Anche i fondi pensione danesi investono alle Cayman

Scritto il alle 08:33 da [email protected]

I Paradise papers continuano a stupirci, non nel fatto che i ricchi come al solito sono quelli maggiormente portati a evadere le tasse o a trasferire i loro “sudati guadagni” dove si pagano meno tasse, ma le società o insospettabili personaggi  che si avvalgono di queste situazioni di maggior favore, come Google, Amazon o la Regina di Inghilterra, quest’ultima perchè forse paventa di finire in miseria a causa della Brexit!. Nei paradisi fiscali c’è il 10% del Pil mondiale. Da questa percentuale si può dedurre che i centri finanziari offshore non rappresentano un’anomalia del sistema finanziario globalizzato ma ne sono una parte integrante. E’ sbagliato pensare che i siffatti paradisi si trovino solo in calde isole esotiche, perché sono annidati anche in Europa, come l’isola Jersey nel Canale della Manica e addirittura l’Olanda ed il Lussemburgo ,poi a seguire Cipro e Malta, sempre per rimanere nell’austera UE. Anzi molti affermano che  sono gli ordinari effetti della globalizzazione per cui si va a fare l’affare nel paese dove è più conveniente. Tutto questo mentre ancora non sono spente le polemiche dell’Inps sui pensionati italiani che percependo una pensione sui 500 euro mensili, si sono trasferiti nei loro paradisi fiscali come la Romania e la Bulgaria mentre i pensionati sui mille euro a Tenerife o in Costa Rica. Ha tuonato il presidente dell’Istituto previdenziale che costoro sottraggono ricchezze all’Italia. Ma costoro, tutti insieme non raggiungono l’importo  sottratto da un singolo evasore dei veri paradisi fiscali.
Fra gli enti coinvolti nei paradise papers, sono spuntati anche i Fondi pensione danesi che si sono giustificati affermando di non aver mai evaso le tasse e di aver sempre soddisfatto le aspettative dei loro associati. Sul primo punto non so, sul secondo, la Danimarca, da 7 anni è prima in classifica mondiale per quanto riguarda il livello del suo welfare complessivo e previdenziale in particolare. Lo confermano i dati Ocse e l’ultimo rapporto Mercer Melbourne.
Troviamo PFA, il secondo maggior fondo pensionistico della Danimarca che era  salito agli onori della cronaca finanziaria, in positivo,  per il suo acquisto dei titoli obbligazionari  creati appositamente per fornire un  sostegno ai paesi comunitari più in difficoltà con il loro debito, Sampension, il fondo pensione pubblico danese che gestisce un patrimonio di 335 miliardi di corone (48 miliardi di euro) che aveva escluso dal suo portafoglio il gigante dell’auto Nissan Motor per le accuse mosse nei confronti dell’azienda giapponese di essere coinvolta indirettamente nella vendita di armi in Sudan, più una serie di altri fondi pensionistici danesi. Questi si sono difesi con veemenza  dagli attacchi ricevuti per aver investito in fondi domiciliati nelle Isole Cayman e in altri paradisi fiscali per pagare meno tasse.
In documentario televisivo dell’emittente nazionale danese DR e una inchiesta di Politiken hanno  denunciato entrambi questi investimenti nei paradisi fiscali.
Politiken ha riferito che 16 dei 17 fondi pensionistici danesi intervistati, hanno dichiarato di aver investito in un certo numero di paesi che sono considerati paradisi fiscali. PFA ha ammesso di aver istituito un proprio fondo in uno di essi.
PFA ha dichiarato di aver istituito il fondo d’investimento Midgard nel 2009 ma la scelta delle Isole Cayman come sede del fondo non aveva nulla a che vedere con la “speculazione fiscale aggressiva. L’imposta è stata pagata in relazione alla legislazione danese e internazionale prevalente. Il motivo per cui è stato collocato nelle isole Cayman era che il fondo era destinato anche agli investitori internazionali “. Il fondo Midgard è  stato successivamente trasferito nel Lussemburgo.
Pension Lærernes, fondo pensione danese per insegnanti, ha dichiarato di avere investito in un fondo forestale registrato nelle Isole Cayman, ma che le somme investite in questo fondo non erano quelle destinate agli investimenti per le pensioni. “Questo è perché paghiamo l’imposta, sia nel paese in cui avviene l’investimento che in Danimarca”, ha dichiarato la Lærernes Pension in relazione a questo fondo di investimento, proseguendo di aver pagato il 19% dell’imposta sulle società in Indonesia e la tassa danese sulla pensione danese (PAL).

Sampension a sua volta ha dichiarato di aver investito nello stesso fondo, che sostiene l’attività forestale sostenibile in tre paesi sudorientali asiatici. Esso opera in collaborazione con il fondo d’investimento statale danese IFU e diversi altri fondi pensione sia in Danimarca che in altri paesi, insieme ad altri investitori.
“Il fondo è stato istituito nelle isole Cayman solo per ragioni pratiche, per poter attirare investitori di altri paesi”, hanno affermato.
Henrik Olejasz Larsen, CIO della Sampension, ha in sostanza ammesso  che il fondo per richiamare altri investitori  per evitare il pagamento di imposte in Danimarca o nel paese in cui si è svolta l’attività economica.
“Pensiamo che tutti – grandi e piccoli – debbano pagare le tasse che la legge richiede e se la legge è troppo carente, i politici e le organizzazioni internazionali devono affrontare questo problema”, ha concluso, come a dire noi utilizziamo le opportunità che ci sono, se le aboliscono, noi ci adeguiamo.
Al momento non risulta che nessun fondo italiano sia implicato nell’affaire, non tanto per la modesta consistenza dei patrimoni, ma sia per l’accorta politica di investimento finora praticata e per la vigilanza occhiuta della Covip che avrebbe immediatamente proibito una cosa del genere, sia perchè i fondi italiani provilegiano invstimenti socialmente sostenibili ed evadere le tasse non è il massimo dell’eticità, sia pure finalizzato a fornire rendite più alte. Non è che evadere le imposte è meno disdicevole che investire in armamenti o industrie che impiegano manodopera minorile. Stanno sullo stesso piano.

Camillo Linguella

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