La complementare stretta fra quota 100 e pensione di cittadinanza

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Il faro dell’attenzione è sempre più spostato sul versante delle pensioni, forse perché col reddito di cittadinanza su quello del lavoro la sinecura c’è ( ci sarà). Il pre-precedente governo, quello prima di Gentiloni, per intenderci, in maniera confusa e parossistica comunque aveva aveva cercato di affrontare il problema e con il jobs act, i voucher e l’abolizione dell’art. 18 pensava di compiere una nuova rivoluzione copernichiana , togliendo tutti i vecchi lacci e lacciuoli per ottenere il full imployment epocale. Specie con l’abolizione dell’art. 18. Ma i fatti hanno subito dimostrato che nonostante l’affievolimento dei diritti operato, quando l’economia non tira, queste misure poi finiscono  solo per aumentare la precarietà, come è successo, ma non rilanciano il lavoro. Meno male che sono stati aboliti i voucher, perché oggi non ci sarebbe più un lavoro stabile. Tuttavia, a causa di piccoli segnali di ripresa, comunque sulle pensioni, dal 2016, dopo un ventennio di tagli spesso ingiustificati, qualcosa si è fatto. .A tutt’oggi non si sa ancora se il confronto con i sindacati sulle pensioni sarà ripreso e con quali esiti. Sappiamo però le proposte che girano, anche se non dettagliate, come quota 100 e la “monoquota” 41, misure che, a parte i costi, possono creare diseguaglianze in favore dei soggetti che hanno lunghe carriere retributive, come i dipendenti delle grandi industrie del nord est e nord ovest egli impiegati pubblici. Per aumentare le pensioni minime si pensa di tagliate le pensioni d’oro di 4000/5000 euro mensili, ammesso che si riescano a superare le difficoltà tecniche e giuridiche, si rischia di  stritolare l’Ape sociale, una delle cose più qualificanti della passata legislatura.
Si tratta  di un’indennità sostitutiva della pensione che dovrebbe accompagnare quei lavoratori in stato disoccupazione, che accudiscono familiari disabili oppure loro stessi invalidi oppure che svolgono lavori gravosi. Costoro, fino al 31 dicembre 2018 possono smettere di lavorare con 63 anni di età e con contributi tra i 30 ed i 36 anni. Se l’Ape Sociale non viene rinnovata ad essi, per il biennio 2019-2020,  non resterà che attendere i 67 anni della pensione di vecchiaia . Perché quota 100 pare che prevede un’età minima di 64 anni e un ricalcolo contributivo. Il che rischia di bloccare molti di fronte ad una riduzione dell’importo di un 20% circa, un po’ come è accaduto con l’opzione donna che ha avuto molto meno richieste di quelle preventivate, ma che tuttavia va mantenuta perché è una possibilità da lasciare alla libera scelta delle interessate.
Ma in attesa di vedere come va a finire, c’è un altro pezzo del sistema di sicurezza sociale previdenziale che rischia di andare in sofferenza. Ed è il pilastro della previdenza complementare.
I più ottimisti e speranzosi o quelli impossibilitati ad aderire non aderiscono perché i miglioramenti di cui si discute la renderebbe superflua ed i recenti dati della Covip confermano un “andamento lento” che comunque è in atto da anni, tranne che per i Pip, che sono assicurazioni private con le quali comunque il lavoratore italiano cerca di cautelarsi.
Ma anche a di là di queste considerazioni la previdenza complementare, essendo un risparmio previdenziale di lungo termine, una sorta di buoni postali, in ogni caso sono forme di impiego non disprezzabili. Poi se verrebbero realizzate tutte le misure di cui si parla, non sarebbe un male, ben vengano; non si deve mai dimenticare che la pensione complementare costituisce un’integrazione ma non una sostituzione di quella pubblica.

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