Con i nuovi coefficienti la pensione diminuisce

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Il Ministero del Lavoro ha pubblicato in GU i nuovi coefficienti di trasformazione del montante contributivo. Essi sono importanti perché applicati al totale dei contributi versati serve a determinare l’importo della pensione.

I coefficienti sono diversificati a seconda dell’età pensionabile. Con la legge Dini erano compresi fra i 57 ed i 65 anni  ed ora invece arrivano fino a 71 anni. Maggiore è l’età pensionabile, maggiore è il coefficiente e quindi maggiore l’importo pensionistico. I coefficienti interessano la parte di pensione che ricade sotto il calcolo con sistema contributivo, esteso a tutti : dal 2012. La revisione dei coefficienti è biennale, ma dal prossimo aggiornamento diventerà  biennale, secondo me, date troppo ravvicinate per misurare i reali andamenti demografici.  Secondo Italia Oggi, riportato da Repubblica, per un lavoratore con 100mila euro di contributi versati e 65 anni di età, la pensione in questi anni diminuisce di circa 900 euro. L’anno prossimo sarà infatti di 5.245 euro, nel 2009 era di 6.136. Solo tra l’anno prossimo e oggi, lo stesso pensionato perderà 81 euro.  Il ragionamento cje sta alla base della diminuzione, in sè è molto semplice. Se una somma accumulata deve essere spesa poniamo in dieci anni, viene un importo. Se la stessa somma deve essere spesa per un periodo maggiore ( perchè si vive di più), è ovvio che la somma annualmente disponibile è inferiore. Oltre a dover lavorare un anno in più per mantenere lo stesso importo a causa dei nuovi coefficienti, questi hanno anche riflesso sul mercato del lavoro, perché bloccando il turn over, si blocca l’accesso ai giovani al lavoro inceppando ancora una volta quel circolo virtuoso delle uscite dal lavoro compensate  dai giovani usciti dalla scuola. E’ vero che c’era sempre uno squilibrio fra il numero dei diplomati/laureati e quello dei pensionati di ciascun anno, ma il grosso veniva assorbito con questo sistema.
La Ragioneria dello Stato nel suo rapporto sulle tendenze della spesa pensionistica, cita Repubblica, giustifica questo meccanismo con la necessità di contenere la spesa pensionistica a fronte dell’aumento dell’aspettativa di vita e della permanenza sul lavoro.  Lavorare di più sembra  l’unico modo per mantenere inalterato l’importo che si era maturato lavorando un anno in meno.

I nuovi coefficienti:

Nello stesso rapporto, la Ragioneria ha simulato cosa accadrebbe se si lasciassero inalterati i coefficienti del 2016: “In tale ipotesi, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil tende a peggiorare gradualmente collocandosi, alla fine del periodo di previsione, 1,4 punti percentuali al di sopra della previsione a normativa vigente. L’incremento risulta di 0,5 punti percentuali nel 2040”.
Nel 2019 per andare in pensione di vecchiaia ordinaria occorreranno 67 anni di età e 20 anni di contributi, poi ci sono le varie forme di flessibilità anticipate  e forse ci sarà anche la quota 100 celeberrima, ma nessuno ha messo in agenda la modifica del calcolo dei coefficienti. L’unica cosa fatta, quando si cercò di bloccare l’ulteriore aumento di 5 mesi e stato quello posto in essere con la legge di bilancio 2018 che ha introdotto dei correttivi per alcune fattispecie e istituito una speciale Commissione tecnica per la rilevazione dell’incidenza della gravosità del lavoro nelle diverse professioni, perché non tutti i lavori sono uguali e ogni tipologia dovrebbe avere un suo limite di età. Ma in attesa che ciò si faccia, c’è sempre la proposta del “pro quota”. Cioè la pensione dovrebbe essere la somma delle quote pensionistiche calcolate con le diverse aliquote vigenti. Per esempio un lavoratore che va in pensione alla fine del 2019, dovrebbe avere una quota di pensione calcolata con i coefficienti vigenti nel 2018 più una quota di un anno calcolata con quelli in vigore  nel 2019.

c.l.

 

 

 

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