E’ sempre dura per i dipendenti a tempo determinato

Scritto il alle 08:54 da [email protected]

lavoratore flessibile

Il mercato del lavoro è sempre più affollato da lavoratori  con contratti a termine. I giovani, di cui si compone la maggioranza di questi, faranno fatica a costruirsi una pensione pubblica e hanno poche possibilità per quella complementare. La legge 92 del 2012,  relativa al mercato del lavoro e il successivo Jobs act non hanno compiuto il miracolo sperato, né era pensabile che bastassero unicamente degli strumenti legislativi e che questi potessero agire in supplenza del rilancio dell’economia con sostanziosi investimenti. Come non dimenticare le critiche in merito al flop delle misure adottate per l’occupazione dei giovani fino ai 29 anni.
Le statistiche sono impietose e denunciano un costante aumento della disoccupazione specie nelle fasce fino a 30 anni e oltre. Una persona che a 40 anni già si doveva preoccupare della pensione, oggi si trova a preoccuparsi ancora di trovare lavoro sistemato e duraturo.
Tranne che per i pochi fortunati, quel poco lavoro che c’è è instabile e precario. Al netto dei discorsi, degli studi e delle promesse, a costoro si apre la prospettiva di una pensione al di sotto del minimo vitale e una sostanziale impossibilità di costruirsi una previdenza complementare. Anche quei giovani, che hanno trovato “rifugio” nell’Unione europea, se lavorano in Paesi diversi, ai fini pensionistici ancora non hanno efficaci  strumenti di armonizzazione fra le varie legislazioni ed in diversi casi sopravvivono vecchi accordi bilaterali. Se i giovani hanno un reddito più incerto e basso, non stupisce che il tasso di adesione alla previdenza complementare in Italia è maggiore per i soggetti vicini alla pensione ( un terzo dei lavoratori iscritti è over 55), mentre non vi partecipa nemmeno un quarto degli under 45.
Tra i destinatari delle forme pensionistiche complementari, l’articolo 2 del D.Lgs. n. 252/2005 include esplicitamente i lavoratori “assunti in base alle tipologie contrattuali previste dal decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276”, cioè i lavoratori atipici.
Anche per gli interinali, una categoria tutto sommato in decrescita, era previsto il finanziamento alla complementare attraverso contributi posti a carico dei “committenti”.
Lasciando da parte  la diffidenza dei soggetti verso questa forma di risparmio previdenziale, ad oggi ci sono numerosissime difficoltà pratiche. I lavoratori discontinui non percepiscono una retribuzione costante, ciò fa sì che gli stessi preferiscano mantenere il proprio Tfr in azienda – nonostante i rendimenti più bassi – anziché conferirlo a forme di previdenza complementare, col fine di utilizzarlo quale ammortizzatore economico nei periodi di inoccupazione.
Un aiuito può venire dalla legge sul mercato e la concorrenza, legge 124/2017 che ora consente l’adesione alla complementare anche con versamento ridotto o nessun versamento del Trf
Inoltre la stessa legge  ha altresì previsto requisiti temporali meno rigidi per il riscatto parziale o totale nei casi di disoccupazione prolungata o nuovi tipi di anticipazione che siano funzionali alle esigenze determinate dalla riduzione dell’orario di lavoro. Al momento lasciamo stare la Rita (Rendita integrativa temporanea anticipata), l’ultimo ritrovato pensionistico perché il problema reale sta nella pensione obbligatoria e riguarda essenzialmente  come riempire figurativamente, tutto o in parte, i periodi vuoti fra un lavoro e l’altro non coperto da misure di sostegno del reddito.
Secondo la disciplina previgente, infatti, non era possibile per il lavoratore “saltuario” continuare ad essere iscritto e soprattutto ad alimentare la forma pensionistica prescelta nei periodi di non lavoro. Ora  tale possibilità è riconosciuta dalla legge e anche pienamente avallata dalla Covip, e facilitata delle adesioni collettive idi carattere contrattuale.
I titolari di contratti flessibili tendono a cambiare facilmente lavoro e con esso la categoria di riferimento. Per questo motivo essi si potrebbero trovare a contribuire, durante l’arco dell’intera vita lavorativa, in più fondi pensione, maturando così diverse prestazioni ma di esiguo valore, soprattutto qualora non venga esercitato il diritto di trasferimento.Oggi tranquillamente si rimane iscritto al fondo pensione inziale per il mantenimento dell’unicità della posizione come ha ribadito la Covip in occasione del versamento dei contributi derivanti dalle adesioni collettive ai fondi negoziali o a quelli territoriali.
Poi non dobbiamo dimenticare le agevolazioni fiscali.

