Il secondo welfare tifa per quello aziendale

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ll Terzo Rapporto sul Secondo welfare in Italia 2017, presentato il 21 novembre 2017 a Torino, raccoglie le principali ricerche svolte dal Laboratorio “Percorsi di secondo welfare” negli ultimi due anni. E’ un’apologia del welfare frammentato anche se mascherato come integrativo, riduttore delle tutele universali previste dall’attuale assetto Costituzionale. Il rapporto è una peana per la sanità integrativa. Invogliando, anche con congrui benefici fiscali,  le aziende a disperdere  le risorse in mille rivoli e rivoletti secondo la logica del mercato privato, si avvantaggeranno le categorie più forti e si creerà un problema in più per i pensionati, perché espulsi dal mercato del lavoro perderanno quasi tutte le coperture sanitarie ( nel momento del maggior bisogno). Ma anche qui la risposta è pronta perché sono già pronte da almeno qualche anno le campagne promozionali di imbonimento a favore di fondi integrativi di previdenza e assistenza sanitaria.
Tuttavia il documento offre alcuni spunti di riflessione utili a comprendere l’evoluzione del secondo welfare nel nostro Paese e approfondisce modalità operative, progetti e strategie delle tante realtà che ormai sono parte integrante di questo mondo sempre più ampio e variegato. Sono passati dieci anni dall’inizio della crisi economica. Sei dall’avvio del progetto “Percorsi di secondo welfare”. Un tempo certamente non lunghissimo, ma sufficiente per provare a fare il punto sulla situazione del welfare del nostro Paese. E, soprattutto, sufficiente per comprendere l’effettiva diffusione del secondo welfare, evidenziare le dinamiche ad esso collegate e offrire nuovi dati quantitativi sul suo “peso“, anche aggiornando alcune esperienze trattate nei rapporti precedenti.
Il Terzo Rapporto, affronta temi centrali per comprenderne l’evoluzione come l’innovazione sociale, l’empowerment  ( crescita della consapevolezza) dei destinatari degli interventi, l’interazione con il Sistema Pubblico e l’attivismo “dal basso”. Si spazia dalle imprese che implementano piani di welfare aziendale allo sviluppo della bilateralità, dalle forme di contrasto alla povertà messe in campo perfino dalle Fondazioni di origine bancaria, al ruolo delle Fondazioni di partecipazione per il “dopo di noi”. Quantificare questa moltitudine di esperienze, attività e servizi non è stata cosa facile. In primo luogo perché mancano fonti e dati aggregati, ma anche perché la continua evoluzione di proposte, idee e sperimentazioni rende difficile stare al passo con i diversi percorsi che segue il secondo welfare che non è più considerabile un insieme di iniziative sporadiche, ma di veri e propri nuovi pilastri di un edificio destinato a pesare – al di là dei giudizi di valore – nel panorama del welfare e, più in generale, del modello sociale italiano.
Uno dei punti fondamentali del welfare integrativo è ancora oggi costituito dalla previdenza complementare, sufficientemente citata nel rapporto. ma non altrettanto approfondita
Mentre infuria la battaglia sull’accordo o sul mancato accordo delle pensioni, a secondo dei vari punti di vista e, la voluta drammatizzazione degli scenari economici  nel lungo periodo, a differenza di quanto si potrebbe immaginare, in Italia – scorporando dalla spesa pensionistica la quota di trattamenti puramente assistenziali e le tasse – la spesa netta per le pensioni, in termini di percentuale del Pil, è allineata con la media UE. Secondo Alberto Brambilla, Presidente del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, a pesare sullo squilibrio del sistema sono soprattutto un mercato del lavoro statico e sbilanciato tra la domanda e l’offerta e il basso livello dei salari (Guarino 2017). Questo dato stride enormemente con l’articolo messo oggi in prima pagina dal Corriere della Sera che indica addirittura  in  88 miliardi lo squilibrio italiano sulle pensioni.  A questo proposito è  importante sottolineare che nemmeno la disponibilità di un lavoro e relativo reddito salvaguardano dalla povertà: i dati Eurostat indicano che in Italia l’11,5% di chi ha un lavoro risulta a rischio. Per mantenere un decoroso tenore di vita si rende pertanto sempre più necessaria un’integrazione della pensione pubblica con forme previdenziali private, i cosiddetti secondo e terzo pilastro. Secondo il Rapporto annuale Pension Outlook 2016 Ocse, in Italia l’adesione alle forme integrative: nel 2016 ha ripreso a crecere e il numero degli iscritti ai fondi pensione è salito a 7,8 milioni, in aumento del 7,7% da fine 2015; in valoreassoluto si tratta di 557.000 aderenti in più. Le risorse gestite dai fondi negoziali e aperti ammontano a quasi 60 miliardi di euro, un quarto dei quali gestiti da imprese assicuratrici, alle quali spettano in via esclusiva anche la gestione dei Piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip), terzo pilastro della previdenza, sui quali le compagnie investono 20 miliardidi euro. Quest’ultima tipologia di contratti sono destinati al singolo lavoratore che, potendosi permettere l’impegno del versamento economico, stipula liberamente una polizza come rendita integrativa.

Anche se i lavoratori italiani iscritti ai fondi integrativi sono in aumento c’è
ancora una significativa resistenza causata soprattutto dalla mancanza di conoscenza sul tema. Le adesioni infatti sono limitate rispetto al bacino potenziale dei lavoratori occupati, con un tasso di copertura complessivo attorno al 25%. Si denotano inoltre profonde disparità territoriali (al Nord i tassi di adesione sono oltre il 30%, al Sud sono fermi al 21%), tra i lavoratori dipendenti privati (oltre 30%), autonomi (21,3%) e del settore pubblico (solo 194.000 adesioni su 7,2 milioni di iscritti complessivi), nonché nelle grandi imprese (tassi di adesione superiori all’80%) rispetto alle piccole aziende (tassi inferiori al 10%).

Affinché i lavoratori possano mantenere un adeguato livello di protezione e benessere una volta usciti dal mondo del lavoro urgono pertanto iniziative di
informazione e alfabetizzazione sul tema dei fondi integrativi, che saranno tra l’altro sempre più necessari visto che il rapporto tra occupati e pensionati nel 2015 era pari appena a 1,38 attivi per pensionato mentre l’equilibrio del sistema richiederebbe un valore almeno di 1,55.
Le recenti novità legislative in tema di welfare aziendale hanno introdotto alcune modifiche volte a rispondere in maniera più adeguata alle esigenze dei dipendenti e dei loro familiari.
Nel welfare aziendale l’intervento più diffuso è la formazione (70,4%), seguita dalla
sanità integrativa (62,9%), a grande distanza dai servizi volti alla conciliazione vita-lavoro
(32,8%) e dalla previdenza complementare (28,7%). Piuttosto bassa appare la percentuale di imprese che offrono misure di sostegno al reddito (21,8%).
Sono dati impressionanti. Lo sviluppo della sanità integrativa e di fatto sostitutiva ( si pensi per esempio alle visite specialistiche senza fare liste d’attesa) va di pari passo con il degrado della sanità pubblica nonostante che rimane un presidio di modernità e di efficienza al di là di qualche sfasatura territoriale ancora ferma al medioevo, a livello mondiale. Ma ripercorrere su strade diverse il cammino dei disciolti Inam ed Enpals, i vecchi enti sanitari dei lavoratori privati e quelli pubblici, per chi non ha una memoria storica, non so se è un vero avanzamento sociale per tutti oppure è una riproposizione delle vecchie caste dove ci sono i bramini, ultra tutelati ed i paria che devono confidare solo sulla provvidenza.

 

 

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