Aumenta la speranza di vita e l’età pensionabile

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L’Istat ha reso noto il 24 ottobre 2017 i dati relativi alla speranza di vita rilevati lo scorso anno. Da essi si evince che il 2016 è stato l’anno più favorevole tra gli ultimi quattro sotto il profilo della sopravvivenza. Il tasso standardizzato di mortalità è pari all’8,2 per mille, inferiore anche a quello riscontrato nel favorevole 2014 (8,4 per mille). Il picco del 2015, anno in cui si rileva un tasso standardizzato dell’8,8 per mille risulta riassorbito.
Per il totale dei residenti la speranza di vita alla nascita si attesta a 82,8 anni (+0,4 sul 2015, +0,2 sul 2014) e nei confronti del 2013 risulta essersi allungata di oltre sette mesi.
La speranza di vita alla nascita risulta come di consueto più elevata per le donne – 85 anni – ma il vantaggio nei confronti degli uomini – 80,6 anni – si limita a 4,5 anni di vita in più. Inoltre aumenta in ogni classe di età. A 65 anni arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. A tale età la prospettiva di vita ulteriore presenta una differenza meno marcata tra uomini e donne (rispettivamente 19,1 e 22,3 anni) che alla nascita.
Rispetto a 40 anni fa la probabilità di morire nel primo anno di vita si è abbattuta di oltre sette volte, mentre quella di morire a 65 anni di età si è più che dimezzata.
Un neonato del 1976 aveva una probabilità del 90% di essere ancora in vita all’età di 50 anni, se maschio, e a quella di 59 anni, se femmina. Quaranta anni più tardi, un neonato del 2016 può confidare di sopravvivere con un 90% di possibilità fino all’età di 64 anni, se maschio, e fino a quella di 70, se femmina.
Nel 2016 si registra una leggera riduzione delle diseguaglianze territoriali di sopravvivenza, che tuttavia permangono significative. I valori massimi di speranza di vita si hanno nel Nord-est, dove gli uomini possono contare su 81 anni di vita media e le donne su 85,6. Quelli minimi, invece, si ritrovano nel Mezzogiorno con 79,9 anni per gli uomini e 84,3 per le donne.
Sono 2,7 gli anni che separano le residenti in Trentino-Alto Adige, le più longeve nel 2016 con 86,1 anni di vita media, dalle residenti in Campania che con 83,4 anni risultano in fondo alla graduatoria. Tra gli uomini il campo di variazione è più contenuto, e pari a 2,3 anni, ossia alla differenza che intercorre, come tra le donne, tra la vita media dei residenti in Trentino-Alto Adige (81,2) e i residenti in Campania (78,9).
In base alla normativa vigente l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe arrivare a 67 anni nel 2019. Ora è caduto l’ultimo paravento dietro il quale si nascondeva il ministro Poletti che in merito all’elevazione dell’età pensionabile rispondeva di essere in attesa dei dati ufficiali Istat che ora ci sono. Nell’immediato ci dovrebbe essere un decreto dei ministri del Lavoro-Economia che si limiterà a prendere atto delle risultanze Istat e darà via all’aumento. Poi la politica politichese ed elettorale cercherà di intervenire. Anche per la pensione anticipata ci sarà un aumento, questa volta dei contributi. Dal 2019, saranno necessari 43 anni e tre mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne.
L’aumento dell’età avrà riflessi anche per l’ape volontaria ed aziendale in quanto il prestito e le rate di ammortamento dovranno essere ricalcolate in base ai nuovi limiti anche per le domande già presentate, come previsto dall’art. 3 comma 2 del decreto attuativo DPCM4 settembre 2017, n. 150: “ Il requisito anagrafico che consente la maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia entro 3 anni e 7 mesi dalla data di domanda di APE tiene conto dell’adeguamento agli incrementi della
speranza di vita dei requisiti di accesso al sistema pensionistico, ai sensi della normativa vigente e, in particolare, di quanto disposto dall’articolo 24, comma 9, del decreto-legge 201/2011”.
Come abbiamo già rilevato, è ingiusto l’aumento dell’età pensionabile senza la modifica dei coefficienti d trasformazione.
Apparentemente la soluzione adottata è una delle più eque, vista la neutralità dei coefficienti che assicurano una giusta corrispettività fra contributi versati e rate di pensione. Una soluzione possibile, è quella di procedere al calcolo della pensione applicando il sistema pro-quota come si è fatto per l’introduzione del sistema contributivo per tutti dal 2012.
Cioè la pensione si dovrebbe calcolare su due coefficienti: quelli vigenti fino al 2018 ed il pezzo successivo con in nuovi coefficienti che decorreranno dal 2019. Così da evitare come succede adesso che lavorando di più, si prende una pensione inferiore.

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