Esse si basano soprattutto sulla deducibilità ai fini Irpef dei contributi versati alla complementare entro il limite 5,164.57 euro annui, con delle deduzioni maggiori per i giovani assunti. Infine si sono aggiunte le possibilità legate ai premio aziendali di produzione.
La destinanzione dei premi di risultato come contributi a fondi di previdenza complementare garantisce al lavoratore la loro integrale non imponibilità ai fini fiscali, anche se l’ammontare degli stessi è superiore a plafond di 5164.57 euro. In caso di conversione, infatti, non operano né il limite fisso di deducibilità dei contributi, né quello più alto previsto per i lavorato di prima occupazione.
Infatti il limite di 5 mila e passa euro è incrementato per i lavoratori di prima occupazione dopo  dicembre 2005, data di entrata in vigore del decreto legisl 252,, e limitatamente ai primi cinque anni di iscrizione alla complementare, di un importo non superiore a 2.582,29 euro annui. In sintesi, quindi, un dipendente che decida di destinare integralmente il proprio premio diproduttività, pari a 3.000 euro, alla contribuzione previdenziale complementare, potrà. dedurre un importo complessivo di 8.164,57 euro, pari alla sommatoria tra il limite fisso di deducibilità e la quota del premio destinata. Un lavoratore di prima occupazione potrà arrivare invece ad una deduzione annua massima di 10.746,86 euro, determinata aggiungendo al valore del premio e al limite fisso la quota mobile deducibile.

Alla totale non imponibilità fiscale si accompagna la non rilevanza a fini previdenziali del premio di produttività versato alla complementare, così il lavoratore risparmia il 9,19 per cento dei 3000 euro che, diversamente avrebbe dovuto versare all’Inps e che sarebbe stato utile per la pensione pubblica.
Anche il datore di lavoro risparmia, perchè beneficerà non solo della deducibilità a fini del premio erogato ma anche dell’esenzione da contribuzione previdenziale, restando invece dovuto, il contributo di solidarietà pari al 10% delle somme in favore delle gestioni pensionistiche cui sono iscritti i lavoratori.

Indubbiamente sono elementi importanti, ma non risolvono il problema di fondo dei lavoratori discontinui, per cui la soluzione deve essere ricercata in altro modo.

 

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2 commenti Commenta
goren
Scritto il 14 aprile 2018 at 09:41

Gentile Linguella,
come può definire quella degli interinali come “una categoria tutto sommato in decrescita”? Può citare una fonte? Oppure è una sua opinione? Mi risulta l’esatto contrario:
http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-02-12/in-agenzia-lavoro-cresce-doppia-cifra-180023.shtml?uuid=AElhYuyD
https://www.generazionevincente.it/?p=19434

Confermo invece che è assolutamente vera (ed intuitiva) la logica applicata da moltissimi lavoratori somministrati: come dice lei, infatti, “I lavoratori discontinui non percepiscono una retribuzione costante, ciò fa sì che gli stessi preferiscano mantenere il proprio Tfr in azienda (…) col fine di utilizzarlo quale ammortizzatore economico nei periodi di inoccupazione”.

Io sono tornato ad essere interinale ad ottobre 2017 ma, nei dei mesi considerati (ottobre 2017 – aprile 2018), ne ho lavorati appena quattro, con due agenzie diverse, in due aziende diverse, in due regioni diverse e distanti 600 km fra loro!

Non aderirò mai alla complementare; perderei il controllo anche dei pochi soldi di Tfr che mi servono per vivere nei periodi di disoccupazione. Punto.

Se i link non sono consentiti, li rimuova pure.
Saluti e complimenti per la gradevolezza dei suoi articoli.
Goren

clinguella
Scritto il 17 aprile 2018 at 10:00

Caro Goren
principalmente mi sono basato su quello che si chiama “percezione del fenomeno”, ma anche su riscontri oggettivi. Estrapolando i dati dalla Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione III trimestre 2017 del 19/12/2017
http://www.lavoro.gov.it/documenti-e-norme/studi-e-statistiche/Documents/Nota%20trimestrale%20sulle%20tendenze%20dell%27occupazione%20III%20trimestre%202017/Tendenze-occupazione-III-trimestre-2017.pdf

a cura dell’Istat, Ministero del Lavoro, Inps e Inail, risulta che il lavoro in somministrazione, in diminuzione nel 2016, ha avuto un leggero incremento all’inizio del 2017 ed è ora caratterizzato da una componente di stagionalità e da un’intensità lavorativa minore rispetto al lavoro standard. Laddove il Sole 24 ore, il cui articolo conosco bene, ma la ringrazio di avermelo ricordato, afferma che ” il 10% dei somministrati ha un contratto a tempo indeterminato e l’80% lavora per più di 6 mesi all’anno», secondo i dati Inps, Istat eccetera, i lavoratori a chiamata hanno svolto poco più di 10 giornate retribuite al mese mentre i lavoratori in somministrazione circa 20,6 giornate. Dopo quattro anni di variazioni tendenziali negative,secondo l’Istat a partire dal quarto trimestre Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione III trimestre 2017 del 2016 si è registrata una prima inversione di tendenza specie per il lavoro a chiamata. Questo a mio parere perchè sopravanzano altre forme di lavoro precario più conveniente per le imprese. Emblematico il caso di Foodora dove non esiste nessuna copertura previdenziale.
Rispetto alla complementare l’aspetto incongruso è proprio questo, chi ne avrebbe maggiore necessità non può o non vuole per una serie di notivi oggettivi.
Occorrerebbe maggiore lavoro stabile diretto e continuativo e per il futuro l’attuazione della famosa pensione di garanzia.
La ringrazio dell’attenzione che mi dedica e l’apprezzamento che mi esprime.
Camillo Linguella

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