Nessuno ne parla: la riduzione del gap pensionistico uomo/donna

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Nello schioppettante e fantasmagorico avvio della campagna elettorale, come già abbiamo rilevato, le pensioni hanno un ruolo centrale. Sembra quasi che si stia giocando a chi la spara più grossa. Elencare tutte le posizioni è abbastanza facile ed il bello che queste promesse, per dare un minimo di credibilità, sono anche accompagnate da fatiscenti coperture economiche che non supererebbero nessun vaglio serio.
Stupisce l’assoluta assenza, tranne qualche timido accenno a favore delle casalinghe molto tempo fa, della riduzione del gap pensionistico di genere che penalizza pesantemente le donne. E che avrebbe un costo sostenibile.
Nel 2016, secondo l’Istat, i pensionati sono 16,1 milioni (-115mila rispetto al 2015, -715mila rispetto al 2008) e percepiscono in media un reddito pensionistico lordo di 17.580 euro. Le pensionate sono il 52,7% e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.
All’inizio di gennaio 2018 l’Onu ha lanciato una sua drammatica denuncia relativa alle diseguaglianza di genere che ancora persistono specialmente a livello economico.
A lanciare l’allarme è stata Anuradha Seth consigliere delle Nazioni Unite secondo la quale “si è di fronte al «più grande furto della storia” perché “Le donne guadagnano il 23% meno degli uomini”.
Tra i membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), vi sono paesi con una differenza inferiore al 5% come il Lussemburgo e altri fino al 36% come la Corea del Sud. I confronti non sempre sono facili perché i dati variamo a seconda della fonte e delle metodologie utilizzate tuttavia da essi emerge che non esiste un solo paese, né un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini.
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La differenza di salario tra uomini e donne si amplia generalmente in relazione all’età, soprattutto quando le donne hanno figli. Ad ogni nascita le donne perdono in media il 4% del loro stipendio rispetto a un uomo; per il padre il reddito aumenta invece di circa il 6%.

La situazione nella UE
Il divario retributivo di genere, o gender pay gap, è la differenza salariale tra uomini e donne, calcolata su base della differenza del salario medio lordo orario.
Le donne in media guadagnano circa il 16 % in meno degli uomini . Questa forbice varia a seconda dei paesi: inferiore al 10 % in Slovenia, Malta, Polonia, Italia ( nel nostro paese è del 6/7%) Lussemburgo e Romania, sfora il 20 % in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Germania, Austria e Estonia anche se negli ultimi anni c’è stata una progressiva riduzione delle differenze retributive.
Queste differenze, proiettate nel lungo periodo, espongono i soggetti al rischio di povertà in vecchiaia. Nel 2015 la percentuale di donne oltre i sessantacinque anni a rischio di povertà raggiungeva il 21,7 %, contro il 16,3 % degli uomini
Le donne svolgono lavori part-time per il 34,9 % contro appena l’ 8,6 % degli uomini, pagandone le conseguenze in termini di carriera, opportunità, formazione, diritti pensionistici e sussidi di disoccupazione. Questo perché sulle donne ricadono ancora quasi esclusivamente la cura dei figli e della casa e di conseguenza molte cercano lavoro in quei settori compa¬tibili con la vita familiare orientandosi prevalentemente verso posizioni scarsamente retribuite.
Lavoratrici oggi, pensionate domani
Se guardiamo la popolazione prossima alla pensione (58-63enni) vediamo subito come le differenze di genere si riverberano sulle pensioni. Il tasso di interruzione dell’attività lavorativa per motivi familiari, coinvolge il 22,4% della donne con meno di 65 anni (contro il 2,9% degli uomini) e sale al 30% tra coloro che hanno figli e nipoti. Oltre la metà delle interruzioni è dovuta alla nascita di un figlio. Il problema delle interruzioni del lavoro è critico per le donne perché quando si traducono assenze prolungate di almeno 5 anni come succede nel 60% dei casi, è difficile colmare dei vuoti contributivi per periodi così ampi.
Oltre ad avere più interruzioni per motivi familiari, i percorsi lavorativi delle donne sono più spesso caratterizzati da lavori atipici. Tutto ciò comporta conseguenti minori livelli medi di retribuzione e importi più bassi dei contributi versati.
Da tempo si studia e si propone la riduzione dei gap previdenziali e sono state istituite commissioni, fatte audizioni, ma poco è stato fatto.

Le misure adottate per ridurre la disparità di genere sono quelle relative al riscatto dei periodi per i figli nati fuori del rapporto di lavoro, l’opzione donna e la recente adozione dell’ape cosiddetta rosa, relativa alla riduzione contributiva fino ad un massimo di 2 anni per chi ha figli, per non parlare dell’opzione donna, per favorire “ la presenza delle donne coi nipotini” come ebbe a dichiarare un recente presidente del Consiglio.
Sono certamente misure positive, che facilitano l’accesso alla pensione, ma mantengono inalterato il divario economico. Chi sceglieva l’opzione donna optava per la pensione calcolata sul sistema contributivo, con un taglio dal 20 al 30% dell’assegno. Chi oggi sceglierà di utilizzare la cosiddetta Ape sociale rosa, potrà andare in pensione con 28 anni di contributi, ma per ridurre la differenza, il coefficiente di calcolo sarebbe dovuto rimanere quello relativo a 30 anni.
In Germania tanto per fare un esempio, le donne possono andare in pensione a 63 anni, ma se decidono di rimanere per un ulteriore triennio riceveranno dei benefici pensionistici.
Né la cosa va meglio sul versante della riduzione del “ gender pensions gap” volontaristico, cioè la previdenza complementare. Dai dati Covip risulta che alla fine del 2016, su 7,787 milioni di aderenti circa il 25,2 per cento è costituito da donne, con la solita distribuzione per territorio, istruzione ed età. Cioè più iscritti nelle Regioni del Nord, con titolo di studio medio/ alto, diploma o laurea, ed età compresa fra i 40 e 55 anni.

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