Per l’adeguatezza della pensione ripartiamo dalla complementare

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L’adeguatezza delle pensioni è uno degli scopi e delle finalità assunti dall’Unione Europea in materia pensionistica. Sulla base di questo principio gli Stati membri devono garantire livelli di pensione adeguati, in grado cioè, di far mantenere, nei limiti del possibile, il loro livello di vita anche dopo la cessazione del lavoro. Tutti gli Stati in effetti di riffa e di raffa cercano di attuarla. Le strade intraprese non sono molte e la maggior parte dei casi si è finiti col chiedere  una partecipazione ai diretti interessati con le proprie risorse.
In Italia fin dal remoto 1992, anno in cui si fecero le prime importanti modifiche riduttive al nostro sistema previdenziale,in uno scenario economico che ricorda molto da vicino quello attuale, la questione è stata ampiamente dibattuta, ma la prima vittima dei provvedimenti allora adottati fu l’adeguatezza delle pensioni.
Ciò perchè le pensioni erogate dal sistema retributivo garantivano l’adeguatezza, la pensione poteva essere anche uguale al 100% dell’ultimo stipendio e si arrivava agevolmente all’80%. Diversa è la situazione con l’ applicazione del sistema contributivo e la prevista revisione periodica dei coefficienti di trasformazione del capitale in rendita. Con l’entrata a regime del sistema contributivo, infatti, la copertura pensionistica diminuisce in modo sensibile e scenderà sotto il 50% per i dipendenti e sotto il 30% per gli autonomi (per questi ultimi lavoratori pesa il limitato valore della loro contribuzione di computo, ridotta nel 2017 dal 27 al 25% in luogo del 33% dei lavoratori dipendenti).
I tassi di sostituzione assicurati dal sistema contributivo da soli non sono in grado di assicurare livelli adeguati di pensione. Anche se si attuasse la cosiddetta pensione di cittadinanza di 780 euro mensili, non sempre si garantirebbe l’adeguatezza. Ne guadagnerebbero chi non ha una vita contributiva, perché il nuovo sistema sarebbe una manna dal cielo per il lavoro nero.
Pensione di garanzia a parte, gli strumenti adottati per affrontare questo problema sono sostanzialmente due: l’innalzamento dell’età pensionabile e lo sviluppo della previdenza integrativa. Nel primo caso agisce il meccanismo proprio del sistema contributivo di aumentare la pensione, sia per la maggiore quantità di contributi versati, sia per il valore più alto dei coefficienti di trasformazione. Nel secondo il ricorso alla previdenza complementare consente di mantenere pressoché inalterati i tassi di sostituzione complessivi. Il punto debole di questa soluzione è che si applica bene, almeno teoricamente, ai lavoratori dipendenti regolari e agli autonomi con un reddito medio-alto, ma non alle altre tipologie di lavoratori presenti nel mercato del lavoro. I rendimenti ipotizzati nelle ultime relazioni della Covip, presuppongono una contribuzione aggiuntiva superiore al 9%. Trovare queste risorse non è stato facile. Se si vuole ridurre il cuneo del costo del lavoro non si poteva certamente gravare le imprese di un ulteriore 9%. Oltretutto sarebbe stato un colpo fatale per tutta l’economia. Né era ipotizzabile mettere l’importo a carico dei lavoratori dipendenti. L’uovo di colombo, che nonostante tutte le critiche regge ancora: Per i lavoratori dipendenti le risorse sono state trovate nella possibilità di utilizzo del Trattamento di fine rapporto come fonte di finanziamento, circa il 7% ( il tfr è un accantonamento pari al 6.91 del salario annuo) il rimanente 2% è stato equamente ripartito fra imprese e dipendenti. Per gli autonomi con reddito medio-alto nelle loro capacità di risparmio.
Gli atipici, gli irregolari, gli autonomi con basso reddito non hanno a disposizione nessuno dei due strumenti. Per queste figure, già destinate ad una ridotta previdenza pubblica, appare difficile se non impossibile integrarla con una previdenza privata per mancanza di risorse economiche.
