Ed ora che succede alle pensioni.

Scritto il alle 08:46 da [email protected]

Diciamolo francamente, lo scenario non è dei più rosei. A prescindere cosa prevedeva il programma del governo mai nato. Per la parte relativa alle pensioni si fondava prevalentemente sulla quota 100 e sulla pensione minima di 700 e passa euro. Già a bocce ferme questo programma era stato giudicato eccessivamente oneroso e irrealizzabile. L’ultimo in ordine di tempo a tuonare contro è stato il presidente dell’Inps Boeri che ha quantificato il costo complessivo in un centinaio di miliardi di euro. Per andare in pensione con quota 100 tra età e contributi o 41 anni di contributi a qualsiasi età così come previsto dal “contratto di governo” Boeri ipotizzava “un costo immediato di 15 miliardi all’anno” per salire poi a regime a 20 miliardi. Il debito implicito sarebbe di 120 miliardi di euro.
Nel contratto si parlava di soli di 5 miliardi, una cifra ipotizzabile reintroducendo le famose finestre che di fatto spostano il limite di età di un anno. Il mancato incarico è una boccata di ossigeno per i mancati protagonisti che evitano la prova concreta e possono utilizzare l’argomento pensioni anche per la prossima campagna elettorale ( reddito di cittadinanza incluso). Perché a rendere ancora più irrealizzabile le promesse fatte, è stato il crollo dell’indice azionario della borsa di Milano e l’esplosione dello spread. Quest’ultimo superando i 350 punti base, ha fatto intravedere quanto poi non siano distanti i 500 punti del 2011 che ci portarono sull’orlo del default. In poco più di una settimana ci siamo bruciato tutto quello che avevamo capitalizzato finora. Per cui nel caso di ripartenza immediata, come ci auguriamo tutti, se tutti abbassano un po’ i toni, prima bisognerà recuperare quanto perso in questi giorni e poi andare avanti. Intanto si è rivelata fallace l’idea che la nomina del nuovo presidente incaricato nella figura di un noto economista internazionalmente conosciuto ed apprezzato, prima dell’apertura dei mercati di lunedì scorso, arrestasse la deriva che già si era manifestata. Si pensava nell’effetto annuncio per rassicurare i detentori del potere finanziario mondiale, cioè di “chi ci ha i soldi” e non ha debiti. Sulle prime sembrava così. Quando poi i mercati hanno cominciato a ragionare sul nostro futuro, dove la posta in gioco ormai apertamente sarà l’Italiexit, hanno altresì cominciato a pensare che è bene salvare il salvabile, non volendo correre il rischio di aver prestato in euro ed essere rimborsati in lire.
Sulla previdenza complementare mi sono già espresso qualche giorno fa e niente porta a pensare che qualcosa cambi. Anzi forse la complementare può godere di prospettive più favorevoli. A luglio scade l’altro fallito esperimento del governo Renzi, quello del tfr in busta paga varato nel 2015; non sarà prorogato e nessuno lo rimpiangerà. Quelli che vi hanno aderito hanno subito un doppio danno perché i rendimenti finanziari nel periodo 2015/2017 sono stati il doppio di quelli del tfr. Ma chi ha riscosso in contanti il tfr non ha goduto neppure delle rivalutazioni previste dalla legge ed è stato soggetto a tassazione ordinaria.
Sulla pensione obbligatoria il nuovo governo non farà niente, tranne l’ordinaria manutenzione e attuazione delle norme contenute nelle precedenti leggi di bilancio convocando forse il tavolo di confronto sulla riforma della previdenza complementare prevista dalla legge del mercato e la concorrenza del 2017 e insediando le due commissioni sui limiti di età e sui lavori gravosi previste per quest’anno, procedendo per il resto all’applicazione dell’APE sociale, quella volontaria e quella aziendale. Non bisogna dimenticare che lo stesso Cottarelli, fino a ieri ha sempre ribadito che sulle pensioni spendiamo troppo e come l’Italia si colloca al secondo posto in classifica tra i Paesi OCSE per la spesa previdenziale (davanti a noi si situa solo la Grecia), spendendo  un 15% de prodotto interno lordo, con trend di crescita fino al 18,7% nel 2040.
Che poi questo 15 % è comprensivo del Tfr che è salato differito e che incide dell’1% circa e che comprende gli ammortizzatori sociali e le spese assistenziali non sposta di molto il discorso perché il fine del nuovo governo è quello di traghettarci nuovamente alle urne.

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