La crescita del Pil non allenta la morsa sulle pensioni

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Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita del prodotto interno lordo italiano dell’1,3 per cento ed in contemporanea un quotidiano nazionale dava la bella notizia ai giovani nati al 1980 in poi che dovranno lavorare fino a 73 anni se vorranno uno straccio di pensione.

Questo è  creare panico ingiustificato,  la prima cosa su cui riflettere e’ che il governo e i sindacati stanno studiando come  modificare  la legge Fornero proprio per evitare tutto questo. Non a caso è stata messa in cantiere la proposta della pensione minima .

Nessuno discute che nel lungo periodo il limite di età possa essere stabile a 70 anni, già oggi  alcune categorie come i magistrati e i professori universitari possono andare in pensione a 75 anni. Ma è notorio che il lavoro intellettuale anche se defaticante e complicato e’ meno usurante dei lavori di cui l’ape sociale ha riconosciuto recentemente la diversità.

Una delle discussioni in questo momento è proprio la differenziazione della speranza di vita in base ai mestieri svolti e non dobbiamo dimenticare inoltre che studiosi del problema dicono che in un futuro non molto lontano vivremo fino 100 anni sani e gagliardi ed in questo contesto il limite dei 70 anni è addirittura ovvio.

Ma rimaniamo al presente. Il rilancio del pil se correttamente usato dovrebbe restituire prioritariamente nuovo vigore ai consumi  che di per se’ significa (ordinariamente) nuova occupazione e quindi nuovi contributi all’ inps ( che si aggiungeranno a quelli già provvidenziali versati dagli immigrati). Fatto che renderà più facile l’adozione di nuove misure pensionistiche, la messa in soffitta l’idea della riduzione del cuneo sul lavoro e l’idea malsana della decontribuzione, anche se ammantata dalla fallace idea di la rilancio della previdenza complementare. Il perché è presto detto.

L’aumento del Pil significa badalmente più ricchezza prodotta, minore necessità di indebitamento per le spese relative allo stato sociale, sanità, pensioni, istruzione e ricerca. Se poi questa ripresa fosse accompagnata da una più incisiva spending review e lotta all’evasione, si avrebbero maggiori margini di manovra. Ma è bene rimanere con i piedi per terra. Prima di tutto bisogna eliminare il lavoro precario a cominciare dalla Pubblica Amministrazione( i ministeri e gli enti locali non sono strutture stagionali a termine). I lavori precari dovranno essere residuali ed eccezionali. La continuità del lavoro favorisce i montanti contributivi all’ inps e rende sicura la pensione come diritto esigibile ad età ragionevole. Esso contribuisce al rilancio della previdenza complementare sempre necessaria per garantire l’adegutezza dell’assegno pensionistico. Infatti la stabilità del lavoro è un incentivo prezioso in favore del risparmio previdenziale incentrato sull’utilizzo del TFR. Questo utilizzo conseguente all’aumento delle adesioni, aumenta la massa patrimoniale dei fondi pensione che possono così investire nell’economia reale con ulteriore effetto di trascinamento sul Pil. Il limite di questo ragionamento sta nell’apologia fatta e che continua con il jobs act, al lavoro flessibile  che non ha prodotto risultati significativi, unito al mantra della “fine del posto fisso”. Ma mi daranno del primitivo e nella migliore delle ipotesi, incompetentemente obsoleto

camillo linguella

 

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