Nei sistemi previdenziali UE, in Italia le regole più rigide

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L’Unione europea prevede regole comuni per tutelare i diritti previdenziali dei cittadini che si spostano all’interno dell’Europa (27 paesi dell’UE + Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). Il Coordinamento dei regimi di sicurezza sociale non mira a sostituire i sistemi nazionali con uno europeo. Tutti i paesi sono liberi di decidere chi assicurare nell’ambito della loro legislazione, quali prestazioni erogare e a quali condizioni, tuttavia è evidente che c’è una politica di armonizzazione in essere..
L’UE delinea un piano per pensioni adeguate, sicure e sostenibili
Le pensioni sono oggi la principale fonte di reddito per circa un quarto della popolazione dell’UE e anche i giovani si troveranno a dover fare affidamento sulle pensioni in una fase successiva della loro vita. Se l’Europa non riesce ad assicurare ora e in futuro pensioni decenti, milioni di persone si troveranno nella vecchiaia in condizioni di povertà. L’Europa registra un duplice fenomeno, l’ invecchiamento e la denatalità. Le pensioni comportano una crescente pressione finanziaria sui bilanci nazionali, soprattutto alla luce delle restrizioni recate dalla crisi finanziaria ed economica. A sostegno di questi sforzi la Commissione europea ha delineato un piano su pensioni adeguate, sicure e sostenibili. Il piano propone una serie di iniziative volte a creare condizioni atte a far sì che coloro che ne sono in grado continuino a lavorare – determinando un migliore equilibrio tra la vita lavorativa e la vita da pensionati –, assicurare che le persone che si trasferiscono in un altro paese possano mantenere i loro diritti pensionistici, aiutare le persone a risparmiare di più e garantire che le prospettive di pensione siano mantenute e che, una volta pensionate, le persone ricevano quello che si aspettavano.
In particolare si propone di:
Potenziare i sistemi pensionistici pubblici senza creare pressione sui bilanci pubblici,
sviluppare sistemi pensionistici privati complementari incoraggiando le parti sociali a porre in atto tali sistemi e incoraggiando gli Stati membri a ottimizzare gli incentivi fiscali e di altro genere;
• rendere le pensioni integrative compatibili con la mobilità, varando leggi a tutela dei diritti pensionistici dei lavoratori mobili e promuovendo l’istituzione di servizi di ricostruzione delle pensioni in tutta l’UE. In tal modo, i cittadini potrebbero ottenere informazioni sui loro diritti a pensione e un quadro del reddito che avrebbero una volta pensionati;
incoraggiare gli Stati membri a promuovere vite lavorative più lunghe, correlando l’età della pensione con la speranza di vita, limitando l’accesso al pre-pensionamento e eliminando il divario pensionistico tra gli uomini e le donne;
continuare a monitorare l’adeguatezza, la sostenibilità e la sicurezza delle pensioni e sostenere le riforme pensionistiche negli Stati membri.
Contesto:
I pensionati costituiscono una quota significativa e in rapida crescita della popolazione dell’UE (120 milioni ovvero il 24%), in particolare ora che le coorti dei baby-boomer raggiungono l’età pensionabile e si riduce il numero delle persone in età lavorativa primaria. Nel 2008 vi erano quattro persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni cittadino UE di 65 anni o più. Entro il 2060 tale proporzione si ridurrà a due contro uno. L’impatto dell’invecchiamento demografico è stato ulteriormente aggravato dalla crisi economica. Le pensioni rappresentano già una quota estremamente grande della spesa pubblica: oggi si tratta in media del 10% del PIL, che potrebbe salire al 12,5% nel 2060. Ma se si considera che la spesa per le pensioni pubbliche varia oggi dal 6% del PIL in Irlanda al 15% in Italia, i paesi si trovano a fronteggiare situazioni alquanto diverse a parità di sfide demografiche. Se è vero che la crisi si ripercuote sui regimi pensionistici a ripartizione a causa della riduzione dell’occupazione e quindi del calo dei contributi pensionistici, i sistemi con costituzione di riserve ne risentono a causa della riduzione dei valori dei loro attivi e di una diminuzione dei rendimenti.
I sistemi pensionistici sono di competenza degli Stati membri, ma l’UE può contribuire sul piano legislativo per quanto concerne le questioni che riguardano il funzionamento del mercato interno, fornendo un sostegno finanziario per aiutare i lavoratori anziani a rimanere sul mercato del lavoro, assicurando il coordinamento politico e l’apprendimento reciproco.

Lo scorso 18 aprile a Roma la Cgil e la Fondazione di Vittorio, hanno annunciato la volontà di costituire un Osservatorio sulla Previdenza, che permetterà di fare dei focus o elaborazioni mirate su diversi temi legati alla previdenza e alle pensioni.
L’iniziativa della giornata del 18, come ha illustrato il relatore Enzo Cigna, vuole provare a consegnare a tutti degli strumenti di maggiore conoscenza dei diversi sistemi previdenziali, anche in una logica comparata, per meglio comprendere le differenze e le diverse risposte che i paesi hanno dato durante gli ultimi anni, in particolare durante la crisi che ha colpito l’Europa dal 2007 sino ad oggi.
Il dato che viene preso in considerazione da parte della Commissione europea per valutare la spesa previdenziale e delle eventuali possibili riforme da parte del nostro Paese è quello del rapporto tra spesa pensionistica e Pil.
Sia Ocse che Eurostat e in ultimo il Fondo Monetario, hanno più volte ripetuto negli ultimi anni che la spesa per le pensioni pubbliche da parte dell’Italia, rispetto al Pil, è circa il doppio della media dei Paesi membri dell’unione europea.
Infatti, nelle statistiche europee emerge che nell’ultimo quinquennio la media della spesa per pensioni pubbliche nel nostro paese, ha raggiunto il 15,7% del Pil.
In realtà vi sono delle anomalie, continua sempre Cigna, che è necessario chiarire mediante un confronto attento fra le singole voci che compongono la nostra spesa pensionistica.
Il livello di comparazione del rapporto fra la spesa pensionistica e il Pil non è attendibile perchè si usano  metodologie contabili diverse da parte di ogni singolo Stato.

