Niente rilancio della complementare ma 5 mesi di lavoro in più

Scritto il alle 08:54 da [email protected]
  • tQuest’anno, ormai  agli sgoccioli, doveva essere quello del rilancio della previdenza complementare, l’unico appiglio certo che emerge  dal confuso bailamme sulle pensioni posto in essere nella corsa per l’accaparramento dei consensi elettorali. Invece c’è stato lo stallo totale e i lievi progressi delle adesioni non colmano il gap della copertura dei futuri bisogni economici dei pensionati. La stessa strada delle adesioni per via contrattuale inoltre  non ha arrecato quella svolta significativa che si attendeva, anche se queste sono cose che maturano a distanza di qualche anno
    Nella legge di Bilancio 2018 in via di approvazione qualcosa c’è ed è la riparazione di una disparità di trattamento che oltre ad essere anticostituzionale, forse era uno degli elementi frenanti delle iscrizioni fra i dipendenti pubblici. Dico forse perché se la cosa  interesserà i più accorti, lascerà nella indifferenza moltissimi potenziali beneficiari.
    Finalmente i dipendenti pubblici che aderiscono alla previdenza complementare, i Fondi Perseo Sirio e Espero,  saranno equiparati ai dipendenti del settore privato. Si applicheranno quindi anche al pubblico le norme dell’articolo 8 del Dlgs 252/2005 e l’articolo 10 comma 1 lettera e-bis del Tuir, i quali prevedono la deducibilità dei contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro o committente alle forme di previdenza complementare nella misura massima di 5.164,57 euro.
    L’equiparazione scatterà dal primo gennaio e riguarderà anche la tassazione delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 11, comma 6 del Dlgs 252/2005: una tassazione a titolo di imposta del 15% e una ulteriore riduzione dello 0,30% dell’aliquota base per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione alle forme pensionistiche complementari, con un limite massimo di riduzione del 6%. Per i dipendenti pubblici che verranno assunti dal primo gennaio 2019 si estenderà anche la norma del cosiddetto silenzio-assenso: le parti istitutive ,datori di lavoro e sindacati, potranno regolamentare le modalità di adesione anche mediante forme di silenzio-assenso, e non solo di esplicito consenso come avviene ora.

Ci si è limitati solo al settore pubblico perché forse si è ritenuto di aver dato troppo per quello privato. Sul fronte del welfare aziendale del settore privato la doppia operazione avviata con le leggi di Stabilità 2016 e di Bilancio 2017 aveva già fatto molto. C’era però chi si attendeva almeno un passo indietro sull’incremento della tassazione (dall’11% al 20% deciso con la manovra 2014) per i rendimenti dei fondi pensione, invece niente di fatto.
Intanto è stato stabilito che si  vive di più e dal 2019 si dovrà lavorare e 5 mesi in pià, tranne le 15 categorie salvaguardate per la gravosità dei lavori svolti. Con decreto pubblicato in G.U del 12/12/2017, a decorrere dal 1° gennaio 2019, i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici […] sono ulteriormente incrementati di cinque mesi. E i valori di somma di età anagrafica e di anzianità contributiva […] sono ulteriormente incrementati di 0,4 unità.
Quando si andrà in pensione dal 2019
Questo significa che i requisiti per maturare la pensione si alzano per tutti le varie tipologie delle pensioni. Per la pensione di vecchiaia servirà avere 67 anni e almeno 20 anni di contributi. La pensione anticipata si otterrà invece con 43 anni e 2 mesi di contributi per gli uomini, e 42 anni e 2 mesi per le donne. Per ciò che concerne la pensione di vecchiaia contributiva, bisognerà avere 71 anni e minimo 5 anni di contributi; mentre la pensione di anzianità contributiva si raggiungerà a 64 anni.
I requisiti aumentano anche per la pensione di vecchiaia e anzianità in regime di totalizzazione. Nello specifico, per la prima i requisiti matureranno una volta raggiunti i 66 anni di età; per la seconda bisognerà aver maturato 41 anni di contributi.

Anche le altre tipologie di trattamenti pensionistici subiranno tale incremento. In particolare, la pensione di vecchiaia per invalidità maturerà a 61 anni di età per gli uomini e 56 anni per le donne. Per i lavoratori precoci bisognerà aver raggiunto 41 anni e 5 mesi, sia per gli uomini sia per le donne.
Per l’Ape gli incrementi dovrebbero arrivare più tardi, e i requisiti saranno maturati solo a partire da 63 anni e 5 mesi di età, ovvero 3 anni e 7 mesi prima della maturazione dei requisiti per l’accesso alla pensione di vecchiaia. Dall’incremento dell’età pensionabile saranno però sospesi i soggetti che hanno effettuato lavori gravosi e che rientrano in 15 categorie, come approvato dal Governo in una recente modifica.
Infine, per l’assegno sociale l’aumento si registrerà già a partire dal 2018, con un aumento di 1 anno (fino a 66 anni e 7 mesi) e poi a 67 anni a partire dal 2019.

c.l.

 

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