Perché i Pip vanno sempre forte

Scritto il alle 08:49 da [email protected]

Dall’ultimo rapporto della Covip risulta che alla fine del 2017 il totale degli iscritti alla previdenza complementare era di circa 7,6 milioni, in crescita del 6,1 per cento rispetto all’anno precedente.
Gli iscritti ai PIP “nuovi” risultano quasi 3 milioni, quasi 2,8 milioni quelli ai fondi negoziali, oltre 1,3 milioni quelli ai fondi aperti e 610.000  ai fondi preesistenti.
Rispetto all’anno precedente gli iscritti ai fondi negoziali sono aumentati del 7,8 per cento. Come già nel 2016, questa crescita è determinata principalmente dalle nuove adesioni contrattuali, di cui pochissime sono quelle trasformate in una adesione piena ordinaria. In realtà l’adesione contrattuale che doveva essere un  incentivo per una successiva iscrizione finora non ha funzionato. Sempre a fine 2017, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari ammontano a 162,3 miliardi di euro, in aumento del 7,3 per cento rispetto all’anno precedente, pari al 9,5 per cento del PIL e al 3,7 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane.
Gli iscritti ai fondi pensione aperti sono aumentati del 9,2 per cento, confermando l’andamento dinamico del 2016. Nei PIP “nuovi” l’incremento è stato del 7,6, di poco inferiore alla percentuale dei fondi di categoria, con la differenza che mentre nei fondi di categoria le adesioni sono “drogate” contrattualmente, i Pip invece sono contratti pieni pronto per l’uso. Perché ? Ancora una volta ci si è costretti a porci la stessa domanda: com’è che i Pip, i piani pensionistici individuali crescono così tanto, mentre dovrebbero essere solo una forma residuale, nonostante i costi sono i più alti in assoluto e l’adesione individuale ad essi non sempre dà titolo al contributo del datore di lavoro? I Fondi pensione di categoria dei comparti maggiori e nelle aziende di grandi dimensioni, non hanno rivali, si pensi al fondo dei metalmeccanici e dei chimici. Ma anche qui la progressione non è più geometrica. Una prima spiegazione si può facilmente individuare nell’esistenza di un’agguerrita rete di venditori di polizze, ma un’altra ipotesi, tutta da verificare, è che i Pip sono la risultante della precarizzazione del lavoro. Non a caso la percentuale maggiore di chi smette i versamenti è concentrata proprio nei pip. Sono prodotti molto flessibili adattabili come un vestito su misura. Non sempre è richiesto un versamento mensile , lo si può fare trimestralmente o quando è stato concordato, non sempre è richiesto il versamento del Tfr che fra l’altro per i parasubordinati neppure esiste. Oppure si tratta di lavoratori di piccole e medie imprese che hanno optato per mantenere il tfr in azienda, magari opportunamente “consigliati” dal proprio datore di lavoro e che comunque avvertono l’esigenza di effettuare un risparmio pensionistico. Non bisogna dimenticare che la legge sul mercato e la concorrenza del 2017 per facilitare l’adesione a tutte le forme di previdenza, ha previsto la possibilità di conferire a piacere il tfr anche per i fondi di categoria ( tutto, in parte oniente). Finora però questa modalità non è stata ancora attivata, quindi è presto per dire se questo è veramente l’elemento discriminante.
Da anni la Covip utilizza, come principale parametro dell’onerosità di ciascuna forma pensionistica complementare, l’Indicatore sintetico dei costi (Isc).
La metodologia di calcolo è stata recentemente rivista, escludendo dal computo anche gli oneri fiscali sui rendimenti, al fine di sterilizzare possibili effetti distorsivi determinati dalla nuova disciplina fiscale. Come si sa, per effetto della Legge 190/2014 (Legge di Stabilità 2015), l’aliquota applicata annualmente sui risultati di gestione, a partire dal 2015, varia secondo l’allocazione del portafoglio di ogni singola linea di investimento.
La Covip ha pertanto richiesto il calcolo dell’ISC al lordo e non più al netto della tassazione, assicurando così la comparabilità tra i costi applicati.
Ciò è molto importante in quanto i costi hanno un impatto rilevante sulla posizione accumulata dall’iscritto. Ad esempio, ipotizzando che su un periodo di 35 anni la pensione complementare che si può ottenere aderendo a un fondo negoziale sia pari a 5.000 euro all’anno, i costi medi più elevati dei fondi aperti e dei PIP si traducono, a parità di altre condizioni, in una prestazione finale assai inferiore e, rispettivamente, pari a circa 4.200 e 3.900 euro.
Anche osservando le tipologie di comparto, i fondi pensione negoziali restano i più convenienti nel confronto con le altre forme pensionistiche complementari.
Pur continuando in media a essere più onerosi, i PIP hanno raccolto la quota maggiore di nuove adesioni a partire dal 2007. L’offerta di adesioni solo su base individuale, prive di fatto del contributo datoriale, non ha impedito loro di acquisire tanto lavoratori autonomi quanto lavoratori dipendenti. Hanno contribuito come sopraccennato, modalità di collocamento più aggressive, reti di vendita diffuse in modo capillare sul territorio e remunerate in base al volume di prodotti collocati sul mercato, eccetera.
Infine, a fronte della maggiore onerosità riscontrata in media dalle forme previdenziali individuali, specie di tipo assicurativo, non sono emerse evidenze di una loro superiorità in termini di rendimenti ottenuti ma neppure si è innescato quel meccanismo concorrenziale virtuoso a favore delle forme previdenziali meno costose. Questo significa che anche nelle scelte più squisitamente economiche di convenienza, pesano altri fattori di natura psicologica.

Camillo Linguella

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1 commento Commenta
mander
Scritto il 19 giugno 2018 at 11:22

Occorre puntualizzare,che le rendite dei negoziali a parità di montante,sono più alte per il fatto che i coefficienti sono distinti per uomini e donne,e quelle dei fondi aperti e pip no.

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