La complementare, fra fake news e opportunità

Scritto il alle 09:06 da [email protected]

La lotteria delle pensioni è aperta, bisogna vedere chi vincerà la befana in palio. Intanto assistiamo sbigottiti ed affascinati al gioco pirotecnico scatenato attorno ad esse. In realtà a prescindere delle coloriture ideologiche o semplicemente demagogiche, la struttura delle pensioni è abbastanza semplice. Occorre mettere da parte dei soldini per poter vivere quando non si lavora più. Quanti più soldi si  mettono da parte, tanto maggiore sarà quello di cui si potrà disporre mese per mese. Nel calcolare quanto si  potrà spendere mensilmente, facendo i debiti scongiuri, si dovrà fare la previsione di quanti anni si continuerà ad allietare l’umanità con la propria presenza: perché più la previsione sarà a lungo termine, cosa che tutti vogliamo, più la disponibilità mensile diminuisce. E’ ovvio
Per mettere da parte il gruzzoletto occorre lavorare sempre e guadagnare stipendi dignitosi. Cosa non sempre compatibile con le crisi economiche e strutturali.     Ecco, intorno a questi parametri fondamentali ci possiamo fare tutti i ricami possibili, ma la sostanza non cambia. Per esempio ho sentito di una proposta che dal taglio delle pensioni d’oro si vorrebbe assicurare una pensione di 700 euro a tutti, mentre altri promettono una pensione di 1000 euro senza neppure preoccuparsi di tagliare quelle d’oro. C’è chi invece vuole abolire la Fornero ( intesa come legge sulle pensioni). Una proposta che tutt’ora manca è quella di estendere le pensioni d’oro a tutti, così si evitano ogni ingiustizia sociale!
In effetti, al di là di facili ironie, il problema è tremendamente serio e va affrontato con la stessa serietà perché riguarda il destino di tutti noi tenendo presente che avremo di fronte ( fortunatamente) una popolazione sempre più anziana.
All’incapacità o impossibilità di continuare a mantenere il vecchio sistema pensionistico basato sulle ultime retribuzioni, anche da noi vige il cosiddetto sistema contributivo, che tiene conto, sia pure con modeste rivalutazioni, anche delle retribuzioni percepite all’inizio della carriera, venti, trenta anni fa, così necessariamente gli importi complessivi pensionistici attuali subiscono una diminuzione media dal 20/50%.
Per compensare questa diminuzione è stata prevista un supporto su base volontaria di integrazione pensionistica, la pensione complementare.
Non è che prima della legge Dini non esistessero delle pensioni integrative. Esistevano, i cosiddetti fondi preesistenti ed erano appannaggio delle categorie forti, in quel periodo, cioè le banche e le assicurazioni generalmente.
Ora la previdenza complementare non ha conquistato gli animi, né ha dato quello slancio   allo sviluppo dell’economia nazionale come si pensava.
Hanno contribuito a questi risultati anche delle vere campagne di disinformazione che oggi non avremmo nessuna difficoltà ad etichettare come fake news.

Molti pensano che non essa non sia necessaria e che il Tfr rivalutato per legge è più che sufficiente come integrazione. Si ha paura di rimanere intrappolati con una scelta irrevocabile, dimenticando che l’adesione alla complementare segue pari pari le sorti del tfr. Finchè si lavora non è disponibile. Lo stesso accade per il capitale accumulato nei fondi pensione. Se si smette di lavorare si prende la pensione complementare, se non si ha diritto alla pensione, si riscatta la posizione maturata.
Le recenti disposizioni legislative aboliscono questo spauracchio. Aderendo alla previdenza complementare ora il lavoratore decide la percentuale di versamento del proprio trattamento di fine rapporto da versare alla previdenza complementare che può essere da zero fino al 100%.
Inoltre non sempre si tiene in debita considerazione il contributo dell’1% dello stipendio versato dal datore di lavoro ai fondi pensione, che in un arco temporale lungo diventa molto considerevole. Anzi molti neppure lo sanno.
Primeggia ancora la paura di perdere tutto il capitale con gli investimenti fatti sui mercati finanziari.
Venti anni di esperienza dovrebbero aver insegnato che i fondi hanno lavorato bene, positivamente, con rendimenti superiori a quelli del tfr e che nessun fondo pensione si è trovato in cattive acque.
Poi ci sono i benefici fiscali che non sono di poco conto e consentono notevoli risparmi così che gli investimenti diventano anche più remunerativi. Si pensi alla defiscalizzazione dei premi di produzione introdotti nel 2017 se questi sono versati alla previdenza integrativa.
Oggi la legge di bilancio del 2018 fa un ulteriore passo in avanti per la diffusione di questo strumento nel pubblico impiego equiparando le regole fiscali di cui hanno goduto i lavoratori del settore fiscale.
Naturalmente da solo questo elemento, importantissimo, non sarà sufficiente a favorire iscrizioni di massa, che rimarranno spero per un breve periodo ancora, un fatto elitario.
Proprio per debellare tutta una serie di notizie non rispondenti proprio alla verità è stata istituita presso il Mef una commissione che dovrà curare la diffusione della cultura previdenziale e finanziaria fra i lavoratori dipendenti e per i giovani addirittura, sarebbe auspicabile, fin dalle aule scolastiche. In modo che ognuno abbia consapevolezza di quali sono le varie opzioni di scelta che ognuno liberamente potrà fare.