Il primno dato è quello dell’incedenza del fisco sulle pensioni.
Su 15 Paesi europei (Svezia, Paesi Bassi, Danimarca, Croazia, Norvegia, Polonia, Germania, Spagna, Belgio, Francia, Portogallo, Slovenia, Finlandia e Italia)  la media della tassazione sulle pensioni rispetto al Pil, è d del 1,4%, ma, se si esaminano i singoli Paesi, si nota che il peso della tassazione relativo all’Italia è il doppio della media: essendo pari al 2,8%.
Tolta quindi la tassazione si ottiene un’incidenza della spesa pensionistica sul Pil decisamente inferiore a quella che viene attribuita.
Inoltre, vengono inclusi da parte dei diversi Organismi europei, all’interno della spesa pensionistica, i trattamenti di fine rapporto (pari a circa al 1,4% del Pil per il 2016) strumenti che non esistono in altri paesi e che non andrebbero comunque inseriti, in quanto trattasi di salario differito.
Altra voce che viene inserita e computata all’interno della spesa pensionistica è quella relativa ai prepensionamenti, che in altri sistemi di welfare vengono più correttamente inseriti tra gli ammortizzatori sociali o tra le uscite di politica industriale.
Il tema dell’incidenza della spesa per pensioni sul PIL e sulla spesa complessiva per il welfare è quindi di cruciale importanza sia per la programmazione nazionale delle politiche sociali sia nei confronti dell’UE.
Proseguendo nell’analisi di raffronto con altri sistemi, emerge che l’Italia è il paese dell’Unione europea che ha l’età per la pensione di vecchiaia più alta: 67 anni sia per gli uomini che per le donne a partire dal 2019.
Un limite molto elevato se confrontato con altri paesi, come la Germania dove si raggiungeranno i 67 anni solo nel 2029, mentre, in Spagna pochi anni prima, solo nel 2027.
Tra l’altro il nostro meccanismo di adeguamento del requisito pensionistico, con verifiche biennali, strettamente collegato all’attesa di vita, risulta essere il più rigido in Europa e secondo le stime previste dalla Ragioneria dello Stato, arriveremo a 69anni e 5mesi nel 2050, nessun paese raggiunge un’età così elevata nelle proprie previsioni.
Anche osservando il dato di accesso al pensionamento per gli uomini, ci sono delle profonde differenze tra i diversi paesi: partendo dai 61anni della Svezia, passando dai 63 anni di Estonia, Finlandia, Repubblica Ceca e Ungheria, fino ad arrivare ad un folto gruppo di paesi dove sono previsti i 65anni come Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Lussemburgo, Portogallo, Regno Unito, Romania e Slovenia.
Il nostro sistema risulta essere addirittura più penalizzante perché oltre ad impattare sull’età  incide anche sulla misura, perchè con la stessa cadenza biennale si modificano i coefficienti di trasformazione, necessari per il calcolo della pensione nel sistema contributivo.
Quindi, non solo uno spostamento dell’età pensionabile, ma, addirittura anche una pensione più bassa.
Continuando la comparazione con altri Paesi europei emerge inoltre, che le soglie di importo minimo da raggiungere previsti nel nostro sistema contributivo (1,5 volte o 2,8 volte l’assegno sociale), non sono presenti in altri paesi, che pur mantenendo un concetto di minimale contributivo e di assicurazione minima necessaria, non hanno legato il raggiungimento di un certo importo di pensione all’anticipo pensionistico. Tale rigidità è solo  italiana, che andrebbe eliminata o rivista, in quanto penalizza  i bassi salari e le carriere lavorative discontinue.
Differenze importanti anche sui sistemi previdenziali, infatti, in Italia e Spagna le pensioni sono quasi totalmente coperte dal primo pilastro, con una copertura della previdenza pubblica, mentre, la previdenza complementare è ancora poco sviluppata, basti osservare il nostro dato di adesioni, che risulta ancora essere inferiore al 30%.
In altri paesi, come quelli anglosassoni, a modello «liberale», prevale il secondo pilastro, incentrato sulle pensioni di categoria o complementari.
Vi è quindi la necessità di promuovere la previdenza complementare, come strumento a supporto e a sostegno della previdenza pubblica, anche in quei settori dove oggi tale strumento è ancora marginale.
Un’altra differenza di rilievo rispetto al confronto con altri paesi europei è la valorizzazione da parte di alcuni paesi, di periodi come la formazione e la cura-educazione dei figli.
Infatti, in alcuni paesi come Francia, Germania e Inghilterra vengono valorizzati questi periodi, fino a raggiungere, per la cura dei figli, maggiorazioni di anni molto ampie, come nel caso inglese, fino a 10 anni.

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