Come si rivaluta il montante nella pensione obbligatoria e complementare

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Autostrada del Sole negli anni 60

La pensione obbligatoria pubblica , il primo pilastro e quella volontaria “privata”, il secondo pilastro, sono due cose completamente differenti che hanno un obiettivo comune, quello di dare una rendita adeguata a coloro che per età o altri accidenti hanno lasciato o dovuto lasciare il lavoro. I due sistemi però sono intimamente intrecciati e le regole dell’uno sono il presupposto per la fruizione dell’altro. Anche i sistemi di finanziamento sono diversi, in modo che i rischi, politici, economici e demografici, si integrano e si sostengono a vicenda in modo da neutralizzarli.
Per esempio una delle differenze sostanziali è costituito dalla rivalutazione del proprio risparmio previdenziale che va a formare il montante individuale. Nella previdenza pubblica si costruisce versando ogni mese, mediamente il 33% della retribuzione, 23.81 a carico del datore di lavoro e 9.91 a carico del dipendente. Con il sistema retributivo la pensione si calcolava sull’ultima retribuzione o sulla media degli ultimi 5 anni a prescindere dagli importi versati anni per anno. Nel sistema contributivo invece il montante, su cui calcolare la pensione è costituito dalla somma dei versamenti contributivi anno per anno. La differenza balza subito agli occhi. Partendo dal 1996, data di entrata in vigore del sistema penalizzante, il calcolo della pensione tiene conto anche delle retribuzioni di 20 anni fa. E’ chiaro che il montante vada attualizzato con la rivalutazione, cioè si cerca di dare il valore di oggi ad una retribuzione percepita anni lontani o lontanissimi. Ogni anno il montante viene .moltiplicato per un coefficiente di rivalutazione.
Esso è  determinato secondo la L. 335/1195,( art. 1 comma 9), in base alla variazione del PIL nominale, il quale grossolanamente sconta la variazione del PIL reale (legato quindi alla crescita reale del paese) e la variazione del PIL legata all’inflazione.
Non va confuso con la perequazione automatica delle pensioni che appunto si riferisce alla rivalutazione delle pensioni in essere, mentre il tasso annuo di capitalizzazione si riferisce al montante contributivo di chi lavora ancora.
Andamento del pil fino al 2015:
2010 +0.5
2011 – 0.5
2012 – 2.1
2013 – 2
2014 – 0.2

Fino al 2010 non ci sono stati problemi, bene o male il Pil si è mantenuto in territorio positivo Ma nel 2011 con lo spread a 500 punti non è stato più così. La crisi con un Pil negativo conclamato, rischiava di portare il coefficiente di rivalutazione in negativo ( allora sarebbe stato un chiamarlo coefficiente di svalutazione!), svalutando le pensioni con decorrenza 2015 ,applicando un tasso pari a -0,001927.

Tuttavia per evitare la diminuzione degli assegni il coefficiente di rivalutazione del montante contributivo per pensioni con decorrenza 2015 è stato fissato pari a 1 (Messaggio Inps n.6462 del 20 ottobre 2015), che ha applicato il meccanismo anti-crisi previsto dal Decreto Pensioni (con cui il Governo ha recepito la sentenza della Corte Costituzionale contro il blocco delle rivalutazioni per i trattamenti 2012-2013 superiori a tre volte il minimo), proteggendo le pensioni dai cicli economici negativi). Il decreto (Dl 65/2015, articolo 5, comma 1) ha stabilito che:
«in ogni caso il coefficiente di rivalutazione del montante contributivo (determinato adottando il tasso annuo di capitalizzazione, ndr) non può essere inferiore a uno, salvo recupero da effettuare sulle rivalutazioni successive».

Invece nella previdenza complementare il montante individuale è formato dal versamento dell’1% della retribuzione utile ai fini del trf a carico del dipendente, dall’1% più la quota annuale di Tfr maturato. Ora la legge stabilisce che la quota del tfr maturata può essere versata per intero, oppure in una percentuale diversa. Comunque questi sono le tre fonti di finanziamento della posizione individuale.
La differenza sostanziale consiste nel fatto il montante accantonato presso un fondo pensione viene realmente investito per produrre rendimenti che vadano ad incrementarlo.
Il punto di riferimento base è il benchmark tfr, il cosiddetto benchmark ombra). Il tfr si rivaluta annualmente per legge dell’ 1,5% più lo 0,75% dell’inflazione. Quindi i rendimenti finanziari attesi non dovrebbero mai essere inferiori a questa percentuale. E fin qui si può dire che il tfr è stato lungamente battuto, mentre i rendimenti hanno superato agevolmente la soglia fatidica.
Mentre per così dire all’Inps la rivalutazione è automatica e riflette elementi esterni alla volontà del singolo iscritto, nella previdenza complementare è l’iscritto che decide dove far  investire i propri risparmi. Infatti i fondi pensione prevedono diversi comparti di investimento, anche fino a quattro. Essi vanno dal cosiddetto comparto garantito, in cui l’aderente alla previdenza complementare si preoccupa soprattutto di non perdere i propri euro ( Total capital return) a quello dinamico dove la componente del rischio è maggiore come maggiore sono rendimenti attesi.
In genere se un lavoratore si iscrive alla complementare appena inizia la sua carriera lavorativa, sceglie o dovrebbe scegliere un comparto dinamico per passare man mano che si avvicina l’età pensionabile, a investimenti più prudenti. La tassazione è favorevole anche se recentemente l’aliquota è stata aumentata ed è del 20% contro il 26% dei rendimenti finanziari ordinari che non riguardano la previdenza integrativa.
Oltre a recare un vantaggio per sé, gli investimenti finanziari dei fondi possono recare un sollievo  all’economia del Paese ed infatti si dibatte molto per favorire gli investimenti nell’economia reale con investimenti quinquennali e/o infrastrutturali. Anche se siamo diventati un paese che appena si annuncia solamente il proposito di costruire qualche infrastruttura, immediatamente e contemporaneamente nascono tre o quattro comitati per il No. Io non so se oggi si sarebbe potuta fare l’autostrada del Sole.

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