Agganciamoci ai fondi di categoria

Scritto il alle 08:47 da [email protected]

Fino a questo momento non risulta ancora pubblicato il testo ufficiale della proposta di legge sul taglio delle pensioni e pertanto si deve aspettare per formulare qualche pensiero concreto a favore o contro. Chissà se prima dell’emanazione di questo o qualche altro provvedimento connesso,  magari saranno addirittura convocati i sindacati che erano stati firmatari di un accordo nel 2016 sulle pensioni, accordo  che prevedeva due fasi. Esaurita la fase una con le leggi di bilancio 2017 e 2018, le stesse  hanno chiesto di portare a termine la cosiddetta fase due: pensione di garanzia, rilancio della complementare,lavori gravosi eccetera. Ma non mi sembra che sia questa l’aria che spira, sia perché si tratta di un accordo con il precedente governo, sia perché non si è capita ancora la considerazione che l’esecutivo ha del ruolo del sindacato. Un assaggio si è visto con i voucher.
Per quanto riguarda le pensioni, visto che sembra pacifico che  nella previdenza pubblica, si possono cambiare le regole a posteriori come stormisce il vento,  la soluzione ideale sarebbe quella di tornare a mettere i soldi sotto il materasso. Ma anche questa non è ottimale per una serie di motivi ed è gioco forza ritornare alla previdenza complementare come ultima change di salvaguardia per la vecchiaia. Negli ultimi dieci anni, secondo i dati della Covip, l’autorità di vigilanza, ha reso  anche fino al 6 per cento all’anno, il che se si considera il periodo dei rendimenti zero o negativi è un grande risultato. Certo lo scenario attuale non appare favorevole, l’economia traballa perché si mandano segnali contrastanti su quello che si vuole fare, dalle grandi opere, alle politiche sociali e fiscali, lo spread si avvicina ai livelli raggiunti dall’ultimo governo Berlusconi e invece di prendere provvedimenti si grida al golpe, ai complotti dei poteri forti e delle élites di Bruxelles. In questa incertezza nessuno investe le proprie in Italia le proprie risorse e meno che mai i fondi pensione che puntano a consolidare le loro performance positive.
Le forme di previdenza complementare in Italia sono tre: i fondi chiusi di categoria, i fondi aperti istituiti prevalentemente da banche, compagnie di assicurazioni ed altro e i piani pensionistici individuali, i famosi Pip. Queste sono nate per consentire ai lavoratori di poter scegliere fra più prodotti previdenziali cui aderire per mettere da parte un risparmio aggiuntivo che compensa una pensione pubblica inevitabilmente sempre più bassa.

Ma quale forne scegliere.

In media, i fondi pensione chiusi, costano di meno e rendono di più, mentre i Pip  costano di più e rendono di meno, a parte quelli del comparto garantito che hanno reso leggermente di più. Per l’economista Stefano Patriarca non è stato raggiunto il fine per cui i fondi pensione erano nati: «Sono diventati un Tfr aggiuntivo. D’altra parte il tfr è così radicato nel Dna dei lavoratori italiani che la stessa legge ha previsto la possibilità di chiedere in ogni caso il 50% del montante accumulato in unica soluzione ed in alcuni casi anche tutto il montante. Ma questo non è del tutto negativo, perché significa che la complementare rende di più della rivalutazione legale del Tfr che è dell’1.5% + 0.75% dell’inflazione ( lordo cui va tolto il 17% di imposte).

Secondo Affari e Finanza di Repubblica del 13 agosto 2018, basta qualche esempio per rendersene conto:
una linea azionaria negli ultimi dieci anni ha reso fino al 5,77 per cento annuo (un tasso che i migliori gestori degli hedge fund si sarebbero augurali), per un obbligazionario misto si è andato fino ad un rendimento del3,81 medio annuo.

