La pensione di scorta è sempre attuale: la concretezza della complementare

Scritto il alle 08:36 da [email protected]

Oggi i riflettori sono tutti puntati sulle pensioni pubbliche. La richiesta di una radicale modifica delle norme in vigore ha tenuto banco nella passata campagna elettorale e continua a tener banco nell’attuale fase di formazione del governo.
I desiderata si muovono nella direzione  di ottenere pensioni più alte e limiti di età più bassi. Sfido chiunque a non essere d’accordo
Nel famoso contratto redatto ma non ancora firmato fra la Lega e il Movimento 5 Stelle, al punto 17 c’è il paragrafetto dedicato alle pensioni che così recita:

PENSIONI. STOP LEGGE FORNERO
“Occorre provvedere all’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti dalla riforma delle pensioni cd. “Fornero”, stanziando 5 miliardi per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse.
Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti.
Inoltre è necessario riordinare il sistema del welfare prevedendo la separazione tra previdenza e assistenza.
Prorogheremo la misura sperimentale “opzione donna” che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo. Prorogheremo tale misura sperimentale, utilizzando le risorse disponibili”.

Secondo Cesare Damiano, ex presidente della Commissione Lavoro questi sono ” Tutti obiettivi che condivido, ma per i quali non c’erano e non ci sono le coperture finanziarie. Si tratta di 5 miliardi all’anno o è una tantum? Se la Ragioneria e l’Inps ripropongono gli stessi conti che hanno presentato a noi quando chiedevamo questi stessi obiettivi nella passata legislatura, la distanza è di 1 a 10. Infatti, per i primi 3 anni l’Inps stimò un costo di 8,5 miliardi all’anno (per i 41 anni di contributi e per la pensione a partire dai 62 anni con la penalizzazione del 2% per ogni anno di anticipo rispetto a 66), che decresceva a 4 miliardi per gli anni successivi. Poiché le coperture si proiettano nei 10 anni, il totale, solo per queste rivendicazioni, ammonta a oltre 53 miliardi nel decennio. Appunto 5 miliardi ma, mediamente, per ogni anno”. “Tutta la Commissione Lavoro della Camera, unitariamente, sostenne la proposta, ma i costi elevati non consentirono di arrivare, se non parzialmente con l’Ape, al traguardo.” La dichiarazione di Damiano era precedente alla massiccia perdita in Borsa del Mibtel e dell’impennata dello spread a 166 punti. Qundi ad oggi le cose sono oggettivamente aggravate.
Sulle pensioni qualche cosa di recente è stata fatta, con l’invenzione dell’ape volontaria che non ha ancora dato nessuna pratica applicazione ( ad oggi sono arrivate all’Inps circa 3000 domande, un pò pochino rispetto alla platea dei 200.000 che hanno i requisiti per richiederla) e dal quasi fallimento dell’ape sociale dovuta alla rigidità dei sistemi.
Comunque che si dovesse fare qualcosa sul  versante della flessibilità in uscita, ormai ne sono tutti convinti e già la legge di bilancio 2018 aveva istituito due apposite commissioni tecniche che non si sa ora che fine faranno, una per studiare il meccanismo dell’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita e la seconda per verificare la gravosità di tutti i lavori.
Proprio in questo senso e probabilmente in questa direzione, prima della contratto di governo il Movimento 5 stelle aveva ventilato l’istituzione di un “coefficiente di usura” che favorisca la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro. In pratica, ad ogni categoria di lavoratori dovrebbe essere assegnato un coefficiente che permetterà di determinare quando si potrà andare in pensione. Tuttavia non c’è traccia della pensione di garanzia per i giovani, che forse farà parte del pacchetto del reddito di cittadinanza. Ma in questa sede va rimarcata una cosa, il sistema contributivo è “sinallagmatico”, cioè a prestazioni corrispettive. Quando versi in contributi, quello di sarà restituito come pensione. Il che rafforza la necessità specie per chi vorrà andare in pensione prima, di costruirsi una pensione di scorta, aderendo alla previdenza complementare.