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1 commento Commenta
noise
Scritto il 15 gennaio 2018 at 11:33

Caro dott. Linguella, leggo sempre con interesse i suoi articoli che sono la mia principale fonte di informazione sul tema previdenza.
Io ho un’opinione diversa dalla sua e credo sia utile per tutti i lettori vagliare non solo le idee a favore ma anche quelle contrarie alla previdenza complementare.

1) Parliamo del contesto globale
La prima cosa che viene detto in qualunque forma di investimento è:
“i rendimenti passati non sono garanzia dei rendimenti futuri”.
Il fatto che i fondi pensione non abbiano creato disastri finora non significa che non li creeranno in futuro. La situazione finanziaria globale attuale è completamente
diversa dal passato. Ci troviamo in una situazione di sostanziale deflazione globale da circa due lustri (parlo delle economie mature occidentali: USA, Europa e
Giappone che ci ha preceduto di molti decenni), intervallate da crisi più o meno acute.
In questo contesto le “normali” condizioni di mercato sono state stravolte da un’ondata di liquidità senza precedenti da parte di tutte le banche centrali. Questo fenomeno ha generato un mercato azionario in mostruosa ascesa nell’ultimo lustro causato essenzialmente da buyback azionari e non da una equivalente crescita dei profitti.
Molti parlano di bolla senza precedenti e paragonano questa situazione al crack del 29, con l’aggravante della finanza algoritmica che in caso di consistente calo provocherebbe un vero disastro.
A questo si aggiunga che il debito sovrano ha ormai rendimenti che sono bassissimi o negativi e questo ha causato seri problemi nei fondi previdenziali del mondo, specialmente quelli statunitensi (allegherò i riferimenti se necessario).
A questo si aggiunga ancora che il debito privato (e quindi i bond privati) a livello mondiale negli ultimi 10 anni ha raggiunto cifre che superano di gran lunga il pil
mondiale. E’ importante stressare questo punto, perché parlare in questo contesto di rendimento minimo garantito è una pia illusione. Quali rendimento garantisci se un
decennale in euro solido (come i tedeschi o francesi) ha un rendimento dello 0,0x qualcosa? Vogliamo parlare dei rendimenti svizzeri o giapponesi?
Adesso il punto è molto semplice: lei è proprio sicuro che da qui a 10 0 20 anni sarà tutto come prima?

2) Parliamo del contesto italiano
Siamo in un paese dove ogni anno si fa una riforma della scuola, una riforma delle pensioni, una riforma della legge elettorale, e ad ogni legislatura addirittura una riforma costituzionale.
In tale contesto di “volatilità” istituzionale, quale garanzia ho che il mio contratto non diventi carta straccia a fronte di “esigenze” nazionali di ordine superiore?
L’esperienza di Monti che mi ha levato un gradone nell’avanzamento di carriera ed ha cancellato un anno di anzianità (originariamente erano tre) è ben vivida nella mia
mente.

Se rimango col TFR posso pretendere un mio diritto: i soldi che ti sei preso con la forza dal mio stipendio.
Se accetto la previdenza firmo un contratto che non garantisce proprio niente, ma la cui speranza è data di rendimenti passati.

3) La mia psicologia personale
Sono da poco insegnante di ruolo, dopo molti anni di sfruttamento nelle scuole paritarie in cui lo stato era sostanzialmente complice, dopo molti anni di precariato
nella scuola pubblica con pochi diritti ed un’anzianità di servizio che non è stata riconosciuta se non in piccolissima parte.
Non mi riconoscono l’anzianità però il mio lavoro se lo sono preso, pagato sempre la miserabile paga di base.
Ma che fiducia vuole che abbia per lo Stato, io che lo Stato lo servo e lo conosco bene?

Andrea

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