Perché è attuale la pensione di scorta

Scritto il alle 08:51 da [email protected]

 All’inizio del secolo scorso, le automobili sul cofano posteriore portavano in bella mostra eleganti ruote di scorta, anche perchè non le rubavano. Con le strade di allora ( poco dissimili di quelle urbane attuali), il rischio di “bucare” era molto alto e non si poteva farne a meno. Le ruote avevano all’interno una fragile camera d’aria . Poi progressivamente sono scomparse le camere d’aria, le ruote si  sono irrobustite e quella di scorta come dotazione ordinaria non c’è più. A richiesta c’è il “ruotino” oppure una bomboletta di gas per una riparazione di emergenza. Di conseguenza sono sempre più numerosi coloro che fidandosi dei portenti della tecnologia poi fanno ritorno a casa rimorchiati da una carro attrezzi, maledicendo il giorno che si sono fatti convincere che la ruota di scorta è un orpello del passato.
Oggi i riflettori sono puntati sulle pensioni pubbliche. La richiesta di una radicale modifica ha tenuto banco nella campagna elettorale e continua a tener banco nell’attuale fase di formazione del governo.
Il binomio in cui si muovono le richieste è quello di ottenere pensioni alte e diminuire i limiti di età. Infatti sulla GU n. 289 del 12 dicembre 2017, è stato pubblicato il decreto direttoriale del Ministero dell’economia che aumenta l’età pensionabile di 5 mesi dal 2019
Qualche cosa si era fatto nella passata legislatura con l’invenzione dell’ape volontaria che non ha ancora avuta nessuna pratica applicazione e quindi ci è ignoto l’indice di gradimento, mentre per l’ape sociale i si son  dovuti apportare una serie di “addolcimenti” pratici e concettuali, per evitare che diventasse un altro fallimento.
Comunque, che si dovesse fare qualcosa sul versante limiti di età ormai ne sono tutti convinti. La legge di bilancio 2018 aveva istituito due apposite commissioni tecniche , una per studiare il meccanismo dell’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita e per verificare la gravosità di tutti i lavori. La seconda commissione invece deve studiare la separazione della spesa per l’ assistenza da quella sulla spesa pensionistica.
La Commissione sulla gravosità dei lavori avrà il compito di acquisire elementi conoscitivi e metodologie scientifiche a supporto della valutazione delle politiche pubbliche in materia previdenziale e assistenziale.
Sarà presieduta dal presidente dell’Istat e  composta da rappresentanti del Ministero
dell’economia e delle finanze, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, del  M inisterodella salute, dal Dipartimento della funzione pubblica, dell’Istat, dell’Inps, dell’Inail, del Consiglio superiore degli attuari e da esperti inmaterie economiche, statistiche e attuariali designati dalle organizzazioni  dei datori di lavoro e dei lavoratori.
La Commissione potrà richiedere contributi o proposte a esperti e ad accademici appartenent ia istituzioni nazionali europee e internazionali competenti nelle materie oggetto di studio.
La Commissione dovrà completare lo studio entro il 30 settembre 2018 ed entro i dieci giorni successivi il Governo deve presentare alle Camere una relazione sugli esiti dei lavori.. Tempi che ora sembrano biblici, anche se, siamo ad aprile, le due commissioni non sono state ancora insediate e non si capisce perché in quanto i componenti sono già individuati dalla legge, quindi la politica non c’entra per niente e per i rappresentanti sindacali ci devono pensare le rispettive Organizzazioni
Proprio in questo senso e probabilmente in questa direzione, alcuni giorni fa, il Movimento 5 stelle ha proposto l’istituzione di un “coefficiente di usura” che favorisca la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro. In pratica, ad ogni categoria di lavoratori dovrebbe essere assegnato un coefficiente che permetterà di determinare quando si potrà andare in pensione.
Paradossalmente proprio l’abolizione o quanto meno la modifica radicale della Fornero rende ancora maggiormente indispensabile la previdenza complementare. La legge Fornero infatti prevedendo più alti limiti di età innalzava sia l’importo pensionistico sia il tasso di sostituzione ( il rapporto fra ultimo stipendio e prima rata di pensione) che dal 50% medio, saliva al 70/80%.
Inoltre per andare in pensione anticipata con il sistema contributivo il richiedente deve maturare un importo minimo pari a 2,8 l’assegno sociale. Poichè tale assegno nel 2018 è di 453€, bisogna aver maturata una pensione di circa 1268 euro per potersene andare qualche anno prima. Viceversa se si vuole andare in pensione per vecchiaia, si devono avere 20 anni di contributi, età prevista dalla Fornero (67 anni dal 2019) ed in più aver maturato un assegno pari ad una volta e mezzo l’assegno sociale (679 euro).
In ogni caso se si va in pensione prima, la pensione complessiva sarà inferiore. Ecco quindi la dimostrazione elementare dell’importanza di farsi comunque una “pensione di scorta” con la previdenza complementare, a meno che non si ripristina anche per il contributivo la pensione minima che poi sarebbe il concetto base su cui gravita la proposta di una pensione di garanzia.
Ma in attesa che anche questa matassa si dipani, è meglio affidarsi alla complementare.
Parliamo di una cosa non ben vista dagli italiani che sono comprensibilmente in attesa del rilancio della pensione pubblica.
L’avvio della previdenza complementare in Italia non è stato facile e ancora oggi non raggiunge quella platea minima ritenuta ottimale, anche se 8 milioni di aderenti non sono pochi, ma percentualmente sono di poco superiore ad un quarto dei lavoratori attivi (circa il 27% dell’universo di riferimento. Fonte Covip)
Hanno pesato su questo risultato:
• le rendite pensionistiche abbastanza congrue erogate dall’Inps, dall’ex Inpdap e dalle Casse privatizzate dei professionisti, fino a quando la crisi non ha cominciato a mordere per il periodo 2007/2010
• la presenza di un istituto esclusivamente italiano qual è il Trattamento9 di Fine rapporto,
• la paura di perdere anche tutto il tfr perché la sua performance è legata agli andamenti dei mercati finanziari, mentre i più si accontentano della rivalutazione legislativamente prevista ( 1.5% + 0,75% dell’inflazione).
Alla luce dello stato attuale della previdenza complementare, esaminando l’esperienza sia dei Paesi nei quali la previdenza complementare è una realtà consolidata, sia di quelli in cui essa si trova ancora in una fase limitata di sviluppo, è possibile enucleare aspetti problematici di particolare rilevanza .
A fine 2016 il patrimonio accumulato dalle forme pensionistiche complementari si è attestato a 149 miliardi di euro. Le risorse dei fondi negoziali ammontano a 45,9 miliardi, in crescita dell’8 per cento.
I rendimenti aggregati, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono stati in media positivi per tutte le tipologie di forma pensionistica e per i rispettivi comparti. I fondi negoziali e i fondi aperti hanno reso in media, rispettivamente, il 2,7 e il 2,2 per cento; per i PIP “nuovi” di ramo III, il rendimento medio è stato del 3,6 per cento. Nel 2016 il TFR si è rivalutato, al netto dell’imposta sostitutiva, dell’1,5 per cento. All’interno di ciascuna delle diverse tipologie di forma pensionistica, i risultati più elevati si sono avuti nelle linee a maggior contenuto di titoli di capitale, sospinte dall’apprezzamento dei corsi azionari nell’ultimo trimestre dell’anno; nello stesso periodo, i rendimenti delle linee obbligazionarie e garantite hanno subito l’effetto della riduzione dei corsi dei titoli di debito, pur rimanendo nella media dell’anno in territorio positivo.

 

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