Serve la sanità integrativa?

Scritto il alle 08:53 da [email protected]

Mentre sulla previdenza complementare c’è una effervescenza di seminari, incontri, dibattiti ed anche norme legislative, come la  recente legge sul mercato e la concorrenza, ed  uno dei punto della famosa fase 2 governo sindacati è proprio il rilancio della previdenza complementare, sui fondi sanitari la discussione langue. Sulla sanità integrativa le discussioni ed  i provvedimenti adottati non vanno di pari passo, anzi non esistono proprio tranne alcuni sgravi contributivi previsti  dalla legge di bilancio 2017.. Ci si sono iniziative veicolate da Mefop e Itinerari previdenziali, tanto per fare degli esempi, ma si tratta di sponsorizzazioni più o meno velate di società assicuratrici che gestiscono Fondi sanitari integrativi. Eppure questo pezzo di welfare  può aiutare la sanità pubblica diminuendo la pressione che si riversa sulle Asl e  la pressione dei conti pubblici.
Per esempio la sanità integrativa può svuotare i pronto soccorso. Se i ricoveri ordinari che si rivolgono alle cliniche convenzionate diventassero progressivamente più numerosi degli attuali perchè i fondi integrativi lo consentono, negli ospedali non ci dovrebbero essere più posti letti carenti per assorbire subito i ricoveri che pervengono attraverso i pronti soccorso. Una ricerca dell’ANAOO ha evidenziato come in alcune strutture si rimane al pronto soccorso anche un paio di giorni prima che esca un posto letto libero: E come si è visto tempo fa sui giornali ai ricoverati può capitare di essere “sistemati” su coperte poggiate per terra.
In questa prospettiva, infatti, da un lato, si potrebbero recuperare delle sinergie preziose per ampliare i finanziamenti da destinare al Sistema Sanitario del nostro Paese; dall’altro, attraverso l’assicurazione della spesa sanitaria privata, si riuscirebbe a diminuire il rischio che grava sui singoli. Secondo i dati di RBM Assicurazione Salute, la spesa sanitaria “intermediata” dalle varie Forme Sanitarie Integrative ammonta in Italia a oltre 4,4 miliardi di euro nel 2015, pari a circa il 3% della spesa sanitaria totale (33 miliardi di spesa sanitaria privata e circa 112 miliardi di spesa sanitaria pubblica. Un fenomeno in espansione che interessa già oggi più di 10 milioni di italiani).
La quota pagata direttamente dai cittadini (la c.d. “spesa out of pocket”) va oltre l’87%. Insomma chi sta economicamente meglio, riesce facilmente ad aggirare ostacoli e liste di attesa ricevendo inoltre più attenzione nelle diagnosi e nelle cure. Ma non tutti si trovano in questa situazione privilegiata. Anzi molti, non in grado di pagare neppure il ticket, rinunciano addirittura ad ogni cura, confidando, come nel passato nell’intervento della Provvidenza. Una popolazione in aumento che genera una scopertura dei cittadini italiani di oltre il 40% rispetto alla media dei cittadini degli altri Stati europei.
E non è solo questo, poi bisogna mettere le spese che gravano sulle famiglie che hanno dei membri in condizioni di malattia cronica o di non autosufficienza che, a seguito dell’aumento delle aspettativa di vita può determinare effetti dirompenti (il c.d. “longevity risk”). All’interno del contesto europeo, l’Italia si colloca al secondo posto per indice di vecchiaia (con un valore del 145% rispetto a una media del 111,3%), subito dopo la Germania.
Ma se i fondi sanitari e le compagnie assicurative si attrezzano sempre meglio approfittando prima della crisi ed ora dalla contrattazione che ha gettato alle ortiche ogni residuo punto fermo sulla tutela universale della salute,  chi sono i loro utenti? Quali problemi si creano, subito o in prospettiva?Il pericolo grave è che i non contrattualizzati ed i pensionati rimangano senza cura.

Quando c’erano le vecchie mutue, rigidamente disciplinati dalla legge, l’Inam per i privati, l’Enpas per gli statali  ecc… , queste avevano in carico i loro iscritti a vita. Oggi è diverso e qui si annidano i pericoli.
Il welfare contrattuale individua subito i suoi utenti. Sono i destinatari di quello specifico contratto, aziendale o collettivo, i dipendenti di una tale impresa. Una tale categoria di lavoratori eccetera. E qui c’è già la prima divisione sociale fra chi lavora e chi non lavora, poi fra i dipendenti di imprese forti e quelle deboli. Il secondo aspetto, il più rilevante si verifica quando questi dipendenti saranno diventati pensionati andandosi ad unificare con chi non lavora. Forse potranno mantenere l’iscrizione al fondo sanitario di provenienza ma con onere a loro carico i cui premi sono quelli di mercato, cioè altissimi, perché in questo caso parliamo di soggetti con età elevata, visto che si va in pensione a 67 anni circa.
Ecco perché invece di far esplodere il numero dei fondi, oggi circa 300 senza regole e senza un’autorità che li vigili, se non latamente il Ministero della Salute, occorrerebbe rinforzare la sanità integrativa anche con dei fondi territoriali come sta sperimentando la Regione Emilia Romagna in modo da non lasciare nessuno senza copertura per le cure formalmente extra lea, ma di fatto sostitutivo del servizio sanitario nazionale.

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