Nuove politiche di investimento aspettando la finanziaria 2018

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Molti fondi, alla ricerca di rendimenti “sicuri” e superiori allo zero, stanno adottato una strategia azionaria globale e generalmente attiva. Il portafoglio è così investito principalmente in azioni quotate compresi quelle dei mercati emergenti, spesso introdotti di recente per la prima volta. In questo nuovo asset a far da apripista è stato il fondo Solidarietà Veneto. Allo stesso tempo, una parte limitata del portafoglio è investita in attività non quotate, principalmente emesse da piccole e medie imprese (PMI). Questa parte del portafoglio aiuta a massimizzare la diversificazione. L’obiettivo principale di questa strategia è stato, sin dall’inizio, il controllo del rischio. Grazie ai fondi pensione, ogni aderente può trarre vantaggio da un portafoglio di investimenti diversificato a basso costo, ai quali gli associati attraverso la scelta dei comparti di investimento potranno accedere come singoli investitori. Ecco perché il fondi si devono impegnare ad esplorare i modi più innovativi per massimizzare i rendimenti e mantenere la volatilità bassa. Un modo per esempio è quello di investire il 5% del portafoglio in azioni di diversi fondi di private equity.
Negli ultimi anni, lo scenario è cambiato in modo significativo. E di conseguenza si è costretti, più che in passato, a trovare beni che possano fornire rendimenti senza aumentare il profilo di rischio. Qui entrano in ballo investimenti in infrastrutture.
E così i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Economia stanno lavorando per formulare un emendamento o una serie di emendamenti alla legge di bilancio 2018 – che puntano a rendere più efficaci gli strumenti introdotti con la manovra dell’anno scorso attraverso un potenziamento dei Pir, i piani individuali di risparmio nati per il finanziamento alle imprese italiane di media dimensione, e in particolare quelli riservati ai cosiddetti investitori istituzionali, come i fondi pensione,che hanno diritto sui loro investimenti a benefici fiscali.
Il finanziamento fino al 5% dell’attivo patrimoniale di Casse e Fondi pensione (circa 12 miliardi potenzialmente mobilitabili su un patrimonio complessivo di 230 miliardi) nei fondi chiusi e con una attenzione particolare anche per startup e imprese innovative: L’ emendamento all’articolo 11 della manovra prevederebbe infatti che entro 4 anni il 10% di questi investimenti qualificati siano destinati ad azioni o quote di Fondi per il venture capital, oppure in fondi chiusi che investano almeno il 75% del valore degli attivi in società non quotate nella fase di sperimentazione.
Secondo il Corriere della Sera la norma che introduce un restyling degli strumenti messi in piedi dalla manovra dell’anno scorso (commi 88 e 89) prevede innanzitutto che gli investimenti già effettuati non saranno computati per calcolare il raggiungimento del limite del 5%. Rispetto a quanto previsto l’anno scorso il nuovo meccanismo – se sarà approvato – fa saltare gli investimenti “diretti” di Casse e Fondi pensione in azioni e quote di imprese italiane. Nella nuova versione gli investimenti saranno in fondi chiusi che a loro volta dovranno investire prevalentemente in quote e azioni di imprese mediamente meno capitalizzate (società non quotate o quotate su mercati o sistemi multilaterali di negoziazione diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib) oppure in strumenti di debito – come le obbligazioni non bancarie emesse da società non quotate – e in crediti a medio e lungo termine.
Restano comunque in piedi i paletti già introdotti l’anno scorso per ottenere l’esenzione dall’imposizione sui redditi generati da questi investimenti. E cioè che l’investimento di Casse e Fondi professionali (non superiore al 5% dell’attivo patrimoniale) sia detenuto per almeno cinque anni. E poi che oggetto dell’investimento siano imprese residenti in Italia o che abbiano stabile organizzazione nel territorio italiano.
In questo modo si otterrebbe un duplice effetto, quello di garantire rendimenti soddisfacenti senza immettere una volatilità alta cosi che le rendite di previdenza complementare possano essere un reale strumento di integrazione monetaria e secondo sostenere la ripresa economica del Paese evitando che le risorse siano prevalentemente investite all’estero.

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