Le PMI apprezzano il welfare aziendale

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Al suo terzo anno, il Rapporto WIPMI 2018, Welfare Index Pmi, oltre a dare report statisticamente significativi del Welfare Aziendale nelle piccole medie imprese, fornisce la possibilità di fare confronti e tracciare dei trend che avvalorano l’ipotesi che questa tipologia di benefit fa crescere l’impresa, anche se non sempre da parte dei piccoli  imprenditori c’è quell’auspicata comprensione di cos’è il welfare aziendale, della sua utilità e, quindi, di una sua applicazione pianificata.
Utilità che non andrebbe associata ai soli vantaggi fiscali per l’azienda, bensì ai benefici di medio-lungo termine che questa può ricavare dal maggior benessere del personale dipendente: dal miglior ambiente di lavoro alla maggior produttività, dal senso di appartenenza all’attrazione e fidelizzazione di talenti, fino alla generazione di un indotto sul territorio che renda la piccola media impresa un punto di riferimento per l’intera comunità circostante.
Il Rapporto evidenzia, com’era da attendersi in quest’ottica, un quadro variegato. Ci sono realtà che oggi rappresentano casi di eccellenza perché, nel corso degli anni, hanno compreso che pianificare attività di welfare sempre più “sofisticate”, flessibili e concordate con le persone in azienda, instaura un vero e proprio circolo virtuoso.
La maggioranza delle piccole medie imprese è attratta soprattutto dai vantaggi fiscali. Ben vengano gli incentivi, il loro consolidamento ed eventuale allargamento a più e nuove aree di welfare, se questo fa aderire nuovi imprenditori e trasformare premi di produttività in benefici.
Sulla base di questi criteri, sono state identificate tre macro aree di welfare:
sanità e assistenza;
• conciliazione con la vita familiare e facilitazione al lavoro;
• giovani, formazione, sostegno alla mobilità sociale.

Anzitutto c’è da sottolineare l’ampiezza del range delle iniziative incentivate, che ha incoraggiato le imprese a intraprendere iniziative su un arco molto vasto di bisogni sociali: la previdenza e la sanità complementare, le assicurazioni per le malattie gravi e long term care, l’assistenza ai familiari anziani e non autosufficienti, le spese per l’istruzione e la cura dei figli, le attività culturali e ricreative, i servizi di trasporto e mensa, dal 2018 il rimborso degli abbonamenti ai trasporti pubblici. Si tratta, complessivamente, di un sistema premiante di forte impatto che fa leva da un lato sull’azzeramento del cuneo fiscale sulle somme erogate ai lavoratori, dall’altro sulla deducibilità delle spese dal reddito delle imprese. Un secondo aspetto della normativa riguarda la possibilità di convertire i premi aziendali di risultato in servizi di welfare, rafforzando gli incentivi già previsti per la componente variabile delle retribuzioni.
I premi aziendali erogati in forma di welfare sono totalmente esenti da imposizione fiscale e contributiva. In questo modo si attiva una fonte aggiuntiva di finanziamento, correlandola agli obiettivi aziendali di miglioramento della produttività. Infine sono state eliminate le barriere tra il welfare volontario delle imprese e il welfare negoziale equiparate per legge.
Il Welfare Index PMI ha classificato 77 possibili iniziative del welfare aziendale, e le ha raggruppate in 12 aree.

Bisogna considerare che in Italia, su sei milioni e trecentomila imprese, solamente 700 sono definibili grandi, con più di 1.000 addetti.
Le aziende medio-grandi, tra 250 e 1.000 addetti, sono un po’ più di tremila; poi ci sono 315.000 aziende piccole e medie, tra 10 e 250 addetti; infine le microimprese, inferiori a 10 addetti, sono quasi sei milioni. Includendo le microimprese tra le PMI, queste, nell’insieme, impiegano l’84% dei lavoratori italiani. È quindi molto evidente che le PMI sono la struttura portante del nostro sistema produttivo, e che senza di esse non è possibile raggiungere la maggior parte dei lavoratori e delle famiglie. Inoltre le PMI hanno un’articolata presenza nel territorio e  una capacità di fare rete, promuove re alleanze nelle realtà locali e alleanze non solo tra imprese ma anche tra queste, gli enti pubblici e le organizzazioni non profit. Dalla loro iniziativadipende quindi la possibilità di creare una nuova generazione di servizi di welfare di comunità. Tutto ciò spiega l’importanza degli sforzi finalizzati a coinvolgere il numero più ampio possibile di piccole e medie imprese e sostenere le loro iniziative.

