Qual è l’età giusta per la pensione?

Scritto il alle 08:56 da [email protected]

L’età della pensione è un’asticella mobile che viene posizionata sempre più in alto. Grosso modo è stata sempre legata alla speranza di vita, calcolata in maniera empirica e non soggetta ad adeguamenti automatici. Ante riforma Dini in vigore dal 1996, l’età pensionabile era suddivisa per genere, anche se i coefficienti di calcolo, diversamente dalle rendite per la pensione complementare, sono uguali sia per gli uomini che per le donne, 55 per le donne e 60 anni per gli uomini più una possibilità di andarsene anticipatamente se si aveva 57 anni di età e 35 di contributi. Poi il limite di età è stato portato a 65 uniformando l’età maschi/femmine, età agganciata all’aspettativa di vita, prima con cadenza triennale e dal 2019 con un incremento biennale. Dal 2019 appunto l’età indifferenziata per tutti è prevista in 67 anni.
Pur rendendosi conto di tutte le difficoltà possibili ed immaginabili sulla saldezza
Ancora ieri l’avveduto e cauto Avvenire  segnalava come “Il quarto rapporto sul ‘Bilancio del Sistema previdenziale italiano’ elaborato dal centro di ricerca Itinerari Previdenziali mette insieme cifre impressionanti sui costi di quella generosità. Nel 2014 per pagare i 444 miliardi di costi del welfare – di cui 216 miliardi sono le pensioni, altri 111 miliardi la sanità, il resto sono assistenza e prestazioni temporanee – lo Stato ha dovuto impiegare ovviamente tutto l’incasso dei contributi, ma ci ha dovuto aggiungere quello delle imposte sui redditi delle persone (l’Irpef) e delle società (l’Ires) più l’imposta regionale sulle aziende (l’Irap) e un terzo dell’Isos (l’imposta sostitutiva)“. Il welfare si prende “il grosso” delle tasse.dei conti pubblici, importi in parte ingigantiti oltre il dovuto ed enfatizzati oltre il ragionevole, è chiaro un limite di età  indifferenziato non poteva andare bene, per motivi di giustizia sociale, per risbloccare il mercato del lavoro irridi gito anche per la mancanza del turn over e perché a lavori diversi ( sembra un’ovvietà) corrispondono stili di vita diversi, compresa l’aspettativa di vita.
Guardate bene, l’aspettativa di vita attualmente viene calcolata dai 65 anni in poi, per definire per quanti anni si pagherebbero le rate pensionistiche a partire da lì. Non si tiene conto dell’aspettativa alla nascita, mentre in Svezia, il paese di riferimento in materia, di cui abbiamo copiato la famosa “busta arancione”, si tiene conto di entrambi gli elementi.
Finchè c’era la crisi economica le persone accorte ed avvedute hanno subito la riforma Fornero sena eccessive ritrosie. Ma finita la fase emergenziale, anzi sembra proprio che ci siamo messi a correre e siamo al + 1.8,  era ovvio che certe rigidità venissero eliminate o quanto meno smussate.
La risposta a questa esigenza  è stata l’ape volontaria, quella sociale ed i lavoratori precoci. Il mancato avvio della prima, di cui comunque non si sente in giro una spasmodica attesa, e la deludente risposta sull’ape sociale unito all’annuncio dell’innalzamento di ulteriori 5 mesi per andare in pensione, hanno fatto deflagrare il tema.
In base al promo monitoraggio c’era stato solo il 30% delle domande di ape sociale accolte ed il 70%. Ora in base ai correttivi interpretativi sempre che le percentuali siano ribaltate.
Qual è la situazione al giorno di oggi è noto.
Il governo, utilizzando i 300 non spesi per l’ape sociale ha fatto una serie di proposte che non hanno avuto un applauso corale da parte dei sindacati, nonostante  l’offerta di un abbassamento  degli anni di contributi richiesti, 30 anni anzicché dei 36 oggi previsti per i lavori gravosi. I contendenti, chiamiamoli così, si sono impegnati a vedersi e decidere per il 18 prossimo, perché nessuno si sarebbe riunito il 17 di venerdì, perché in quel caso l’esito negativo sarebbe stato scontato (è una facezia naturalmente).
Il punto fermo mantenuto dal governo è che l’impianto della Fornero non si tocca, ma si possono fare degli aggiustamenti.
Ma allora il problema principe è, a prescindere dal problema della sostenibilità economica nel lungo periodo, qual è l’età ottimale per il pensionamento.La risposta è essenzialmente di natura ( per gli interessati) psicologica.
Stando ai dati Inps, infatti la media dell’età al pensionamento degli italiani è di molto inferiore ai 65 anni perché più del 40% dei pensionamenti annui è costituito da pensione di anzianità ora anticipate. Trattandosi di lavoratori che hanno messo assieme più di 40 anni di contributi, sono situazioni che nel prossimo futuro saranno difficilmente replicabili. E’ una grossa fetta di chi è potuto sfuggire comunque ai più alti limiti di età. Poi c’è un altro elemento che rinforza la tesi psicologica. Nel Pubblico impiego per esempio, fino al 2012 il limite di età era di 65 anni per uomini e donne e c’era la possibilità di chiedere il trattenimento in servizio per ulteriori 2 anni, fino a 67 anni. Ebbene, in questo caso la percentuale di chi chiedeva il trattenimento era uguale se non superiore ai richiedenti la pensione anticipata. Il lavoratore non deve sentirsi ingabbiato e deve essere libero, da una certa età in poi, se lo desidera, andarsene in pensione.
Se matura questo convincimento va da un patronato, se non si fida delle simulazioni della busta arancione di cui sopra, e si fa fare i suoi calcoli sulla presunta pensione, se gli conviene bene, se no stringe i denti e deve continuare a lavorare. La flessibilità in uscita d’altro canto, è costitutiva del sistema contributivo, anche se la flessibilità è collegata al raggiungimento di un importo minimo.
Naturalmente per rendere realistico uno scenario del genere occorrono realizzare due corollari,
il primo modificare il sistema di calcolo dei coefficienti di trasformazione che devono tenere anche conto delle diverse aspettative di vita e essere calcolati pro-quota. Poiché ad 0gni variazione dell’aspettativa di vita i coefficienti si abbassano, occorre salvaguardare gli importi già maturati.
Secondo l’adesione massiccia alla previdenza complementare. Essa rimane l’unico elemento che può rendere realistico il ritiro anticipato dal lavoro. Se cioè di può disporre di una rendita che unita a quella dell’Inps abbia come sommatoria un importo accettabile, in modo da non porre nessun onere aggiuntivo a carico dello Stato come integrazioni pensionistiche al minimo  che dal sistema contributivo sono appunto state già escluse.

Camillo Linguella

 

 

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 15 novembre 2017 at 13:03

Mi scusi leggo della sua battaglia per il “consolidamento dei coefficienti” e noto che è un po che ne scrive, l’inps di qui, l’inps di la… Ma nella sua tanto amata previdenza complementare questo avviene?… assolutamente no!!!! Mi scusi ma allora perchè non la chiede anche in quella??? Dato che si spertica per decantarne le lodi. L’inps che garantisce coefficienti migliori è (a suo avviso) ingiusta (perchè non “consolida”) e gli altri, i cui coefficienti sono peggiori (già di base), sono oro che cola? E i lavoratori (meschini aggiungerei io a complementare questa sua visione) non vedono. Suvvia un po di coerenza!!!!

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