L’ossessione per le pensioni

Scritto il alle 09:06 da [email protected]

L’ ossessione in psicologia consiste in idee, pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti percepiti come intrusivi, fastidiosi e che solo alcuni comportamenti possono eliminare così da prevenire un disagio e una situazione temuta. Per esempio la paura di aver lasciato le luci accese o il gas. Il soggetto colpito prima di uscire controlla più volte gas e luci, ma appena sceso di casa deve risalire subito per constatare che veramente  tutto è a posto. Se il soggetto colpito da quella specifica ossessione non l’avesse fatto, sarebbe stato in ansia tutta la serata.
Una cosa analoga sta succedendo nel campo delle pensioni. Molti sono ossessionati dall’idea che gli attuali pensionati stanno rubando con pensioni indebite, le giovani generazioni, altri dall’idea che nel futuro le pensioni prima o poi scompariranno del tutto. E finchè non troveranno risposta a queste fobie non troveranno pace. Il dibattito, complice anche le alte temperature di questi giorni, infiamma, è il caso di dire, discussioni a tutto campo con teorie, propositi ed idee alcune con un minimo di fondamento, altre palesemente strampalate. Ieri il Sole 24 Ore ed il Messaggero dedicavano la prima pagina alla questione con titoli e ricette quasi identici: ll sole24 ore: “Giovani precari, in pensione 6 anni dopo i padri“, il Messaggero: “Lavoro e pensioni: il piano giovani”. Al momento sembrano vincere gli ossessionati dall’idea che bisogna tagliare da tutte le parti. Basta guardare i fatti.

