Le migliori pensioni sono sulla costa romagnola

Scritto il alle 08:21 da [email protected]

Il dibattito sulle pensioni non accenna a placarsi neppure ad agosto. Meglio, così ognuno al riparo dell’ombrellone, se è fra i fortunati che sono andati al mare, può fare le proprie riflessioni senza scadere in valutazioni superficiali e si sarebbe detto una volta”qualunquiste” ( oggi si dice populiste). Quest’anno non possiamo affermare con una boutade che le migliori pensioni sono quelle che stanno fra Rimini e Cesenatico o Pesaro e Senigallia. Il semestre appena passato non è stato avaro, no tax area, 14^ mensilità, ape sociale, ricongiunzione gratis eccetera, con una fase due che deve (dovrebbe) portare altri risultati da settembre in poi per essere inseriti nella legge di bilancio per il 2018.
Forse qui si annidano le maggiori difficoltà perché non sono pochi quelli che ritengono che sulle pensioni si è già dato troppo ed è meglio non esagerare. Per il dipartimento del Mef, leggi che vogliono modificare l’attuale cadenza degli adeguamenti automatici dell’età pensionabile, “determinerebbero comunque un sostanziale indebolimento della complessiva strumentazione del sistema pensionistico italiano”. Così la Ragioneria generale dello Stato, nel rapporto sulla spesa per pensioni. “Ritornare nella sfera della discrezionalità politica” determinerebbe un “peggioramento della valutazione del rischio paese”. “Il processo di elevamento dei requisiti minimi e il relativo meccanismo di adeguamento automatico” sulle pensioni sono “dei fondamentali parametri di valutazione dei sistemi pensionistici specie per i paesi con alto debito pubblico come l’Italia”, prosegue il Rapporto. “Ciò non solo perché” la previsione di requisiti minimi, come quelli sull’età, è “condizione irrinunciabile” per “la sostenibilità, ma anche perché costituisce la misura più efficace per sostenere il livello delle prestazioni”, tradotto nel linguaggio ordinario vuol dire:” per poter continuare a pagare le pensioni”.
La Ragioneria Generale dello Stato fa il suo mestiere, illustra gli scenari, fa proiezioni, previsioni e spetta agli attori sociali poi utilizzarli. Il rapporto sull’età pensionabile, sui pericoli incombenti sulla non elevazione dell’età pensionabile perché così facendo nessuno più avrà la pensione, ecco questa mi sembra una forzatura eccessiva, tale da far pensare che il documento, reso pubblico fin dal 18 luglio scorso, provenga non già dalla RGS ma dall’Inps. Infatti immediate e veementi sono state le reazioni sindacali. Già da tempo essi si sono espressi contro un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile e sulla presa di posizione della Ragioneria generale dello Stato, che l’8 agosto ha posto un fermo diniego ad uno dei punti fondamentali delle loro richieste avanzate al governo in materia previdenziale: che dal 2019 non scatti l’aumento dell’età pensionabile dagli attuali 66 e 7 mesi a 67 anni.
Commentando quelle che sembrano le linee governative contro le loro richieste, i sindacati, hanno dichiarato “Dopo i drastici incrementi previsti dalle ultime manovre l’Italia si trova già ora ad avere l’età di pensionamento più alta in Europa. L’intervento della Ragioneria dello Stato è del tutto inopportuno perché ad essa spetta il compito di vigilare sull’affidabilità dei Conti dello Stato, non di intervenire sulle scelte politiche che la determinano.”

Tutto questo dibattito non fa che aumentare l’angoscia e la frustrazione  non dei giovani, ma di coloro i quali sono alla vigilia della pensione, dai 60 anni in poi che hanno di fronte scenari che cambiano continuamente.
L’aumento dell’età pensionabile non è il problema. Il problema è il mercato del lavoro, sul versate del lavoro stabile, per parlare della base impositiva da cui scaturiscono i contributi previdenziali ed il numero degli anni di lavoro durante i quali ognuno riempie il proprio salvadanaio pensionistico.
La riforma Dini che ha imposto il sistema contributivo come metodo meno “spendaccione” rispetto al precedente cosiddetto retributivo, sempre però a ripartizione. Mantenere il sistema a ripartizione significa che comunque le pensioni da erogare sono commisurate, per ciascun anno, in base ai contributi che entrano nelle casse dell’Inps. Che l’età no0n fosse, nella legge 335/95 determinante emergeva dalla possibilità che si potesse andare in pensione addirittura con 57 anni di età se si avevano 5 anni di contributi di cui almeno 3 nell’ultimo quinquennio. Naturalmente a queste condizioni, e, più in generale con il sistema contributivo puro, gli assegni pensionistici  non possono che essere bassi. Per irrobustirli a fianco alla pensione obbligatoria, fu istituita la pensione complementare. La riforma Dini per dispiegare i suoi effetti previde un arco temporale molto lungo, 18 anni e fu aspramente criticata per questo. Viceversa la riforma Fornero pecca per la brevità temporale dell’andata a regime, dando contezza al vecchio proverbio che “la gatta frettolosa fa i gattini ciechi”. Inutile enumerare i guasti prodotti, esodati ecc… Nell’intervallo fra le due normative, la legge Dini e la legge Fornero, il DL 78/2010 ha introdotto l’adeguamento della speranza di vita da un andamento felpato ( ogni 10 anni) ad una corsa da waltzer viennese ( ogni 2 anni) senza modificare i criteri di determinazione dei coefficienti di trasformazione. A me piace narcisisticamente citarmi e poco tempo fa avevo anticipato sia le previsioni della RGS che quella sui coefficienti:”Ingiusto l’aumento dell’età senza modificare il calcolo dei coefficienti”

Probabilmente finirà che in previsione delle elezioni previste per l’anno prossimo si metterà qualche blocco per il 2019 e per il 2021 si vedrà.
L’altro problema che induce a meditare sotto l’ombrellone è quello, per chi non vi è ancora iscritto, se iscriversi o meno alla previdenza complementare. La legge di bilancio 2017 ha incoraggiato le adesioni aumentando i benefici sociali. Sono costi contrattuali che invece di andare a finire nella busta paga vanno nel cosiddetto welfare contrattuale. In tal caso si beneficiano di riduzioni fiscali. Di recente la legge sulla concorrenza ha introdotto l’unico elemento veramente nuovo quello di poter disporre del proprio trattamento di fine rapporto. Ci si potrà iscrivere anche senza versare tutto il proprio tfr, ma in base agli accordi sindacali una percentuale prestabilita. Va da sé che se si vuole costruire una aggiunta pensionistica di una certa consistenza, l’apporto del tfr è fondamentale. Se si iscrive solo con il proprio contributo e quello del datore di lavoro, senza l’apporto fondamentale del tfr alla fine non ci si ritrova niente in mano. Il tfr è il punto fondamentale per l’accumulo della propria posizione individuale. Solo con esso si può mettere da parte un ulteriore 6.91% della propria retribuzione annuale e unitamente ai rendimenti finanziari creano una somma di una certa consistenza.
L’alternativa ora possibile, di poter versare solo una parte, il 20/30/50 per cento del trattamento di fine rapporto, non è comunque un’idea malvagia. Sulla parte versata al fondo pensione si lucreranno i rendimenti finanziari, mentre la rimanente parte sarà rivalutata per legge dell’1.5% più lo 0.75% dell’inflazione che oggi è poca cosa, ma domani non si sa.

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