Termini di pagamento TFR Statali, il giudice rimette alla Corte Costituzionale

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Il trattamento di fine servizio (TFS) è il sistema della liquidazione di fine rapporto applicato ai dipendenti pubblici assunti prima del 1° gennaio 2001.
La base contributiva e’ costituita dal 80% dello stipendio e la contribuzione a carico del lavoratore è del 2,50%.Per i dipendenti pubblici assunti dal l—l— 2001 la liquidazione è denominata trattamento di fine rapporto (TFR). Tuttavia, mentre per i dipendenti privati il calcolo è regolato dall’ art.2120 del Codice Civile, per i dipendenti pubblici è regolato dal DPCM 20.12.1999 che ha recepito l’accordo Aran Sindacati del 29/7/1999.
Il pagamento avveniva alla cessazione ed in unica soluzione, finchè il Decreto legge n,79/97, ha stabilito, che nei casi di cessazione per raggiunti limiti di età o di servizio, si provvede al pagamento dopo dodici mesi e decorsi i successivi tre mesi, sono dovuti gli interessi. Se la cessazione è dovuta a dimissioni, il pagamento avviene dopo 24 mesi. Se invece si va in pensione con il cumulo, con la c.d. ape sociale o volontaria, i termini decorrono dopo che si raggiungono i limiti di età o di servizio previsti dalla legge Fornero. Cioè se un dipendente cessa a 63 anni, prima devono trascorrere 4 anni per arrivare a 67 dal 2019 e poi cominciano a decorrere i canonici 24 mesi. Un’eternità!

Il successivo DL n.78/2010 ( art.12 comma 7°) sotto l’incalzare della crisi, ha inoltre stabilito che, a titolo di concorso al consolidamento dei conti pubblici il riconoscimento del Tfs/Tfr spettante è effettuato:
a) in un unico importo annuale se l‘ammontare e’ complessivamente pari o inferiore a 50.000 euro

b) in due importi annuali se l’ammontare complessivo
della prestazione, e’ complessivamente superiore a 50.000 euro ma inferiore a 100.000 euro;
c) in tre importi annuali se l’ammontare complessivo
della prestazione, e’ complessivamente uguale o superiore a 100.000 euro.
Così una ex dipendente del Ministero della Giustizia, in pensione per anzianità dal 1—9—2016, ha fatto ricorso invocando l’ illegittimità costituzionale dell‘ art. 3 comma 2 del decreto legge 79/97, e dell’ art. 12 comma 7 decreto legge 78 del 2010 in quanto in contrasto con i principi costituzionali di cui agli artt.2, 3, 36, 53 e 9? della Costituzione   chiedendo  il pagamento del dovuto senza dilazione e  rateizzazionì  e, comunque con riconoscimento degli interessi legali e la condanna dell’ Inps.

L’ Inps costituitosi ha dedotto la manifesta infondatezza de}la questione di legittimità costituzionale sollevata ed ha chiesto il rigetto della domanda.

La  ricorrente, collocata a riposo dai 1-9—2016, in base alla normativa vigente ha diritto al pagamento rateale e dilazionato, con pagamento dell’ ultima rata a settembre del 2020, cioè dopo 4 anni dalla cessazione.

A sua volta il giudice ha argomentato che la retribuzione costituisce il corrispettivo dell’ attività lavorativa svolta ed è legata a tale attività. In questa prospettiva, nell’ ambito del rapporto di lavoro privato, il trattamento di fine rapporta, in quanto retribuzione, differita, deve essere corrisposto al momento della risoluzione del rapporto stesso.
La corresponsione tardiva della retribuzione, può anche essere di ostacolo ad una esistenza libera dignitosa(art 36).
L’ art.3 Cost. statuisce l‘ eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge.

Però la stessa Corte Costituzionale ha ritenuto che, malgrado la privatizzazione del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti, sussistono ancora differenze sostanziali con i lavoratori privati che rendono le due situazioni non omogenee.
ln particolare il processo di omogeneizzaziona incontra il limite “della specialità de} rapporto e a delle esigenze di perseguimento degli interessi generaìi {sent. CC n.275 del 2001), conservando la P.A. una “connotazione peculiare“.
Nel caso in esame, la disparità di trattamento tra il settore pubblico e quello privato può trovare la sua unica giustificazione, a livello costituzionale, nell’ art.81, che tutela l’equilibrio tra le entrate e le spese del bilancio statale.
Si tratta quindi di valutazione incentrata sul contemperamento del diritto tutelato dall’art.36 Cost. con l’ interesse collettivo al contenimento della spesa pubblica.
La ragionevolezza delle misure varate deve tuttavia trovare il proprio fondamento nella particolare gravità della situazione economica e finanziaria del momento, concomitante con l’intervento normativo.

L’ emergenza economica, in linea di principio, pur potendo giustificare un intervento temporaneo e mirato sui trattamènti di fine rapporto, non può avvalorare un irragionevole protrazione, in via permanente, della dilazione e scaglionamento degli stessi.
In tal modo vi sarebbe sia una violazione dei principi di adeguatezza e sufficienza della retribuzione di cui all’ art.36 Cost. che una violazione del principio di parità di trattamento ( art.3 Cost.) con riferimento alla situazione del rapporto di lavoro privato.

Per questi motivi il giudice del lavoro di Roma con ordinanza del 12.4.2018 ha dichiarato non manifestamente infondata la legittimità le norme sui termini e sulla rateizzazione, disponendo l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale e sospendendo il giudizio in corso.
Ora non c’è che attendere il giudizio della Suprema Corte.

Camillo Linguella

 

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