Il montante contributivo pensionistico, questo sconosciuto

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L’Inps ci informa che il montante individuale di ciascun lavoratore, dipendente o autonomo o parasubordinato, è il capitale che lo stesso accumula nel corso degli anni di lavoro..Si determina sulla base della :retribuzione annua pensionabile corrispondente ai periodi di contribuzione (obbligatoria, volontaria, figurativa, da riscatto, da ricongiunzione) fatti valere dall’assicurato.
Per calcolare l’importo da accantonare si moltiplica la retribuzione per l’aliquota di “computo” in genere del 33%, del 20 per cento, per gli autonomi; mentre per i parasubordinati l’aliquota varia dal 17% al 34,23%..L’accantonamento viene sommato con i versamenti precedenti e rivalutato annualmente sulla base del tasso annuo di capitalizzazione risultante dalla variazione media del prodotto interno lordo (PIL), appositamente calcolata dall’ISTAT con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare.
L’importo così ottenuto costituisce la quota di montante individuale dei contributi per i periodi maturati successivamente al 31 dicembre 1995.

La rivalutazione del montante contributivo su base composta viene effettuata al 31 dicembre di ciascun anno con esclusione della contribuzione dello stesso anno e ha effetto per le pensioni aventi decorrenza dal 1° gennaio dell’anno immediatamente successivo.
Al momento della pensione, questo montante viene trasformato in una rendita vitalizia in base al principio elementare di redistribuzione nel tempo del capitale accumulato.
e per essere “neutro” questo tempo deve coincidere con la speranza di vita, altrimenti il piatto piange e il sistema pensionistico non è più sostenibile.

Con la pensione complementare il montante individuale si compone di tre quote: il versamento di tutto o in parte del tfr ( con le nuove disposizioni può anche essere zero) la quota del datore di lavoro, in genere l’1% delle retribuzione utile per il calcolo del Tfr, la quota del lavoratore anch’essa dell’1% delle retribuzione, ma che può anche essere aumentata a discrezione dell’interessato, più i rendimenti dell’attività finanziaria. Perché a differenza della pensione pubblica obbligatoria, dove i contributi vengono messi in conti figurativi e rivalutati per legge, nella previdenza complementare, come si sa, tutto il montante individuale viene investito in attività finanziarie.
Messe così le cose sembra evidente che la pensione pubblica non sarà tanto remunerativa, ma è sicura, mentre con quello che succede in borsa, c’è il rischio di trovarsi come gli investitori di alcune banche nostrane, senza capitale né interessi.
In realtà se confrontiamo i due sistemi di rivalutazione e/o di accumulo dei montanti, vediamo che fra i due sistemi c’è una osmosi virtuosa, perché avendo entrambi dei rischi e potenzialità finiscono con bilanciarsi e il secondo pilastro diventa realmente complementare del primo.
Vediamo perché
In entrambi i pilastri ci sono rischi derivanti dall’andamento dell’economia, rischi di sistema, rischi politici.

Mentre i primi due rischi derivano da fattori endogeni esterni, quello politico sulla scorta di elelenti indotti in maniera endogena, con atto unilaterale, ma nelle forme legalmente previste, cambia improvvisamente le regole del gioco.

Nel 2013, per la prima volta, da quando la riforma Dini (legge n. 335/1995) ha introdotto il metodo di calcolo contributivo, la “rivalutazione” del Pil (come dice la norma) presentò un tasso negativo: – 0,998073. Ciò, in teoria, vuol dire che un lavoratore dipendente che nel 2013, aveva un montante contributivo di 100.000 euro, nel 2014 sarebbe stato di 998.073, invece di aumentare, sarebbe diminuito.
Il decreto legge n. 65/2015, emanato in attuazione della sentenza costituzionale relativa alla mancata perequazione dei trattamenti pensionistici superiori a tre volte il minimo Inps, si occupò anche della cosiddetta svalutazione del montante contributivo, sterilizzandone gli effetti stabilendo che non il montante non poteva .diminuire,
Ma l’importo della pensione, essendo basato sul sistema a ripartizione, non dipende solo dall’andamento del Pil  e dai contributi inndividualmente versati, dipende anche dai contributi globalmente riscossi, per cui se si contrae la base contributiva, per esempio diminuiscono gli occupati che versano i contributi, ci sono meno risorse per le pensioni, oppure si vive più di quanto era stato inizialmente stimato, c’è il rischio politico che per  salvare i conti, per legge, per meglio dire per decreto legge, si proceda ad una nuova riforma. I provvedimenti in cantiere in questo momento, abolizione dei vitalizi e tagli delle pensioni “d’oro”, sia pure nella loro dubbia costituzionalità, hanno un duplice scopo, dare un segnale di equità sociale e raggranellare qualche risorsa da redistribuire.
Non bisogna mai dimenticare che i pensionati circa 18 milioni, mentre i lavoratori attivi circa 27 milioni.
Per la previdenza complementare invece i lavoratori iscritti sono sottratti al discorso di carattere generale, ognuno ha il proprio “conto corrente” ed  i suoi risparmi  sono investiti sul mercato finanziario per avere rendimenti più elevati. Come e dove investirli è una scelta che compete anche all’aderente che dovrà fare le sue scelte consapevoli. Per questo si moltiplicano gli sforzi e le campagne di educazione finaziaria, sapendo che la maggioranza della popolazione non distingue l’interesse semplice da quello composto. Tuttavia sulla previdenza complementare vigila la Covip e le modalità di investimento sono disciplinate dal Dm 166/2014 recante norme sui criteri e limiti di investimento delle risorse dei fondi pensione. Questi elementi però non mettono al riparo matematicamente il capitale investito. Anche i fondi pensione durante il periodo della crisi hanno avuto rendimenti poco soddisfacenti se non negativi, ma in complesso se la sono cavati bene. Su come vanno le cose che determinano gli indici borsistici influiscono vari elementi, la solidità economica di un paese, la stabilità politica, la sereietà  ed effidabilità dei protagonisti economici, politici ecc… Non è questione di poteri forti o poteri deboli. Gli investitori vogliono la restituzione dei capitali investiti con i relativi interessi. I mercati finanziari sono molto sensibili e reagiscono con immediatezza anche a semplici affermazioni di principio. Ciò causa la diminuzione dell’indice di Borsa e l’aumento dello spread. Così a volte bastano poche sedute per vanificare i rendimenti accumulati in un anno. Naturalmente a favore dei fondi pensione c’è il fatto che i loro, sono investimenti di lungo periodo e in un orizzonte temporale ampio le turbolenze sono generalmente sempre  assorbite. Anche lo scorso anno, dati Covip, i rendimenti dei fondi sono stati superiori a quello automatico del Tfr. I fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,6 e il 3,3 per cento. Per i PIP “nuovi” di ramo III, il rendimento medio è stato del 2,2 per cento; le gestioni separate di ramo I hanno reso l’1,9 per cento. Nello stesso periodo il TFR si è rivalutato, al netto delle tasse, dell’1,7 per cento.

 

 

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