensioni la complementare scivola in fondo

Si è appena spenta l’eco dell’ultima dichiarazione  del presidente dell’Inps alla Commissione Immigrazione dove ha riferito che gli extracomunitari versano contributi per 8 miliardi di euro ricevendo in cambio prestazioni irrilevanti: ” In molti casi – ha affermato- i contributi previdenziali  degli immigrati non si traducono poi in pensioni. Abbiamo calcolato che fin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni. E ogni anno questi contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro di entrate aggiuntive nelle casse dell’Inps”.
Qualche giorno prima invece si era scagliato contro i pensionati italiani che se ne vanno all’estero per vivere meglio. Contro le pensioni percepite all’estero il presidente dell’Inps durante un’audizione alla Camera, alla Commissione permanete sugli italiani nel mondo ha dichiarato: l’Inps spende ogni anno oltre un miliardo di euro come se fossero soldi regalati e non corrispondenti ai contributi versati .”  A giugno sono stati infatti 355,835 gli assegni pagati in 160 differenti paesi a cittadini italiani (373.265 nel 2016), concentrati soprattutto in Europa (179.636), America settentrionale, Oceania e Sud America”.
Precedentemente in merito  alla richiesta avanzata un po’ da tutti di bloccare l’aumento automatico dell’età pensionabile a decorrere dal 2019 dagli attuali anni 66 e 7 mesi a 67 anni, ha affermato che l’accoglimento avrebbe causato, nel lungo periodo un costo aggiuntivo di 141 miliardi ( non milioni).
Quasi in parallelo con queste esternazioni ci sono stati due appuntamenti  che non hanno fatto notizia da prima pagina, ma che, dopo venti anni di provvedimenti varati con cadenze annuali, di tagli e restrizioni varie, hanno cercato di approfondire le questioni ancora aperte in concomitanza del varo dei primi provvedimenti  positivi sulle pensioni, . Cosa che è stata resa possibile con la riedizione della concertazione fra governo e sindacati, anche se non si può chiamarla così.
I due appuntamenti sono stati l’attivo unitario confederale sulle pensioni del 13 luglio scorso dove è stata richiesta l’apertura concreta della “ fase due “ dell’accordo sulle pensioni e la successiva iniziativa il 17 luglio presso la sede nazionale del PD con il vice segretario Martina, il ministro Poletti e Nannicini l’ideologo dell’ape. Invitati e presenti i segretari confederali dei sindacati.
Gli argomenti trattati sono stati pressocchè sovrapponibili, incentrati soprattutto sulla possibile concessione di una pensione minima di garanzia per gli attuali giovani alla maturazione di 20 anni di contributi,  con un importo minimo a partire da 650 euro mensili.
Anche se nella riunione dei sindacati fra i punti rivendicati e da rivendicare c’è il rilancio della previdenza complementare, in effetti per forza di cose, la richiesta è scivolata sullo sfondo come un problema non più urgente e prioritario.
Il presidente dell’Inps da parte sua si è espresso su tutto, ma sulla previdenza complementare non si registrano  interventi degni di nota, come se per lui la questione non esistesse, se si esclude qualche intervento sporadico come quando era un semplice collaboratore della voce.info

E’ giusto che sia così?, cioè le attuali modifiche in corso renderanno superfluo il ricorso alla pensione integrativa?
La pensione minima di garanzia parrebbe deporre a favore del superamento della previdenza complementare che a tutt’oggi, nonostante le perfomance di tutto rispetto non ha mai pienamente affascinato i lavoratori italiani. Perchè metttere da parte il tfr quando  in futuro si potrà avere tutte due le cose.  Viceversa  il mondo del lavoro sta mostrando una predisposizione sfrenata verso il welfare contrattuale specie quello aziendale, favorita da una politica di sgravi fiscali e le risorse vengono spese in mille rivoli, dai biglietti del tram alla festa della befana, oppure indirizzati verso la Sanità Integrativa, che sarà fonte di grossi problemi quando si diventerà pensionati e, espulsi dalla impresa dove si lavora,  si perderà il diritto al relativo welfare aziendale e allora si dovrà pagare di tasca propria il premio assicurativo per la polizza sanitaria che sarà quello di  mercato che potrà levitare fino a 2000 euro e oltre  l’anno (casi già verificati purtroppo!) e che se non ci fosse il Servizio Sanitario Nazionale si rimarrebbe senza assistenza medica di qualsiasi livello. Questa è la strada giusta per cominciare a pensare un Obamacare italiano!
L’idea della pensione minima, chiamiamola così, nasce su una previsione negativa ma cinicamente realistica. Cioè il mercato del lavoro nonostante i miracolosi provvedimenti adottati dal 2014 in poi continuerà ad essere formato  di lavori frammentari e discontinui, con carriere piatte. Comunque i 650 euro, pur elevabili di ulteriori 30 euro come previsto dall’ipotesi Nannicini, non darebbe l’adeguatezza necessaria per un decente vivere. Infatti con questa pensione giusto emigrando nei paesi dell’est si può ragionevolmente pensare di sopravvivere perché lì attualmente lo stipendio medio è sui 400 euro.
Quindi ben venga la pensione di garanzia, da modulare in modo che venga finanziato dal lavoro reale e non dall’Irpef se non si vuole ulteriormente appesantire il debito pubblico, ma occorre sempre  costruirsi una sua integrazione.
D’accordo che il welfare privato non può essere solo la pensione complementare, ma se deve comprendere la sanità, bisogna pensare che questa copra i rischi anche da pensionato con la previsione di premi assicurativi abbordabili o inclusi negli anni di iscrizione al fondo.
Ultimo aspetto è l’iniezione di denaro fresco che le risorse della previdenza complementare possono dare nell’economia reale e quindi indirettamente alla stabilizzazione delle ripresa economica e dell’occupazione, occupazione  che sia necessitata dalla richiesta dei beni e servizi e non drogata da sgravi ed incentivi che lasciano il tempo che trovano e durano lo spazio di un mattino.

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