Con il decreto legislativo 8 aprile 1993, n. 124, sono state disciplinate, per la prima volta in Italia, le forme di previdenza complementare, attraverso la previsione, accanto al sistema pensionistico obbligatorio, di un “secondo pilastro” costituito dai Fondi Pensione.
La nascita dei Fondi Pensione e la loro ragion d’essere è quella di assicurare ai lavoratori una tutela pensionistica, sia pure complementare, dal momento che gli investimenti dei Fondi dovranno tendere ad ottenere i maggiori rendimenti possibili, sia pure rapportati a profili di rischio propri del risparmio previdenziale, certamente ben diversi da altre forme di risparmio di tipo più speculativo.
Il Dlgs n. 124/1993 è stato poi sostituito dal Dlgs n. 252 del 5 dicembre 2005.
Alle forme pensionistiche complementari possono aderire in modo individuale o collettivo:
1. i lavoratori dipendenti, sia privati sia pubblici;
2. i lavoratori autonomi e i liberi professionisti, anche organizzati per aree professionali e per territorio;
3. i soci lavoratori di cooperative, anche unitamente ai lavoratori dipendenti dalle cooperative interessate;
4. i cittadini titolari di redditi diversi da quelli da lavoro, nonché i familiari a carico.
Per i lavoratori dipendenti possono essere istituite forme pensionistiche complementari esclusivamente i regime di contribuzione definita.
Per i lavoratori autonomi e liberi professionisti, possono essere istituite anche forme pensionistiche complementari in regime di prestazioni definite, volte ad assicurare una prestazione determinata con riferimento al livello di reddito ovvero a quello del trattamento pensionistico obbligatorio.
I Fondi Pensione si basano sul sistema della “capitalizzazione individuale” in base al quale ogni iscritto è titolare di un “conto previdenziale”, separato e distinto rispetto a quello degli altri, nel quale confluiscono i contributi versati dal lavoratore, dal datore di lavoro, nonché le quote di TFR ed i relativi rendimenti derivanti da investimenti e rivalutazioni del capitale, tale ammontare, per specifica disposizione di legge, viene periodicamente comunicato all’iscritto.
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Quando si parla di “capitalizzazione individuale” si intende dire che la prestazione erogata dal Fondo dipenderà dal capitale investito e rivalutato, facendo capo alla posizione individuale di ciascun lavoratore associato, e dalle modalità di conversione del montante in rendita. La gestione della rendita può avvenire direttamente ad opera del Fondo, ovvero può essere affidata ad una compagnia di assicurazione o a gestori di portafogli di investimenti per conto terzi, mediante convenzione.
I Fondi Pensione dei lavoratori dipendenti operano secondo il regime della contribuzione definita. Ne deriva che il livello di contribuzione viene fissato dal sistema di contrattazione, l’importo della prestazione, invece, dipende dal montante finale costituito dal capitale accumulato e dai rendimenti ottenuti.
Per i lavoratori autonomi, invece, il Fondo può operare anche secondo il regime della prestazione definita, in base al quale il livello della prestazione finale viene predeterminato, mentre l’importo della contribuzione può variare in funzione del raggiungimento del valore prefissato della prestazione.
In base al Dlgs n. 252/2005 è data facoltà a tutti i lavoratori di determinare liberamente l’entità della contribuzione a proprio carico; per i lavoratori dipendenti che aderiscono a Fondi negoziali o aperti, su base collettiva, le modalità e la misura minima della contribuzione a carico del datore di lavoro e del lavoratore stesso possono essere fissati dai contratti e dagli accordi collettivi, anche aziendali.
Il lavoratore può decidere in ogni caso di conferire parte della retribuzione alla previdenza complementare e il datore di lavoro può concordare, anche in assenza di accordi collettivi, di contribuire alla forma pensionistica cui il lavoratore ha aderito.

 

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