In pensione troppo tardi. La media dei 61 anni è da Trilussa

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Secondo dei dati preliminari Istat che dovranno essere confermati nel prossimo mese di ottobre, dal 2019 le lavoratrici ed i lavoratori italiani dipendenti, dovrebbero andare in pensione 5 mesi più tardi, a 67 anni. Il requisito uomo donna è uguale perché dal gennaio 2018 entra in vigore l’unificazione dell’età per la pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi, con un incremento di un anno per le dipendenti private e di 6 mesi per le lavoratrici autonome (le dipendenti delle pubbliche amministrazioni avevano già gli stessi limiti di età). Così il requisito anagrafico per l’accesso alla pensione di vecchiaia si conferma il più alto d’Europa e che il divario aumenterà nei prossimi anni per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita previsto a scadenze biennali.
Contro questa previsione sono state avanzate delle richieste di blocco dell’aumento automatico e l’istituzione di una gruppo di lavoro, già previsto peraltro dalla legge Dini, la legge 335/95, per studiare anche i criteri di modifica dei coefficienti di trasformazione. L’intenzione è calibrare l’età in relazione ai diversi lavori svolti. Vanno bene 70/75 anni per i professori universitari, magistrati e professionalità simili, meno bene per gli edili, i sommozzatori, i minatori eccetera. Riformare i coefficienti di trasformazione è altrettanto necessario perché l’aumento della speranza di vita non comporta solamente un pensionamento ritardato, ma anche una pensione inferiore perché si ricalcolano quasi in automatico i coefficienti di calcolo pensionistico in peggio. Cioè si lavora di più e si prende meno. Un duplice danno insomma. Per non parlare dei giovani che devono attendere un altro giro per sostituire gli anziani sul lavoro, perché l’elevazione dell’età blocca il ciclo del turn over.
Le risposte alla richiesta di blocco è venuta in ordine sparso, a seconda dei soggetti e si va da un atteggiamento prudente, tipo quello assunto dal ministro Poletti che rinvia il suo pronunciamento solo dopo i dati ufficiali dell’Istat, a quelli di netta chiusura, cui non sono estranei esagerati aspetti allarmistici per la rovina del bilancio pubblico. L’Inps, naturale capofila dei “NO BLOCCO”, non so quanti triliardi di costi aggiuntivi ha calcolato per i prossimi secoli. Altri invece affermano che la finanziaria dello scorso anno era tutta sbilanciata sulle pensioni, pertanto quest’anno lo deve essere sul versante del lavoro stabile per favorire i giovani. Infatti stando alla nota di aggiornamento del Def varata dal Governo la scorsa settimana, di blocco non se ne parla proprio
Molti infine potremmo chiamarli “negazionisti”, negano addirittura che in Italia ci siano i più elevati limiti di età in assoluto e a sostegno delle loro tesi invocano i dati Ocse fondati su medie aritmetiche.
Guardando le statistiche recentemente pubblicate dall’OCSE si scopre che tra il 2009 e il 2014 (ultimo dato disponibile) le lavoratrici italiane sono andate in pensione a un’età media effettiva di 61 anni e un mese, contro una media OCSE di 63 anni e 2 mesi, posizionandosi alle spalle di Paesi come il Regno Unito (62,4), la Germania (62,7), la Spagna (63,1) e la Svezia (64,2); mentre per quanto riguarda gli uomini, l’Italia si posiziona addirittura al quart’ultimo posto (vanno in pensione prima solo i lavoratori di Francia, Belgio e Slovacchia) con un’età media effettiva di 61 anni e 4 mesi, a fronte di una media OCSE pari a 64 anni e 6 mesi.
I dati dell’Ocse nessuno li contesta, a prescindere che sono datati, le medie sono quelle. Ma come non ricordare la famosa enunciazione di Trilussa, il poeta romanesco sull’inganno delle “medie”. Proverbiale la sua osservazione a proposito delle medie statistiche per cui se qualcuno mangia un pollo, e qualcun altro no, in media hanno mangiato mezzo pollo a testa. (Ce ne sono altre di uguale significato, come il caso di una persona annegata in un fiume con un profondità media di mezzo metro).

Ma l’anno prossimo ci saranno le elezioni ed è prevedibile che certe rigidità saranno ammorbidite anche se non saranno accolte tutte le richieste avanzate in questi giorni dai sindacati che al primo punto mettono proprio il blocco dell’età pensionabile.
Il richiamo a Trilussa non è così banale come può sembrare.
E’ indubbio che mettendo insieme l’età di tutti i pensionati attuali andati in pensione con normative diverse , la media è inferiore ai 63 anni. Ciò per effetto di leggi votate dal Parlamento ( quindi nel nome del Popolo italiano) che hanno consentito alle donne dipendenti dello Stato coniugate o con prole a carico di andare in pensione “illo tempore” con 15 anni di servizio, oppure coloro che sono andati in pensione per anzianità con 35anni di contributi e 57 di età, oppure coloro che in base alla legge dei combattenti, legge 336/70 potettero andare in pensione con una maggiorazione di 7 anni di servizio, oppure per i dipendenti delle ex Imposte di Consumo che addirittura ebbero 10 anni di abbuono ! Nel settore privato peraltro i prepensionamenti per le aziende in difficoltà, negli anni 70 era prassi comune. Inoltre come regola generale gli uomini andavano in pensione a 60 anni e le donne a 55.
E’ chiaro che queste disposizioni hanno caricato di oneri eccessivi il sistema previdenziale che furono sostenibili finchè il sistema economico italiano “tirava” ma che cominciò a mostrare delle crepe all’indomani della prima crisi petrolifera. Allora intervennero i provvedimenti del Governo Amato che misero in atto i primi blocchi.
Ora qual è la situazione. La situazione è che a prescindere dalle medie statistiche, dal 2012, data di entrata in vigore della legge Fornero, l’età pensionistica uomo e donna è stata unificata, innalzata improvvisamente e soggetta ad aumenti costanti e cadenzati ogni due anni. I lavoratori oggi, se non hanno 66 anni e 7 mesi non possono andare da nessuna parte. Probabilmente le prossime medie OCSE riferite al periodo 2015 ad oggi saranno sensibilmente diverse perché cadono nel pieno blocco Fornero.
E’ ovvio che gli aumenti dell’età pensionabile del sistema obbligatorio sono state accettate con difficoltà dai lavoratori italiani. Allo stesso tempo, le aziende hanno difficoltà a ristrutturare la loro forza lavoro poiché le persone rimangono al lavoro ben oltre i 65 anni. Per risolvere questi problemi, il governo ed i sindacati si sono concentrati sulle facilitazione dell’accesso ai benefici pensionistici prima dell’età pensionabile. In questo modo diventa effettivo il limite di età di 63 ma vale solo per chi ricorrerà
al l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (APE volontaria), un meccanismo che consente l’accesso anticipato alla pensione statale oppure all’Ape sociale sempre con 63 anni ma con 30/36 anni di contributi a seconda delle fattispecie professionali, ma che riguarda comunque una platea contenuta..
Se fosse vero che in Italia il limite di età è “farlocco”, non si sarebbe stata la creazione della categoria degli esodati, non prevista dal legislatore e che ad oggi conta otto salvaguardie e non si esclude la nona in favore delle lavoratrici delle poste.
Si ricorda che gli esodati sono coloro che per effetto dei nuovi limiti di età si sono trovati senza stipendio e senza pensione.

 

 

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