La Covip fornisce tutti i tipi di dati per sapere cosa è successo al proprio fondo pensione chiuso di categoria o aperto o al proprio Pip.

fonte Affari e Finanza 13/3/2018

Sui costi i fondi pensione chiusi, quelli di categoria ( chimici, statali, meccanici), costano molto meno delle altre forme di previdenza per la loro gestione semplicemente perché non hanno scopo di lucro. L’Isc (indicatore sintetico dei casu”, una sorta di costo di gestione) misura questo andamento. Sul sito della Covip si può consultare l’isc di qualsiasi fondo.
I rendimentì nel comparto garantito hanno premiato i Pip 2,56 per cento quello medio annuo, 2,12 per i fondi aperti e 2,22 per i fondi chiusi. Ciò perchè le gestioni separate dei Pip contabilizzano le attività al costo e non al valore di mercato e, quindi, eventuali plusvalenze o minusvalenze impattano sul risultato di gestione solo al momento dell’effettivo realizzo.
Quando si passa ai comparti bilanciato e azionario — il tipo di investimento generalmente più impiegato e che utilizzano la formula base classica di 70% di obbligazioni e 30% di azioni
— le cose cambiano. Il rendimento medio
dei Pip obbligazionari è stato del 2,26 per cento, contro il 3,36 dei fondi aperti e il 3,91 dei fondi chiusi. Sul comparto azionario le differenze sono maggiori: i Pip hanno reso mediamente soltanto il 2,37 per cento, contro il 2,99 dei fondi aperti e il 4,16 dei fondi chiusi Gli aderenti hanno la facoltà di passare da un comparto all’altro, non solo, ma la legge dà anche la facoltà a ogni lavoratore iscritto ad una forma di previdenza complementare,
di passare da un fondo chiuso a uno aperto o a un Pip solo dopo due anni Passando ad un Pip il lavoratore perderebbe il contributo del datore di lavoro ma essendoci molte piccole imprese con meno di 15 dipendenti, non è sempre il datore di lavoro ha fatto accordi con i sindacati per contribuire a un fondo chiuso. Con la possibilità di trasferimento i lavoratori dipendenti sono diventati terreno di caccia delle compagnie di assicurazione e
delle banche (che hanno perlopiù creato i fondi aperti), ma in parte residuale però, perché le compagnie preferiscono dare la caccia principalmente ai non iscritti. All’inizio i venditori di polizze avevano vita facile nel convincere i lavoratori, come un qualsiasi venditore di “folletto”, ma ora non è più così, i lavoratori sono più informati, non molto, ma sono più informati i propri delegati sindacali che all’inizio erano completamente digiuni in materia, ma oggi almeno l’abc della complementare la conoscono. Nessuno ne da atto ma l’attività formativa delle organizzazioni sindacali è stata enorme, meno quella dei datori di lavoro ( perchè devono sborsare il contributo aggiuntivo a proprio carico dell’1%) e speriamo che la campagna di educazione previdenziale – finanziaria da parte dell’apposito comitato del Mef che dovrebbe partire nel prossimo mese di ottobre dia qualche fruttarello almeno di chiarimento teorico.

c.l.

 

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1 commento Commenta
noise
Scritto il 20 agosto 2018 at 13:14

I fondi che hanno investito in azionario hanno beneficiato di uno dei più grandi mercati toro del secolo scorso e di quello attuale negli ultimi 5/7 anni. Quindi i fondi pensione con una buona quota di azionario in pancia hanno dato conseguentemente ottimi risultati.
Il problema è: questa crescita è giustificata dai fondamentali? Credo che al netto di singole aziende sane la risposta è ASSOLUTAMENTE NO.
Le borse sono cresciuta in maniera insana a causa della politica delle banche centrali che hanno azzerato il costo del denaro consentendo alle imprese di emettere debito a costi ridicoli ed effettuare giganteschi buyback azionari.
Quando tutto questo finirà, e prima o poi dovrà finire, cosa succederà alle borse e quindi ai fondi pensione?
Uno storno del 30%, che potrebbe anche avvenire in una settimana, magari stimolato da un evento geopolitico si mangerebbe tutto il guadagno fin qui accumulato e genererebbe una perdita anche su un tempo medio lungo di investimento.
E uno storno del 50%?
Siamo convinti di affidare il nostro TFR a una bisca?
Lei ha menzionato il materasso … forse era una battuta, ma forse no. L’oro fisico si trova a costi vicini a quelli di produzione e, se è vero che non genera cedole, è anche vero che non può fallire come un’azienda o come uno Stato (o come la UE). E’ per quanto venga visto come barbara reliquia è ancora usato come forma di pagamento di ultima istanza tra stati, banche centrali e banche commerciali. Come mai, se è così fuori moda?

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