E’ sostenibile finanziariamente quota 100 a 62 anni?

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La sostenibilità del sistema pensionistico è la capacità di far fronte agli impegni futuri ed è assicurata da un rapporto ottimale 2 a 1, ma va bene anche quello attuale di 1.5 a 1, cioè un lavoratore e mezzo che pagano i contributi per ogni pensionato. Tale rapporto era superiore a 5 negli anni ’50/70 diminuendo via via in quelli successivi in concomitanza dei cambiamenti di produzione e l’avvento della società postindustriale. Allora il sistema retributivo, oggi messo alla gogna, avrebbe potuto garantire perfino pensioni superiori all’ultimo stipendio! Diminuzione del rapporto fra lavoratori e pensionati ed aumento della speranza di vita hanno annullato questo bengodi costringendo a varare misure sempre più restrittive e quindi impopolari. Oggi si deve ricorrere al sostegno dello Stato, che deve attingere alla fiscalità generale per sostenerlo. Nel 2017 il versamento dello Stato all’INPS è stato di 110, 3 miliardi, a fronte di prestazioni erogate di 312,1 miliardi e contributi incassati di 224,6 miliardi (pagina 281, Rapporto INPS luglio 2018).
Anche con questi squilibri, l’impianto disegnato dalla Fornero e le successive correzioni per la soluzione del problema degli Esodati, i miglioramenti introdotti sui lavori usuranti e l’istituzione dell’ape sociale, non c’è nessuno sfracello immediato all’orizzonte perché gran parte del disavanzo è dovuto alla prestazioni assistenziali ed ai trasferimenti in conto ex Inpdap per i periodi pregressi alla costituzione della Cassa pensioni dei dipendenti statali che fino al 1996 non esisteva.
Non dimentichiamo che i pensionati poi, su quello che riscuotono, devono pagare l’Irpef e quindi la cifra dei 312 mld si riduce a circa 280 mld. In sostanza la quadra c’è.
Fatta questa premessa, il nuovo governo ha puntato, per il “superamento della Fornero” intesa come legge, alla possibilità di andare in pensione prima dell’età legale, attraverso la cosiddetta quota 100, un mix fra età e contributi la cui somma è 100. Un vecchio cavallo di battaglia di Cesare Damiano, mai attuato perché troppo costoso.
Quando sono cominciate a circolare le prime ipotesi, gli stessi esperti dell’area governativa, subito emarginati per questo, hanno cominciato a mettere dei paletti per conservare la sostenibilità del sistema. Uno dei quali, che sembrava ormai acquisito, era l’età minima di 64 anni per avere la quota 100. Subito era stato fatto rilevare che l’ape sociale prevedeva 63 anni e quindi la nuova proposta costituiva un arretramento. Dimenticando che l’ape sociale è limitata ad alcune fattispecie e poi limitata ancora dagli stanziamenti annualmente in bilancio, quindi a carico della fiscalità generale e non all’Inps. Salvini facendo una equazione fra quelli che sarebbero andati in pensione con quota 100 e quelli che sarebbero stati assunti al loro posto, ipotizzando un meccanismo automatico di uscita ed entrata nel mondo del lavoro, ha tagliato la testa al toro precisando che per la quota 100 al massimo sono sufficienti 62 anni. Ma questo in linea teorica non è sufficiente a garantire la neutralità attuariale, cioè non appesantire i costi,  necessiterebbe un numero di assunzioni almeno il doppio dei pensionati per mantenere il rapporto 1 a 2, perché il nostro sistema di finanziamento, essendo a ripartizione, ripartisce in pensioni i contributi riscossi nello stesso anno. Se il gettito contributivo diminuisce per quell’anno, teoricamente si dovrebbero ridurre le pensioni immediatamente, ma in realtà interviene lo Stato.
Mentre dai paraggi del governo non sono pervenute dichiarazioni sulla proposta dei 62 anni, secondo la società di ricerca Tabula guidata dall’esperto di previdenza Stefano Patriarca,  ex consigliere di palazzo Chigi con Gentiloni, il costo per la quota 62anni/38contributi, nel 2019 sarebbe di 13 miliardi che a regime salirebbe a circa 20 miliardi al lordo delle tasse. Il taglio delle pensioni d’oro, ma anche quelle di stagno non darebbe un gettito sufficiente per la copertura finanziaria, senza dimenticare che in ballo c’è anche la pensione di cittadinanza e se si vuole rimanere nei margini di disavanzo previsti dai regolamenti EU la cosa si complica ancora di più.
Certo lo scarto di 5 anni sull’età prevista per il 2019, 62 invece che 67, come si dice non sono bruscolini. Bisognerà vedere la consistenza del numero dei richiedenti per affinare i calcoli. Ma ormai siamo prossimi alla presentazione del Dpef e poi la legge di bilancio 2019:  allora le carte saranno finalmente messe in tavola.

 

 

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