Approvato il contratto degli statali. E i pensionati?

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ll Consiglio dei ministri ha finalmente approvato l’intesa sul rinnovo del contratto degli statali del 23 dicembre scorso tra sindacati e Aran, l’Agenzia contrattuale per la Pubblica Amministrazione. Per l’operatività resta il passaggio alla Corte dei Conti. Senza entrare nel merito dell’accordo sottoscritto, è indubbio che si chiude un periodo nefasto per i pubblici dipendenti che prima dovettero subire l’ira funesta di Brunetta e poi la lunga vacanza contrattuale che ha portato guasti non solo nelle economie familiari degli interessati, ma duri colpi alla funzionalità della PA senza che le varie spending review abbiamo portato a significative riduzioni della spesa pubblica.
Crisi economica quasi risolta e prossime elezioni hanno provocato il miracolo. Speriamo che entro la mezzanotte del 3 marzo prossimo si firmino anche le altre intese, così tutti i comparti delle funzioni pubbliche avranno il loro contratto. Indubbiamente questo è un accordo ponte e bisognerà mettersi subito al lavoro per una piattaforma che tenga anche conto di quello che emergerà dalle ipotesi appena sottoscritte. Non bisogna dimenticare che nel 2016 i comparti del pubblico impiego,  con accordo fra le parti, sono stati ridotti di due terzi passando da dodici che erano a quattro: sanità, scuola e istruzione, enti locali e funzioni centrali (Stato e parastato), con una evidente semplificazione contrattuale, omogeneizzazione e risparmi, nonché forse anche  una maggiore  produttività, e  celerità nelle decisioni delle PPAA,  in sostanza fornire servizi presto  e bene.
Secondo quanto riporta Repubblica, nei pochi spazi lasciati liberi dai resoconti della lotta a pesci in faccia fra Scalfari, Di Benedetti padre e figlio  nonchè l’attuale direttore Calabrese, gli aumenti per i 270mila dipendenti delle amministrazioni centrali potrebbero arrivare già nella busta paga di febbraio. L’una tantum potrà variare da 200€ a 800.
Non sono molti ma non sono neppure poco, l’importante è che finalmente sia stato ripristinato un percorso contrattuale che forse si voleva abolire e sostituire con i DPR come si faceva una volta. I DPR sono i decreti del Presidente della Repubblica che fino al 1993 disciplinavano il lavoro e la retribuzione dei pubblici dipendenti.
Ora ci saranno le assemblee per l’approvazione dell’ipotesi e poi si passerà all’elezione delle RSU che non dimentichiamo è lo strumento per “pesare” la rappresentatività reale dei sindacati, cosa che si cerca di fare, ma con scarso successo anche nel settore privato.
Il problema che viene posto ora riguarda quei pensionati statali, che nel periodo 2006 ad oggi, per età o altro, hanno dovuto lasciare il lavoro senza poter usufruire degli aumenti contrattuali nel periodo considerato, perché bloccati. Conseguentemente non hanno avuto titolo a nessun incremento retributivo e sempre  conseguentemente ora percepiscono una riduzione pensionistica a causa di quel blocco, vita natural durante. Beffati due volte.
Sicuramente dal punto di vista astrattamente formale, il problema non si pone. La pensione si calcola sulle retribuzioni percepite e sui contributi versati. Ma sul piano dell’equità forse non è così.
Quest’anno le pensioni hanno avuto un aumento dell’ 1,1% diversamente modulato a seconda dell’importo pensionistico riscosso ed in via provvisoria, in applicazione della perequazione automatica delle pensioni. Ciò vale anche per i pubblici dipendenti per effetto della Legge 29 aprile 1976, n. 177 che porta il seguente titolo: Collegamento delle pensioni del settore pubblico alla dinamica delle retribuzioni. E’ vero poi che con i provvedimenti del Governo Amato degli anni 90 l’aggancio alla dinamica salariale è stato soppresso per tutti, ma è pur vero che finora non erano mai stati bloccati i rinnovi contrattuali, per cui ogni lavoratore ha percepito la retribuzione contrattualmente prevista nel periodo di spettanza e su quella ha maturato la sua quota di pensione.
Lasciando da parte tutte le boutade che si sentono in giro sulle pensioni, dall’abolizione della Fornero e compagnia bella, è un fatto che le parti sociali, quando si riprenderà il confronto pensionistico, giudiziosamente sospeso in questo periodo, non potranno non discutere.
Più volte sono stati adottati dei provvedimenti magari una tantum per rimpolpare le cosiddette “pensioni d’annata” e la stessa legge 177/76 citata poco prima conteneva un aumento tabellare per alcune categorie mettendo il relativo onere a carico delle Casse pensioni, all’epoca il Tesoro e la Cpdel, oggi la Cassa Stato gestita dall’Inps, con un costo sostenibile. Si tratterebbe di qualche milione di euro a regime, contro gli 80 miliardi che sarebbero necessari per l’ abolizione della legge Fornero.

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