Per migliorare le pensioni, partiamo dal lavoro

Scritto il alle 08:39 da [email protected]

Le pensioni sono migliorabili, sia dal punto di vista normativo che come importi economici, a prescindere dalle fantasmagoriche promesse elettorali e del catastrofismo degli allarmi internazionali. In campo sociale, economico e finanziario, il sistema migliore è sempre quello che si auto equilibra. Nel campo pensionistico se non fosse così occorrerebbe trovare risorse al di fuori del perimetro previdenziale. Se noi facciamo mente locale, vediamo che il meccanismo economico che sta alla base di qualsiasi servizio pubblico è costituito dalle tasse. Dando per scontato che una robusta riduzione dell’evasione fiscale metterebbe a posto molte cose non solo in campo pensionistico, quando queste non bastano o si riducono i servizi o si ricorre all’indebitamento, pagando i dovuti interessi, pressocchè nulli ora grazie al Q.E della BCE.

Secondo l’Istat nel 2016 i pensionati sono 16,1 milioni (-115mila rispetto al 2015, -715mila rispetto al 2008) e percepiscono in media un reddito pensionistico lordo di 17.580 euro (+257 euro sull’anno precedente).
Per gli importi medi delle pensioni, le differenze di genere rimangono marcate ma tendono a ridursi (per le pensioni di vecchiaia, dal +72,6% a favore degli uomini nel 2005 al +62,1% del 2016). Si ampliano invece le differenze territoriali: l’importo medio delle pensioni del Nord-est supera del 18,2% quello delle pensioni del Mezzogiorno (era il 17,3% nel 2015), quasi il doppio rispetto al divario dell’8,8% del 1983 (primo anno per cui i dati sono disponibili).
Le ritenute fiscali incidono per il 18,9% (+0,3% rispetto al 2014); l’aliquota media si attesta al 21,6% per i pensionati di vecchiaia e anzianità, al 18,0% per quelli di reversibilità e al 12,8% per i beneficiari di trattamenti d’invalidità ordinaria o indenni tari. Rispetto ai 200 miliardi circa spesi per pensioni, 45 miliardi tornano alla casa madre come irpef, perché sui pensionati italiani si paga l’irpef ordinario

Per il prof Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali
(Corriere della Sera – L’Economia del 22/1/2018), la spesa pensionistica pura è aumentata del solo 0,20% tra il 2015 e il 2016, segnando nel triennio un incremento annuale dello 0,57%, tra i più bassi di sempre.
Una situazione sostanzialmente buona da non giustificare gli allarmi internazionali e tale da consentire dei miglioramenti come si sta tentando di fare con la flessibilità in uscita specie attraverso il nuovo istituto dell’Ape Sociale che è sperimentale e poiché è legata alle somme stanziate, non è per tutti coloro che hanno i requisiti richiesti dalla normativa. A rendere difficili queste operazioni di maquillage sociale sono gli allarmi che vengono da fonte internazinale, l’Ocse, FMI, UE. Fra i più agguerriti è il gruppo di lavoro EPC-WGA (Economic Policy Committee – Working Group on Ageing), che opera in seno all’Ecofin. Questo gruppo non vede in prospettiva segnali di crescita costante, anche se gli indicatori internazionali danno il nostro Pil in crescita nei prossimi anni con stime sempre superiori all’1% . Non è che sono tutte rose e fiori, qualche problema c’è. Gli elementi che pesano negativamente dipendono principalmente dall’invecchiamento della popolazione mentre nel breve periodo non si prevede alcun miglioramento nei livelli di occupazione stabili che restano su quelli attuali (siamo al 58,1% contro una media dei Paesi Ocse di oltre il 70%) nonostante gli incentivi dati alle imprese.
Nei prossimi anni coloro che andranno in pensione saranno maggiori di quelli che entreranno nel mercato del lavoro a causa della riduzione delle nascite, occupazione passata dal milione l’anno del post dopo guerra alle 400 mila degli ultimi anni. Dall’inizio della crisi (2008) all’anno scorso sono stati persi 625.600 posti di lavoro, anche se tra il 2014 e il 2015 l’Italia è riuscita a recuperarne circa 186.000, ma pochi sono i lavori a tempo indeterminato. Nel 2017 è andato meglio. Nello stesso periodo l’Istat ha certificato che sono nati 80.000 bambini in meno. Culle e fabbriche vuote. Ma non dovrebbe essere così, perché paradossalmente una minore natalità dovrebbe comportare una minore disoccupazione perché ci dovrebbe essere posto per tutti. Noi confidiamo tuttavia che si risolva questo gap della natalità e lo si risolve in un solo modo, ridando prospettive future alle giovani generazioni. Inoltre a bocce ferme l’invecchiamento della popolazione crea nuovi posti di lavoro prodotti dall ‘economia della terza età, la silver economy.
Tuttavia è sul versante del lavoro che bisogna pigiare l’acceleratore. Aumentando l’occupazione, il sistema previdenziale che di per sé è già in ordine si mette al riparo delle asimmetrie derivanti dai forti flussi di spesa e ridotti flussi di entrate contributive. Le attuali pensioni sono certamente sostenibili e sicure, ma quelle future,  non sempre potranno essere adeguate adeguate. Un mercato del lavoro naturalmente in espansione, cioè alimentato dalla domanda di beni e servizi e non drogato da incentivi, rinsalderà il patto intergenerazionale giovani-anziani che ora sembra essersi interrotto. Le varie riforme o aggiustamenti post legge Dini effettuati, non sono servite tanto a riequilibrare il sistema pensionistico, quanto a ridurre il disavanzo complessivo della spesa pubblica che si era dilatato in maniera mostruosa e che i mercati pretendevano interessi esosi per finanziarlo. Pochi ricordano che nel 2011 lo spread fra BPT e Bund era sopra 500 punti e ora è attorno a 130. Il che dà margini concreti di intervento dove la previdenza complementare può dare il suo contributo in termine di adeguatezza pensionistica come prestazione aggiuntiva a quella del sistema pubblico e non sostitutiva come qualcuno forse punta a farlo.

 

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1 commento Commenta
noise
Scritto il 24 gennaio 2018 at 12:21

Le buone intenzioni ci sono tutte: aumentare la natalità, avere più lavoro, rinsaldare il patto generazionale. Ottimo, eccellente.
Saprebbe dire come si fa?
Mi saprebbe anche dire come mai lo spread è salito proprio in quei mesi, anzi in quelle settimane, e non prima o dopo?
Forse qualcuno aveva dato il segnale ai pescecani che potevano agire indisturbati e poi gli ha detto di tornare a cuccia? E chi ha il potere di farlo se non chi ha il potere di emettere una quantità infinita di denaro, cioè la Banca Centrale Europea?
Saluti
Andrea

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