Rapporto Covip, ancora pochi iscritti, i giovani fanalino di coda

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Il 7 giugno 2018 è stato presentato alla Camera dei Deputati il Rapporto della Covip sulla previdenza complementare. Il Rapporto di quest’anno  presenta elementi di continuità con quello precedente ma anche con sostanziali differenze.
Alla fine del 2017, la struttura di offerta della previdenza complementare è costituita da 415 forme pensionistiche: 35 fondi negoziali, 43 aperti, 77 piani individuali pensionistici (PIP), 259 preesistenti, oltre ancora a FONDINPS.
Nel 2017 il numero delle forme pensionistiche si è ridotto di ulteriori 37 unità, di cui 35 fondi preesistenti. Dal 2000 i fondi negoziali, che peraltro ormai coprono quasi tutti i settori di attività economica inclusa gran parte della pubblica amministrazione, si sono ridotti di 7 unità; i fondi aperti e i fondi preesistenti si sono più che dimezzati, riducendosi rispettivamente di 56 e di 319 unità.
Alla fine del 2017, il totale degli iscritti alla previdenza complementare è pari a circa 7,6 milioni, in crescita del 6,1 per cento rispetto all’anno precedente. Il nuovo sistema di rilevazione dei dati, ora pienamente operativo, rende possibile conteggiare gli iscritti distintamente dalle posizioni in essere. Il numero complessivo di queste ultime, pari a 8,3 milioni, comprende le posizioni doppie o multiple che fanno capo allo stesso iscritto.
Gli iscritti ai PIP “nuovi” risultano quasi 3 milioni, quasi 2,8 milioni quelli ai fondi negoziali, oltre 1,3 milioni quelli ai fondi aperti e 610.000 quelli ai fondi preesistenti.
Rispetto all’anno precedente gli iscritti ai fondi negoziali sono aumentati del 7,8 per cento. Come già nel 2016, la crescita è determinata principalmente dalle nuove adesioni contrattuali.
Gli iscritti ai fondi pensione aperti sono aumentati del 9,2 per cento, confermando l’andamento dinamico del 2016. Nei PIP “nuovi” l’incremento è stato del 7,6 per cento, minore che negli anni passati.
Considerate nell’insieme, le nuove adesioni nell’anno sono state 679.000, valore in linea con quello dell’anno precedente.La maggior parte degli iscritti si concentra nelle fasce di età centrali (35-54 anni, 56,3 per cento) e al Nord (56,8 per cento).
A fine 2017, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari ammontano a 162,3 miliardi di euro, in aumento del 7,3 per cento rispetto all’anno precedente, pari al 9,5 per cento del PIL e al 3,7 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane.
I contributi raccolti nell’anno ammontano a 14,9 miliardi di euro; quasi i tre quarti confluiscono nelle forme previdenziali di nuova istituzione. Quelli destinati ai fondi aperti e ai PIP sono cresciuti di circa il 9 per cento. Minore è invece l’incremento nei fondi negoziali, pari al 3,5 per cento. Il forte aumento delle iscrizioni conseguenti all’introduzione dell’adesione contrattuale si è infatti tradotto in un aumento modesto dei flussi contributivi.
I contributi per singolo iscritto ammontano mediamente a 2.620 euro.
Sono 1,8 milioni gli iscritti alla previdenza complementare che nel 2017 non hanno effettuato contribuzioni (pari al 23,5 per cento del totale degli iscritti).
Le voci di uscita per la gestione previdenziale ammontano a 7,6 miliardi di euro. Le prestazioni pensionistiche sono state erogate in capitale per 2,6 miliardi di euro e in rendita per circa 700 milioni di euro. I riscatti sono pari a quasi 2,2 miliardi di euro.
gli investimenti effettuati dai fondi pensione (escluse, quindi, le riserve matematiche presso imprese di assicurazione e fondi interni) mostra, rispetto agli scorsi anni, una tendenza alla maggiore diversificazione tra tipologie di titoli. A fine 2017, la quota degli investimenti in titoli di Stato è pari al 41,5 per cento e diminuisce di cinque punti percentuali rispetto all’anno precedente; per circa due terzi la diminuzione è imputabile ai titoli di stato italiani, la cui quota a fine 2017 è pari al 22,7 per cento. Sono invece aumentate le quote degli investimenti inaltri titoli di debito (che hanno raggiunto il 16,6 per cento), dei titoli di capitale (ora pari al 17,7 per cento) e degli OICR (ora pari al 14,4 per cento). Anche i depositi sono in aumento, avendo raggiunto il 7,2 per cento del patrimonio da investire. Nel 2017 i rendimenti, al netto dei costi e della fiscalità, sono stati in media positivi per tutte le tipologie di forma pensionistica, beneficiando principalmente dell’andamento favorevole dei corsi azionari nei principali mercati mondiali.
I fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,6 e il 3,3 per cento. Per i PIP “nuovi” di ramo III, il rendimento medio è stato del 2,2 per cento; le gestioni separate di ramo I hanno reso l’1,9 per cento. Nello stesso periodo il TFR si è rivalutato, al netto delle tasse, dell’1,7 per cento.
Rilevanti sono le novità normative che hanno interessato la previdenza complementare nel 2017.
All’esigenza di aumentare la flessibilità in entrata e in uscita, più volte richiamata anche da questa Autorità, rispondono, rispettivamente, la frazionabilità del TFR maturando da destinare ai fondi pensione, misura introdotta dalla Legge annuale sulla concorrenza, e la RITA (Rendita Integrativa Temporanea Anticipata), divenuta misura strutturale con la Legge di Bilancio 2018. La destinazione parziale, stabilita per via contrattuale, del TFR maturando ai fondi pensione potrebbe favorire l’inclusione previdenziale di lavoratrici e lavoratori, tenendo conto delle caratteristiche dei rispettivi settori di riferimento.
Con la RITA, la previdenza complementare assume una funzione ulteriore rispetto a quella più tradizionale di integrazione alla prestazione previdenziale di primo pilastro, potendo fungere anche da cerniera tra la cessazione dell’attività lavorativa e il raggiungimento dell’età di pensionamento, contribuendo così alla copertura di un bisogno di protezione sociale sempre emergente. Tra le altre misure contenute nella Legge di Bilancio 2018 vanno inoltre ricordate l’ampliamento del novero degli investimenti cosiddetti “qualificati”, assistiti da un particolare regime fiscale, volto a favorire il contributo degli operatori previdenziali al sostenimento della crescita economica; l’individuazione dei criteri di destinazione del cosiddetto contributo contrattuale, al fine di dirimere le questioni applicative sorte in questi anni in presenza di diversi livelli di contrattazione; la soppressione di FONDINPS; l’estensione ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche iscritti alle forme pensionistiche contrattuali della disciplina fiscale di contributi eprestazioni; la facoltà per le parti istitutive dei fondi pensione del settore pubblico di regolare le modalità di espressione della volontà di adesione. L’assetto normativo della previdenza complementare in Italia è il risultato, anche, dell’attività normativa a livello comunitario.
In tale quadro si inserisce, tra le altre iniziative, la recente proposta di regolamento UE per l’introduzione dei cosiddetti Pan-European Personal Pensions (PEPP). La proposta, in questi mesi ancora in fase di negoziazione, mira a creare un mercato unico dei prodotti pensionistici ad adesione individuale, rappresentando un ulteriore passo nella direzione della costruzione di mercati di capitali realmente integrati a livello europeo, ed è una risposta alla questione della mobilità geografica delle carriere e dei connessi diritti previdenziali. I giovani rimangono ai margini del sistema di previdenza complementare, anche per effetto delle difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro con continuità di rapporto e adeguatezza di retribuzione. Ne va della loro copertura previdenziale. Al di sotto dei 34 anni, la partecipazione alla previdenza complementare, 19 per cento, è di oltre un terzo inferiore rispetto alle fasce di età più mature; la contribuzione è meno della metà. Lo stesso vale per le donne, la cui partecipazione è più bassa degli uomini: 25,4 contro 31,4 per cento in media, forbice che si mantiene su tutte le classi di età; la contribuzione è di un quinto inferiore.

 

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