E’ stata appena pagata nello scorso mese di luglio la 14^ ai pensionati meno abbienti, festeggiata da tutte le parti come una delle conquiste positive dell’ultimo accordo governo sindacati, quando, qualcuno, ahimè, si è accorto che l’hanno riscossa, avendone diritto, anche i pensionati andati all’estero per fare “la bella vita”. Ecco che interviene subito il presidente del Comitato per gli italiani all’estero del Senato, Claudio Micheloni.
Stiamo lavorando con l’Inps” ha dichiarato “ per proporre una misura in manovra che riduca le prestazioni assistenziali dell’Italia verso i connazionali residenti all’estero. D’altra parte però, osserva Micheloni, «aprirebbe una strada per leggi a “geometria variabile”. Infatti la riduzione delle prestazioni assistenziali ai pensionati sarebbe limitata a quei Paesi dotati di un sistema di tutele sociali, che comunque garantirebbero l’aiuto sociale ai concittadini residenti all’estero. Si tratterebbe quindi prevalentemente di Paesi europei, diverso, invece, il discorso per Stati che non hanno un sistema di welfare adeguato: in questi casi la situazione non cambierebbe, l’Italia continuerebbe a pagare quattordicesime, integrazioni al minimo e altre maggiorazioni.
Tito Boeri, presidente dell’Inps, poco tempo prima si era a sua volta lamentato che ogni anno paga 373 mila pensioni a italiani residenti all’estero, invece di considerare che costringere cittadini anziani a diventare emigranti nell’ultimo scorcio della propria esistenza, lontani dai cari e dai luoghi dove si è trascorsi bene o male la propria esistenza, non è una cosa esaltante, anzi un po’ ci si dovrebbe vergognare. Si tratta di lavoratori che hanno versato contributi e pagato le tasse tutta la vita ma ora con la pensione non ce la fanno a vivere e sono costretti, senza l’assistenza di nessuna Ong, anzi quasi additati al pubblico ludibrio, ad emigrare in paesi dove il potere d’acquisto della pensione è più consistente ed i servizi sociali per gli anziani funzionanti.
La caccia alle streghe non è finita qui. Dopo l’approvazione della legge sull’abolizione dei vitalizi ai parlamentari, in realtà una legge che abolisce i diritti acquisiti ai pensionati, essendo i vitalizi già stati aboliti, ci sarà la caccia ai pensionati sui 2000 euro mensili. Se la legge sarà confermata, si consentirà il “ricalcolo” per tutti coloro che hanno avuto la pensione liquidata con il sistema retributivo con quello contributivo. Infatti il 30 luglio scorso sulle pagine di Repubblica è partito l’offensiva, nascondendo la notizia dietro l’attacco  alle pensioni privilegiate: “Nel tracciare l’identikit di questi pensionati più “fortunati”, si scopre che tra il 2000 e il 2010 ben tre milioni di lavoratori hanno potuto lasciare all’età di 58 anni con una pensione media di quasi 2 mila euro lordi al mese. Ovviamente, in questo gruppone ci sono anche gli ex operai che sono usciti prima dell’età di vecchiaia avendo iniziato a lavorare molto presto, e che non godono certo di un assegno cospicuo.” . Chi riceve un assegno di 2.120 euro lordi al mese se la sua pensione fosse calcolata con il sistema contributivo, spiegano diversi studi di esperti previdenziali, dovrebbe prendere non 2.120 euro ma 1.520. Seicento euro in meno, una differenza del 28%.
Questo il fronte dei rigoristi.
L’altro fronte è più variegato, va dagli assistenzialisti puri a quelli che cercano di risolvere il problema dell’adeguatezza degli importi mensili senza dimenticare la sostenibilità dei conti pubblici. Il primo gruppo comprende quelli che sparano boutade ad effetto sul tipo “Pensione minima di 1000 euro per tutti” per superare coloro che propongono il reddito di cittadinanza sempre per tutti di 700 euro. Evidentemente è stata trovata, a nostra insaputa, la quadratura del cerchio sul proposito politico di diminuzione delle tasse ed aumento a tutto spiano delle prestazioni sociali, pensioni, assistenza, sanità, scuola ecc… Infine ci sono i tipi come Cesare Damiano, deputato PD, presidente della Commissione Lavoro, innamorato della sua proposta, non del tutto infondata, della famosa quota 100 che fa sognare migliaia di aspiranti pensionati che non vogliono sapere di ape volontaria e non hanno titolo all’ape sociale. Poi c’è la richiesta della riduzione del cuneo fiscale, richiamata dai quotidiani sopracitati che è un’arma a doppio taglio, pericolosissima per via della decontribuzione, per gli effetti negativi che produce proprio sulle pensioni che si vogliono salvare. Infine in ordine di tempo la richiesta del riscatto gratuito della laurea.
A tal proposito voglio sottolineare che la prima richiesta nata via web dalle pagine dei cosiddetti social network è stata fatta propria dall’ala giovanile del PD soffiandola sul filo di lana al Movimento dei 5 Stelle, che è l’antesignano dell’uso politico del web. Antesignano si, ma veloce no. Si tratta del riscatto gratuito della laurea per i nati dal 1980 in poi. Richiesta adottata immediatamente dal sottosegretario al Tesoro, ex sindacalista Cisl, Baretta che punta più alla sua rielezione che alla fattibilità economica della questione.
Grosso modo il contributo che si paga per il riscatto della laurea è la riserva matematica riferita allo stipendio, età anagrafica e durata del corso da riscattare da versare all’Inps. Gli anni di corso diventano anni lavorati a tutti gli effetti e l’importo versato va ad aumentare il proprio montante contributivo su cui calcolare la pensione.
Gli oneri per il riscatto obiettivamente sono rilevanti, anche se si possono rateizzare fino ad un massimo di 10 anni e usufruire di sgravi fiscali. Per 3 anni di corso, l’onere può variare da 20.000 e 50.000 euro, una bella cifra, ma costituisce un risparmio previdenziale. La legge consente che a pagare possano essere i genitori, i postulanti del web chiedono che lo faccia lo Stato.
La richiesta è quella di valutare i 3 anni senza versare neppure un euro. Benissimo. Solo bisognerà decidere chi verserà questi importi. La strada è semplice e tracciata. Visto che bisogna diminuire il cuneo fiscale ( diminuire i contributi che si versano all’Inps), mantenere la promessa di non aumentare le tasse (rimettere ICI, pfui!), l’unica strada realistica rimanente, è quella di tagliare le pensioni in essere. Altro che la loro rivalutazione!
Neppure la previdenza complementare sfugge a questa ossessione. Benchè i discorsi pubblici e seminariali parlano di necessità di una sua diffusione capillare, i provvedimenti adottati tendono viepiù a svilirla nella sua idea originaria, cioè fornire un’integrazione all’assegno incongruo dell’Inps. Ormai è stata ridotta ad una sorta di bancomat per tutti gli usi, mettendo da parte, perché passati nel dimenticatoio, l’aumento della tassazione sui rendimenti portati nel 2015 dall’11% al 20% e le successive promesse di riparazione che sono state senza seguito reale.
Ora i i provvedimenti che aggravano la situazione sono essenzialmente due, la famosa Rita e la legge sulla concorrenza approvata il 2 agosto scorso. Si vuole far assumere alla previdenza complementare il ruolo di ammortizzatore sociale che non le compete, disperdendo i montanti accumulati in mille rivoli che non saranno utili né ai patrimoni dei fondi, né agli investimenti nell’economia reale, né infine ai diretti interessati perché con una rendita temporanea di poche centinaia di euro, in assenza di altri redditi, non si va da nessuna parte.
Per finire, non soddisfatti dall’esito referendario del 4 dicembre scorso che ha bocciato il referendum sulla riforma Costituzionale, in Parlamento giacciono due progetti di legge bipartisan, una del centro destra (AC N. 3478) ed uno del centro sinistra (AC N. 3858) che vogliono modificare l’art 38, quello relativo alle pensioni ed all’assistenza, di fatto depotenziandolo.
Più ossessione di così.

 

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 7 agosto 2017 at 14:06

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