Riconoscimento gratuito della laurea una possibilità e un vulnus per i conti

Scritto il alle 08:47 da [email protected]

I dati sulla disoccupazione diffusi dall’Istat pochi giorni fa, hanno fornito dei risultati sorprendentemente positivi: diminuisce all’11.1% ed aumenta dopo anni l’occupazione femminile, anche se siamo ancora molto distanti dal 5% della Germania. Purtroppo però per la maggior parte dei casi si tratta di lavori temporanei e non a tempo indeterminato. Fra un lavoro e l’altro continuerà ad esserci un congruo intervallo di non lavoro che sortisce due effetti negativi, il primo la consumazione del tfr per poter sopravvivere senza poterlo versare conseguentemente alla previdenza complementare, secondo l’accumulo dei vuoti contributivi che allontaneranno il raggiungimento del diritto a pensione oltre la mitica età simbolo dei 70 anni. Su questo punto la Ragioneria Generale dello Stato è categorica. L’aumento dell’età pensionabile non può essere bloccato pena lo sfascio generale e poi è una clausola di salvaguardia impostaci dall’Europa. Sarebbe comunque interessante sapere che dice l’Europa sulla Polonia che invece l’età pensinabile l’ha addirittura abbassata.

Per il primo aspetto, l’utilizzo del tfr, la legge sulla concorrenza recentemente approvata consente di iscriversi ad un Fondo pensioni anche versando unja parte minima del Tfr, per ll secondo aspetto, la partita è tutta aperta. Il governo ed i sindacati sono impegnati a trovarvi una soluzione, una delle quali è l’accredito figurativo dei contributi dei periodi scoperti anche se non si sa ancora a carico di chi.
Oggi si aggiunge un’altra idea, il “riscatto gratuito della laurea”. E’ una contraddizione terminologica, per i più raffinati si direbbe “è un ossimoro”, perché la parola riscatto implica necessariamente il versamento di un balzello. Più correttamente si dovrebbe parlare di riconoscimento gratuito dei periodi di corso di laurea, ma non è il caso di fare i filosofi. Il concetto è chiaro. La novità è costituita dal modo in cui questa richiesta è balzata fuori con qualche possibilità di essere annoverata fra i prossimi impegni governativi. La richiesta nasce sul web, il mitico web indicato come il sistema per la realizzazione della famosa democrazia diretta. Dopo averla vagliata più o meno attentamente in tutti i suoi aspetti, i giovani del Pd l’hanno trovata giusta ed il sottosegretario al Tesoro Baretta, ex sindacalista della Cisl è stato lesto a farla sua, perché alla vigilia di un prossimo appuntamento elettorale conta molto avere i giovani dalla propria parte, anche se solo laureati e nati dopo il 1980, bruciando sul tempo un movimento politico che del web ha fatto il suo punto di forza.
Essa consisterebbe nel valutare, senza pagare nessun onere, ai fini pensionistici gli anni degli studi universitari utili sia per l’anzianità contributiva che per il calcolo dell’ammontare della pensione, permettendo così di poter andare in pensione in anticipo oppure di andarvi con un assegno più ricco se si decidesse di lavorare fino all’età pensionabile.
In un’intervista su Repubblica Baretta chiarisce un pò la proposta. Il riconoscimento o riscatto dovrebbe valere solo per i nati tra il 1980 e il 2000 che oggi sono iscritti a un corso di laurea e che conseguono il titolo senza andare fuori corso. Questa misura dovrebbe essere inserito nella prossima legge di bilancio, da approvarsi entro la fine del 2017. Che sia una proposta elettorale appare evidente se si considera che è una posizione estemporanea al limite discriminante rispetto ai non laureati e che mette in forse il riempimento dei vuoti contributivi cui sono soggetti tutti i lavoratori a tempo, laureati o meno. Infine scavalca governo e sindacati attualmente impegnati nella cosiddetta “fase 2” che dovrebbe partorire la famosa pensione minima di garanzia per tutti. Le risorse limitate o vanno da una parte o vanno da un’altra, questo è lapalissiano.

Oggi riscattare gli anni di laurea è molto costoso. In linea generale, quindi, più tardi si chiede il riscatto, più bisogna pagare, perché legato allo stipendio in atto al momento della domanda. In alcune simulazioni presenti sulla pagina dell’INPS si fa l’esempio di un 27enne con un reddito di 22 mila euro annui e un anno di anzianità contributiva. In questa condizione, bisognerebbe pagare 29 mila euro per ottenere il riscatto. Un 40enne con 36 mila euro di reddito e undici di contributi dovrebbe invece versare circa 52 mila euro. Naturalmente questi euro vanno ad incrementare il proprio montante contributivo su cui poi sarà determinata la pensione finale. Una sorta di risparmio previdenziale aggiuntivo.
A parte l’ovvia considerazione che a ricevere gratuitamente il riscatto degli anni di laurea avvantaggerebbe i soli laureati nati da una certa data in poi, c’è il problema della copertura dei costi. Il mancato introito dei 29 mila euro o dei 52 mila degli esempi sopra riportati comporta un vuoto contabile. Nell’immediato l’intervento non ha costi per le generazioni attuali: la spesa per coprire i contributi gratuiti si sposta a quando gli attuali laureandi andranno in pensione, cioè tra diversi decenni. Allora  dall’accredito figurativo dei contributi si passerà alle pensioni in moneta sonante  da pagare mese per mese, e allora se l’economia non marcerà con incrementi di Pil del 2/3% qualche problema si potrebbe anche venire a creare. E saranno i futuri giovani, quelli nati dal 2020 in poi,  che subiranno l’onere di dover coprire la laurea degli attuali giovani nel frattempo diventati anziani.

Quando si decise di adottare il sistema contributivo, lo si fece perché esso si fondava sulla cosiddetta neutralità attuariale: quello che si raccogli in contributi si spende in pensioni. Da questo principio, pur con qualche lieve e non incisivo addolcimento, non si scappa. A minori contributi versati, minori pensioni in pagamento.

 

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