Otto marzo, sterminio di mimose, retorica ma anche risultati

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Tante mimose divelte, tante donne in libera uscita , tanti discorsi retorici e pochi progressi nell’eliminazione delle differenze di genere. Ma rimane un appuntamento importante, una ricorrenza che spinge a riempirla di contenuti concreti. L’eliminazione delle differenze di genere sulle pensioni cammina con estrema difficoltà anche se si fanno discreti passettini in avanti.
Il 53% per cento circa dei pensionati sono donne e ricevono circa 6 mila euro in meno rispetto ai maschi. L’importo medio annuo per gli uomini, in termini lordi, è 18 mila euro, mentre per le pensionate si ferma a 124 mila euro.
Le donne percepiscono una pensione inferiore perché le retribuzioni sono generalmente inferiori a causa di percorsi lavorativi differenti. In Italia, le differenze sono meno accentuate grazie ai Contratti collettivi Nazionali di Lavoro, mentre dove esiste solo la contrattazione aziendale le differenze sono spesso enormi. Gli importi pensionistici sono più bassi perché sono più bassi i versamenti dei contributi dei contributi previdenziali che non dipendono da una libera scelta della donna né da una minore attività lavorativa svolta. Già con la riforma Dini per attenuare le differenze si è provveduto ai fini pensionistici al riconoscimento della maternità anche se avvenuta prima di cominciare a lavorare e recentemente con la possibilità di cumulo del riscatto della laurea con periodi corrispondenti al congedo parentale introdotta con la legge di stabilità 2016.
Poca cosa, perché di converso, la famosa “opzione donna”, quella che ha consentito alle donne con 57 anni e 3 mesi di età (58 anni e 3 mesi le autonome) unitamente a 35 anni di contributi entro il 31 dicembre 2015 di poter andare in pensione prima ha avuto un tiepida accoglienza e non è stata prorogata con la finanziaria 2018 Perché calcolata completamente con il metodo contributivo , riduce la pensione del 20/30% circa.
In netta controtendenza nel 2016 ci fu un vivo allarme dovuta all’infausta idea, peraltro immediatamente accantonata, di rivedere il meccanismo di concessione della pensione di riversibilità che avrebbe colpito le donne al 90%. Un altro elemento positivo è stato dato dalla decisione della Corte Costituzionale di abrogare la legge “anti badante” e speriamo che a seguito del nuovo quadro politico emerso dalle urne, non venga riproposta.
Le donne subiscono interruzioni di carriera più frequenti e spesso non tornano a lavorare a tempo pieno. Guadagnano quindi in media il 16% in meno all’ora rispetto agli uomini; su base annuale il divario raggiunge addirittura il 31%, considerando che il lavoro a tempo parziale è molto più diffuso tra le donne».
L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) è un organismo autonomo dell’Unione europea (UE), istituito per sostenere e rafforzare la promozione dell’uguaglianza di genere, compresa l’integrazione in tutte le politiche comunitarie e le politiche nazionali che ne derivano, e la lotta contro discriminazioni fondate sul sesso, nonché aumentare la consapevolezza dell’equità nella realizzazione della parità di genere fra tutti i cittadini dell’UE.
Le disuguaglianze nell’accesso alle risorse economiche in età avanzata sono immense, e le donne pensionate affrontano maggiori rischi di povertà in questa fascia di età rispetto agli uomini.
Questo divario dipende oltre dalle classiche situazioni dovute alla maternità e al mercato de lavoro, ma anche alle più ampie disuguaglianze esistenti nei diversi stati membri che non hanno una normativa omogenea., mentre invece molto si è fatto sul lato dei bilanci dei paesi comunitari. Le conseguenti politiche di austerity hanno costretto i vari paesi, specie quelli dell’area mediterranea ad assumere decisioni impopolari che come prospettiva potrebbero aumentare invece che diminuire le differenze.
La festa della donna deve servire anche a non commettere questa ulteriore discriminazione.

Fra i timidi passi che si segnalavano prima in casa nostra c’è da segnalare l’introduzione dell’ape sociale che può essere un primo passo. La legge di bilancio 2017 ha previsto il riconoscimento del diritto all’APE sociale a coloro che, alla data della richiesta, assistono da almeno 6 mesi il coniuge, la persona in unione civile o parente di primo grado, convivente con handicap grave (art. 3, comma 3, della legge 104/1992), mentre la legge di bilancio 2018 estende, a far data dal 1° gennaio 2018, il beneficio anche a coloro che assistono parenti o affini di secondo grado conviventi, nel caso in cui i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità, abbiano compiuto i 70 anni di età o siano invalidi, deceduti o mancanti.
Con la medesima legge è stata itrodotta introdotta a favore delle lavoratrici una riduzione pari a 12 mesi per ogni figlio, nel limite massimo di 2 anni, ai fini del conseguimento dei requisiti contributivi (30/36 anni di contribuzione) , cioè possono andare in pensione rispettivamente con 28 o 34 anni di contributi.

Camillo Linguella

 

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