L’avvio della previdenza complementare in Italia non è stato facile e ancora oggi non raggiunge quella platea minima ritenuta ottimale, anche se 8 milioni di aderenti non sono pochi, circa il 27% dell’universo di riferimento.
Hanno pesato su questo risultato:
• le rendite pensionistiche abbastanza congrue erogate dall’Inps, dall’ex Inpdap e dalle Casse privatizzate dei professionisti,
• la presenza di un istituto esclusivamente italiano qual è il Trattamento9 di Fine rapporto,
• la paura che essendo le performance della pensione complementare legate agli andamenti dei mercati finanziari, si potesse perdere anche tutto il tfr che comunque ha una sua rivalutazione autonoma legislativamente prevista ( 1.5% + 0,75% dell’inflazione).
Ora il primo scenario di pensioni sufficienti per vivere in vecchiaia non esiste più e la riforma Dini prevedendo questo scenario, si preoccupò della previdenza complementare.
Nel 2005 entrò in vigore il decreto legislativo 252 che riordinò l’intera materia per favorire le adesioni. I soggetti, o le forme di previdenza complementare sono i fondi negoziali di categoria ( fondi chiusi), i fondi aperti ed i piani pensionistici individuali, i Pip, prodotti assicurativi.
Le più rilevanti forme di previdenza complementare sono I fondi negoziali, istituiti in seguito ad una contrattazione collettiva e  raccolgono le adesioni di particolari tipologie di soggetti, cioè le diverse categorie. Così ci sono i fondi pensione dei chimici, dei metalmeccanici eccetera.
Hanno la forma di associazioni senza scopo di lucro, sono istituite attraverso un contratto o un accordo collettivo (o regolamento aziendale), ovvero tramite un accordo tra lavoratori promosso da sindacati o associazioni di categoria.
A seconda dell’ambito di adesione, possono essere distinti in:
fondi aziendali o di gruppo: istituiti per singola azienda o gruppi di aziende;
fondi di categoria o comparto: istituiti per categorie di lavoratori o comparto di riferimento;
fondi territoriali: istituiti per raggruppamenti territoriali.
Ai fondi pensione negoziali possono aderire i lavoratori dipendenti pubblici e privati e i lavoratori autonomi per i quali sussista un fondo di riferimento o di categoria.
Messi subito alla gogna per l’accusa mosse alle organizzazioni sindacali di voler fare concorrenza alle banche e alle assicurazioni per smania di potere , tutti ne prevedevano un rapido e disastroso tracollo a beneficio degli altri soggetti esistenti sul mercato. Già nel 2010 a soli 3 anni dalla entrata in vigore del Dlvo 252/05 la Banca d’Italia lanciava i suoi strali contro i Fondi pensione negoziali.

Invece i Fondi chiusi italiano sono diventati un modello di studio e di imitazione non solo in ambito UE, ma anche in quello dell’OCS vincendo pregiudizi dovuti anche ad una visione distorta delle forze in campo, datori di lavoro /rappresentanti dei lavoratori. Per i primi la competenza e professionalità erano dati per scontati, mentre per i secondi erano ovvii, improvvisazione, demagogia ed incompetenza.
Invece non è stato così. I Fondi chiusi italiano sono diventati un modello di studio e di imitazione non solo in ambito UE, ma anche in quello dell’OCSE. Gli amministratori si sono dimostrati all’altezza dei compiti e dei beneficiari, durante la crisi economica con la possibilità di anticipo senza motivazione fino al 30% del capitale accumulato, hanno altresì svolto surrettiziamente una funzione anche di ammortizzatori sociali.
A fine 2016 il patrimonio accumulato dalle forme pensionistiche complementari si è attestato a 149 miliardi di euro. Le risorse dei fondi negoziali ammontano a 45,9 miliardi, in crescita dell’8 per cento.
Come si accennava prima, paradossalmente proprio l’abolizione o quanto meno la modifica radicale della Fornero rende ancora maggiormente indispensabile la previdenza complementare. La legge Fornero infatti prevedendo più alti limiti di età innalzava sia l’importo pensionistico sia il tasso di sostituzione ( il rapporto fra ultinmo stipendio e prima rata di pensione) che dal 50% medio, saliva al 70/80%.
Inoltre per andare in pensione anticipata con il sistema contributivo il richiedente doveva maturare un importo minimo pari a 2,8 poichè l’assegno sociale nel 2018 è di 453€, bisogna aver maturata una pensione di circa 1268 euro per potersene andare. Viceversa se vogliono andare in pensione per vecchiaia, devono avere 20 anni di contributi, età dell Fornero ( dal 2019 67 anni) ed in più aver maturato un assegno pari ad un avolta e mezzo l’assegno sociale (679 euro).
Quindi coloro che hanno il sistema retributivo o misto, se si abbassano i limiti di età e per coloro che sono nel contributivo, si abbassa il limite minimo di pensione, la pensione complessiva sarà minore. Ecco quindi la dimostrazione elementare dell’importanza di farsi comunque una pensione di scorta.

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