Stop all’ età pensionabile: La montagna partorì il topolino

Scritto il alle 08:31 da [email protected]

L’ultimo scorcio del 2017 è stato impegnato da parte di un considerevole schieramento politico e sindacale per scongiurare il paventato aumento dell’età pensionabile di 5 mesi e sicuramente impegnerà parte non trascurabile della prossima  campagna elettorale. La principale obiezione all’aumento è che non si può innalzare indiscriminatamente l’età pensionabile nella stessa misura a tutti, perché una cosa è fare l’impiegato davanti ad un Pc ed un’altra cosa è fare l’edile su un’impalcature poste  a vari piani d’altezza;  pertanto le età del pensionamento devono essere differenziate in base al lavoro svolto. Fin quanto non fossero stati stabiliti nuovi parametri oggettivi sui diversi lavori, l’aumento dell’età si sarebbe dovuta bloccare.
Immediatamente entrarono in campo gli avversari di questa teoria con tutto l’armamentario utilizzato di solito per queste occasioni: il costo eccessivo stimato da 8 a 84 miliardi ( a regime, e comunque meno di quello speso per il salvataggio delle banche), il messaggio negativo dato ai mercati finanziari e soprattutto, si contravveniva ad un obbligo preso con l’Europa nel 2011 quando l’Italia si impegnò a stabilizzare la sua finanza pubblica.
Il governo preso, fra Scilla e Cariddi, come è suo compito, apparentemente ha adottato una misura mediana di sintesi. Apparentemente, ma non è così. In realtà ha aggravato le cose, almeno sul fronte delle enormi aspettative venutesi a creare.
Il governo in sostanza ha detto : io non posso bloccare l’aumento dell’età perché mi crolla l’economia che si sta appena riprendendo, per i segnali ai mercati ecc…. agirò in due direzioni, da una parte nomino una commissione di studio per stabilire le diverse età di pensionamento, dall’altra esento dall’aumento dell’età pensionabile i lavori gravosi già individuati nel 2017 e per eccesso di bontà aggiungo altre 4 categorie finora non comprese nell’Ape Sociale.Fin qui in sostanza un compromesso accettabile, ma leggendo bene la legge approvata, la legge 205/17, si scopre che il piatto non è equilibrato.
Qui si innesta un altro problema, quello della poco comprensibilità del linguaggio delle leggi che nonostante le grida manzoniane di richiesta di semplificazione, sono sempre più inintellegibili, cioè proprio non si capiscono. Esempio classico è la direttiva del 2002 dell’allora ministro della Funzione Pubblica Franco Frattini, rinfrescata nel 2005 e nel 2009. che vietò perfino  l’uso di termini latini e stranieri. Infatti  l’emanazione di una recente legge che si chiama Jobs Act che proprio italiano non è,  costituisce la classica violazione delle direttive emanate-.
E’ vero che oggi vengono pubblicati dei testi comprensivi di tutte le leggi richiamate e internet aiuta molto a chi vuole fare delle ricerche ( pensate le difficoltà  quando internet non c’era e trovare le leggi citate era un lavoro improbo da svolgere nelle biblioteche pubbliche, dove immancabilmente quella richiesta non c’era, perché in lettura o fuori posto!).
Fatta questa premessa andiamo a leggere la legge
Prendiamo il comma147 e seguenti. Così recitano: Per gli iscritti all’assicurazione generale obbligatoria, alle forme sostitutive ed esclusive della medesima e alla gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, che si trovano in una delle condizioni di cui al comma 148, non trova applicazione, ai fini del requisito anagrafico per l’accesso alla pensione di vecchiaia e del requisito contributivo
per l’accesso alla pensione anticipata, di cui all’articolo 24, commi 6 e 10, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, l’adeguamento alla speranza di vita stabilito per l’anno 2019, ai sensi dell’articolo 12 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122.


148. La disposizione del comma 147 si applica:
a) ai lavoratori dipendenti che svolgono da almeno sette anni nei dieci prece denti il pensionamento le professioni di cui all’allegato B e sono in possesso di un’anzianità contributiva pari ad almeno 30 anni;
b) ai lavoratori addetti a lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, di cui all’articolo 1, comma 1, lettere a), b), c) e d), del decreto legislativo 21 aprile 2011, n. 67, che soddisfano le condizioni di cui ai commi 2 e 3 del medesimo articolo 1 del decreto legislativo n. 67 del 2011 e sono in possesso di un’anzianità contributiva pari ad almeno 30 anni.
149. Al requisito contributivo ridotto riconosciuto ai lavoratori di cui all’articolo 1, comma 199, della legge 11 dicembre 2016, n. 232, continuano ad applicarsi gli adeguamenti previsti ai sensi del comma 200 del medesimo articolo.
150. La disposizione di cui al comma 147 non si applica ai soggetti che, al momento del pensionamento, godono dell’indennità di cui all’articolo 1, comma 179, della legge 11 dicembre 2016, n. 232.


151. Per i lavoratori di cui agli articoli 1, comma 2, e 70, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nonché per il personale degli enti pubblici di ricerca, che soddisfano i requisiti di cui ai commi 147 e 148, le indennità di fine servizio comunque denominate di cui all’articolo 3 del decreto-legge 28 marzo 1997, n. 79, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 1997, n. 140, sono corrisposte al momento in cui il soggetto avrebbe maturato il diritto alla corresponsione delle stesse secondo le disposizioni dell’articolo 24 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e sulla base della disciplina vigente in materia di corresponsione del trattamento di fine servizio comunque denominato.
152. Fermo restando quanto previsto dal comma 151, ai lavoratori di cui ai commi 147 e 148 non si applica la disposizione di cui all’articolo 24, comma 9, secondo periodo, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni.


153. Con decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono disciplinate le modalità attuative dei commi 147 e 148, con particolare riguardo all’ulteriore specificazione delle professioni di cui all’allegato B e alle procedure di presentazione della domanda di accesso al beneficio e di verifica della sussistenza dei requisiti da parte dell’ente previdenziale, tenendo conto di quanto previsto dal testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.
Spero che avete saltato tutto a piè pari dopo aver letto qualche rigo.
In realtà oggi per andare in pensione di vecchiaia occorre avere 20 anni di contributi e 66 anni e 5 mesi di età anagrafica e dal 2019, 67 anni, ma sempre con 20 anni di contributi.
Chi appartiene ad una delle categorie gravose e nel 2019 volesse andare in pensione 5 mesi prima: :
a) non deve avere in corso l’ape sociale,
b) Invece di 20 anni di contributi ne deve avere 30,
c) Comunque la sua pensione sarà calcolata sui nuovi coefficienti di trasformazione,
d) E se è dipendente pubblico i termini per il pagamento della buonuscita , i due anni classici, decorrono dal compimento del 67 anno di età.
Naturalmente per sapere cosa c’è scritto effettivamente nella legge occorrerà aspettare le circolari interpretative  del Mef, del Lavoro e dell’Inps. Alle quali poi seguiranno successivi aggiustamenti ( i c.d smi : successive modifiche o integrazioni) e messaggi operativi.

Ma abbiamo tutto il 2018 per focalizzare bene tutto.

 

 

 

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 8 gennaio 2018 at 13:49

Complimenti ottima spiegazione!!!

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