Manovra 2018: complementare al palo e anche le pensioni

Scritto il alle 09:03 da [email protected]

Lunedì scorso per una di quelle strane coincidenze determinate dal fato, si sono svolti due happenings a breve distanza una dall’altra: l’incontro del ministro del lavoro con i sindacati sulle pensioni e la riunione del Consiglio dei Ministri per il varo della manovra finanziaria 2018. Nel primo incontro Poletti ed i sindacati si sono confrontati, ciascuno dal proprio punto di vista, per migliorare le condizioni per il pensionamento, nel secondo, con Gentiloni, Padoan e lo stesso Poletti, veniva solennemente annunciato che “la previdenza non è una priorità” per la prossima legge di bilancio, pur contenendo delle misure in suo favore. E’ partita l’immediata accusa della Camusso di una legge finanziaria in favore delle rendite ed una immediata replica di Padoan che la contro accusava di aver visto fischi per fiaschi. I classici due orchestrali che suonano con spartiti diversi la stessa musica.
Fra le misure prese, su tutte primeggia l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni a decorrere dal 2019, mentre i sindacati ne chiedevano la sospensione ed una sua rimodulazione in base al lavoro svolto, per esempio più alto per i lavoro impiegatizio, più basso per quelli gravosi o usuranti. Per l’esecutivo la rigidità è ineludibile perchè dovuta al rispetto della normativa vigente e poi perché c’è   lo chiede l’Europa. Questa è la posizione governativa in questo momento, poi certo si va verso le elezioni periodo durante il quale molti principi affermati “senza se e senza ma” possono diventare negoziabili.

Però nella manovra  sono stati inseriti  interventi migliorativi già annunciati in precedenza per quanto riguarda i requisiti contributivi per le madri nell’accesso all’Ape sociale (6 mesi per figlio fino ad un massimo di 2 anni) e l’accesso all’Ape sociale e precoci per alcune tipologie di contratti a termine (con una certa durata minima non specificata). Anche i temi dell’accesso all’Ape/precoci per chi non ha maturato la Naspi e la questione dei 6 anni su 7 per i lavori gravosi il Governo li sta prendendo in considerazione ma non sa ancora valutare l’impatto economico.
Per quanto concerne la rivalutazione delle pensioni, il Governo ha confermato l’impegno di garantire la reintroduzione del sistema “a scaglioni” ma solo dal primo gennaio 2019.
Sull’introduzione di un nuovo periodo temporale in cui riattivare il silenzio/assenso per l’adesione alla previdenza complementare il Governo non ha ancora definito un orientamento. Introdotto a decorrere dal 1.1.2007, il silenzio assenso scattava, qualora il lavoratore, entro il 30 giugno successivo o entro sei mesi dalla data di assunzione, non avesse espresso niente. Si  affermava in questo caso che il silenzio dell’interessato valeva come una manifestazione di volontà positiva di iscriversi alla previdenza complementare. In attuazione di questo principio si trovava iscritto alla previdenza complementare ed il Tfr maturando destinato:
• alla forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi o contratti collettivi

• qualora non siano applicabili queste modalità, il datore di lavoro trasferisce il Tfr maturando alla forma pensionistica complementare istituita presso l’Inps. Si tratta di Fondinps.
Fondinps è un vero e proprio fondo di previdenza complementare, “residuale” in quanto a esso aderiscono i lavoratori a seguito del silenzio-assenso e in mancanza di fondi contrattualmente definiti. Peraltro, dopo una permanenza di un anno, il lavoratore potrà trasferire la propria posizione assicurativa ad altro fondo pensione. Oggi praticamente Fondinps è pressocchè in disarmo per mancanza di iscritti ed i sindacati ne chiedono la soppressione.
Uno degli adempimenti più importanti che doveva caratterizzare il silenzio/assenso del 2007 c’era l’obbligo per i datori di lavoro  di consegnare ai propri dipendenti, prima dell’inizio dei sei mesi,di un’informativa “adeguata” delle possibili scelte. Una seconda informativa doveva essere resa, almeno 30 giorni prima della scadenza dei sei mesi, al lavoratori che ancora non si erano espressi per indicare loro quale sarebbe stata la naturale destinazione del Tfr maturando allo scadere del termine. Informativa  che pochi fecero, specie le imprese con meno di 50 dipendenti che così potevano conservare in azienda il tfr dei dipendenti.

Nel 2007 quindi non si ottennero risultati strepitosi. Furono meno di centomila i lavoratori che non si espressero, mentre per la maggior parte dei casi i lavoratori optarono per il mantenimento del Tfr.
Fra le altre carenze,  la novella legge di bilancio non sembra contenere la promessa ipotesi della perequazione fiscale tra il settore pubblico e quello privato, causa non ultima della scarsa adesione degli stessi ai Fondi Espero e Perseo Sirio. Un esempio fra i tanti: la rendita complementare di un lavoratore del settore privato è tassata con una aliquota del 15% che si riduce progressivamente a secondo degli anni di iscrizione al suo fondo pensione fino al 9%. Il lavoratore pubblico per la stessa rendita paga invece un’aliquota irpef ordinaria.
Infine il governo sembra intenzionato, senza precisare come, ad un intervento per ampliare l’accesso alla R.I.T.A., l’anticipo della rendita complementare, che comunque rimane bloccata perché legata al via dell’ape volontaria, che a sua volta non parte per mancanza degli strumenti operativi: anche se ieri è stato pubblicato il decreto attuativo, manca l’accordo con le banche ed assicurazioni. e la circolare Inps.
Quello che doveva essere un anno dei pensionamenti anticipati si sta rivelando un grande bluff.
Non solo non è partita l’ape volontaria  ( e la Rita)che sicuramente forse muoverà i primi passi dal 2018, ma ancora non si dispongono i dati relativi all’accoglimento delle istanze di ape sociale. L’Inps con una nota del 17 ottobre 2017 ha reso noto di aver completato entro la prevista data del 15 ottobre le operazioni di verifica delle domande di riconoscimento delle condizioni di accesso ai benefici per i richiedenti l’Ape sociale o l’accesso alla pensione anticipata per i lavoratori precoci.
Il monitoraggio verrà reso ai Ministeri vigilanti in occasione delle Conferenze
dei servizi già convocate per il giorno 25 ottobre 2017. Infine l’Istituto a mò di rassicurazione precisa che alla luce dei nuovi indirizzi interpretativi, procederà al riesame delle  istruttorie relative a tali categorie di lavoratori. In caso di eventuale esito
positivo del riesame, sarà trasmesso d’ufficio agli interessati il provvedimento di
certificazione del diritto al beneficio richiesto. E’ ovvio che di fronte a questi sostanziali blocchi dei pensionamenti flessibili poi cresca la insofferenza verso i nuovi limiti di età che stranamente diventano obbligatoriamente operativi subito senza dilazioni e differimenti.

 

 

 

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