Il welfare aziendale è una fonte aggiuntiva di finanziamento per il sistema di welfare del nostro paese. Ciò è importante in questa epoca di necessario contenimento della  spesa pubblica, nel momento in cui la crescente fragilità sociale fa emergere nuovi bisogni che rischiano di restare insoddisfatti. Il welfare deve crescere ma non può farlo a carico esclusivo della spesa pubblica.
Costituendo una leva per il miglioramento della produttività e per il conseguimento degli obiettivistrategici delle imprese, il welfare aziendale è in grado di generare un flusso consistente di investimenti.
Nella previdenza e nella sanità il welfare aziendale integra il tradizionale modello basato sulla complementarietà tra il welfare pubblico e gli istituti collettivi creati dalla negoziazione come i fondi pensione e i fondi sanitari.
A undici anni dal lancio dei fondi pensione il numero delle adesioni continua a crescere ma resta minoritario: sinora è stato raggiunto il 36,5% dei lavoratori. E il contributo medio pro capite, di circa 1.800 euro l’anno, è ben al di sotto della quota necessaria a garantire un apprezzabile livello delle prestazioni pensionistiche future. Anche nei fondi sanitari la partecipazione resta limitata a circa un terzo dei lavoratori, pur se la crescita è più veloce. La frammentazione del sistema produttivo non aiuta la conoscenza degli istituti collettivi della previdenza e della sanità complementare e non facilita le adesioni. Non è dunque possibile raggiungere la maggior parte dei lavoratori senza l’iniziativa delle singole imprese. Ma, reciprocamente, è anche vero che la frammentazione è un freno per lo stesso welfare aziendale. In molte imprese esso esiste solo grazie ai contratti collettivi o a quelli territoriali. Dunque il welfare aziendale e il welfare collettivo si sostengono reciprocamente.
I bisogni sociali vanno molto oltre le aree della previdenza e della sanità complementare. Emergono nuovi bisogni che sollecitano in modo diretto l’iniziativa delle imprese. Per questo motivo, in questa edizione del Rapporto, è stato scelto di concentrare l’attenzione sui maggiori aggregati di bisogni e di soluzioni possibili con il welfare aziendale.
Secondo Michaela Camilleri, di Itinerari Previdenziali, dai numerosi dati ricavabili dal Rapporto emergono alcuni trend interessanti.

Secondo le indagini condotte su un campione di oltre 4.000 imprese (il numero è quasi raddoppiato rispetto a quello della prima edizione), le imprese “attive”, cioè con iniziative in almeno quattro delle dodici aree del welfare aziendale individuate dal Rapporto, sono aumentate dal 25,5% nel 2016 al 41,2% nel 2018 mentre quelle “molto attive”, cioè  con iniziative in almeno sei aree, sono raddoppiate, passando dal 7,2% al 14,3%.
 Il 52,5% delle imprese ritiene che le proprie iniziative di welfare aziendale cresceranno nell’arco dei prossimi 3-5 anni, in particolare nelle aree della salute e assistenza, conciliazione vita e lavoro, giovani, formazione e sostegno alla mobilità. Così il 35,6% delle imprese intervistate dichiara di aver aumentato la propria produttività per effetto di una maggiore soddisfazione dei lavoratori. Questo vale ancor di più per le aziende molto attive nel welfare, tra le quali il 63,5% conferma di aver ottenuto un incremento produttivo.
Passi avanti e limiti del welfare aziendale:
La tipologia delle iniziative dipende dal settore produttivo, ma si riscontra una certa omogeneità sul territorio nazionale anche se è la dimensione aziendale l’elemento che più incide sull’attività di welfare: le grandi e medie imprese sono facilitate nella gestione delle iniziative perché hanno maggiori bacini di utenza e dispongono di competenze professionali dedicate. Esaminando l’ampiezza del welfare aziendale per classi dimensionali si nota -ovviamente- che la quota delle imprese molto attive è di gran lunga maggiore nella fascia delle imprese medio-grandi (63,7%), anche se: nell’ultimo anno è stato superato il 10% nelle microimprese e ha raggiunto il 16,5% nelle piccole imprese tra 10 e 50 addetti;
La crescita è trainata principalmente da imprese già attive nel comparto. Il fenomeno è da considerarsi comunque positivo: significa che le imprese che si sono dotate di una politica sistematica di welfare aziendale, dopo averne sperimentato i benefici, si sentono incoraggiate a incrementare ulteriormente le iniziative e gli investimenti.

 

 

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