Quale governance per i Fondi pensione

Scritto il alle 08:48 da [email protected]

Le forme di previdenza complementare italiane si dividono sostanzialmente in due specie:
a– quelli istituiti e gestiti da banche, assicurazioni, Sim eccetera ( Fondi aperti, PIP),
b– quelli istituiti da accordi fra le parti datoriali e rappresentanti dei lavoratori (fondi chiusi o di categoria).

Il governo ha ritenuto che i fondi del primo gruppo non hanno bisogno di nessuna modifica della loro organizzazione e della modalità di individuazione degli amministratori, perché dà per scontato che siano tutte persone competenti professionalmente non tanto dal punto di vista previdenziale, ma specialmente da quello finanziario, mentre per i Fondi gestiti dei rappresentanti delle imprese e dei dipendenti, non avrebbero una professionalità specifica sufficiente e quindi vanno riformati.
Infatti la legge sul mercato e la concorrenza, la L. 124/2017 al comma 39 dell’articolo 1 ha previsto alcune novità in materia di governance dei fondi pensioni del secondo tipo. La legge dispone che “al fine di aumentare l’efficienza delle forme pensionistiche complementari collettive”, cioè i fondi pensione negoziali come Cometa, Previambiente eccetera, il governo dovrà avviare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della nuova legge, un processo di riforma attraverso la revisione dei requisiti per l’esercizio dell’attività dei fondi pensione su criteri ispirati alle migliori pratiche nazionali e internazionali, con particolare riferimento all’onorabilità e professionalità dei componenti degli organi collegiali, del responsabile del fondo, nonché dei responsabili delle principali funzioni, come la c.d. “ funzione finanza “.
Per prima cosa vedremo se saranno rispettati i termini dei 30 giorni oppure se questa riforma sarà inglobata nel contesto più ampio della discussione governo sindacati sulla riforma delle pensioni  che comprende anche il rilancio della complementare.
In entrambi i casi si tratta di una disposizione che si pensava largamente superata dai risultati più che positivi ottenuti in questi anni dai fondi pensione negoziali, non pochi, superando perfino le forche caudine di una grave crisi economica in mezzo, non ancora superata.
Naturalmente tutto può essere perfezionato e migliorato ed in questo senso penso che i soggetti interessati saranno disposti a lavorare, a meno che da parte del governo non si abbia l’intenzione di espropriare i fondi dalla guida dei loro patrimoni. Ciò può realizzarsi attraverso un’operazione che consenta all’esecutivo, con la “scusa” della tecnicità a 24 karati, di imporre amministratori che non siano diretta espressione della rappresentanza delle parti. Un po’ come è successo all’Inps dove il presidente nominato dall’Esecutivo, governi  per conto di quest’ultimo, anche se può succedere che il soggetto così nominato si autonomizza da chi lo ha prescelto e opera come meglio crede. Se questa fosse la reale intenzione  le parti istitutive, datori di lavoro e sindacati, avrebbero una mera funzione di rappresentanza, un po’ come il CIV Inps.
Sarebbe una iattura per il secondo pilastro.

E’ vero che all’inizio dell’avventura dei fondi pensione molti dubitavano che le parti istitutive, in special modo i sindacati sarebbero stati capace di esprimere amministratori dotati di debite competenze tecnico-finanziarie. Su questo ci fu una grande scommessa e paura, ma già allora per accedere ai Cda occorreva ed occorre possedere specifici requisiti di onorabilità e professionalità . Come rilevò il Mefop già in un suo studio del 2010 (La governance dei fondi pensione in Italia: miglioramenti possibili working paper mefop n. 26/2010) i principali limiti degli assetti organizzativi dei fondi pensione italiani erano riconducibili:
a) all’inadeguata composizione dei trade-off ( capacità di scelta fra una o più possibilità) tra professionalità e rappresentanza negli organi di amministrazione e controllo;
b) alla mancanza di una chiara definizione dei compiti e delle responsabilità attribuiti agli stessi;
c) all’insufficienza di appropriati meccanismi per la gestione dei conflitti d’interesse.
Ma anno dopo anno, grazie anche all’azione della Covip molte difficoltà o nebulosità iniziali sono state superate.
Non c’è dubbio che un’appropriata governance dei Fondi Pensione può garantire livelli di prestazioni pensionistiche migliori e facilitare i rapporti tra i vari stakeholders. Elevati livelli di trasparenza aumentano l’accountability (responsabilità) dei singoli organi di gestione e di controllo e quindi anche la fiducia degli aderenti, quelli effettivi e quelli potenziali negli organi stessi ed operando in questo modo si rende più facile l’azione dell’Autorità di Vigilanza.
Gli amministratori non digiuni delle materie che trattano  si sottopongono più facilmente a programmi di auto–valutazione del proprio operato, nonché di aggiornamento delle rispettive competenze. Senza che questo implichi necessariamente una operazione che vada a scapito della rappresentatività delle categorie di riferimento dei fondi. Anzi.
Queste, smentendo ogni previsione infatti, sono state in grado di esprimere adeguate competenze previdenziali/finanziarie negli organi decisionali e di supervisione rivelandosi essenziali per la tutela degli interessi dei beneficiari. I rappresentanti dei lavoratori hanno espresso sempre comportamenti corretti in quanto essi stessi sono beneficiari della performance che contribuiscono ad amministrare, ed eletti in base alla fiducia di cui godono e possono anche essere facilmente monitorati dagli aderenti non solo tramite l’Assemblea dei delegati, ma direttamente, perchè sovente esiste un rapporto stretto, quasi personale fra amministatore/amministrato..
All’inizio c’era un trade–off che privilegiava la rappresentanza a scapito della professionalità. Inizialmente nei CdA le discussioni riproponevano e replicavano il dualismo datori di lavoro – lavoratori come se si fosse di fronte ad una trattativa negoziale. In quest’ambito sovente. Sono sporadici i casi di  amministratori con totali carenze di professionalità  perchè il ricorso al solo criterio di rappresentanza è stato quasi subito abbandonato.
Oggi è ampiamente condivisa l’idea che gli organi decisionali dei Fondi Pensione debbano possedere adeguati requisiti di professionalità ed essere rappresentativi delle categorie di cui sono espressione.
I livelli di professionalità sono determinanti per la performance, perché assicurano una gestione più efficiente (ad esempio, nella determinazione dell’asset allocation strategica, nel monitoraggio dell’operato dei diversi service providers delle funzioni esternalizzate, nonché nella individuazione di eventuali situazioni di criticità.
Già il DM. 15 maggio 2007, n. 79 aveva provveduto ad introdurre requisiti
di professionalità più stringenti . Inoltre, le iniziative di formazione volte a colmare eventuali deficit di competenze non hanno raggiunto pienamente i loro obiettivi ma diciamo che il peggio è stato superato, se mai questo si fosse verificato.
Sarebbe opportuno – in linea con le best practices internazionali – non solo rivolto all’innalzamento complessivo del livello di professionalità dell’organo esecutivo , ma – soprattutto – maggiore attenzione alle iniziative di formazione e aggiornamento periodico, unito al monitoraggio continuo da parte dell’Autorità di settore volto a verificare in concreto l’adeguatezza delle competenza espresse.

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